Riportiamo l’intervento di Giacomo Turci, della redazione della Voce delle Lotte, e di Alessandra Ciattini, della redazione de La Città Futura, andato in onda mercoledì su Radio Quarantena, dando una panoramica economica e politica del Cile a un anno dallo scoppio della grande ribellione popolare.


Il 18 ottobre c’è stata una grande concentrazione autoconvocata, del tutto ignorata dai nostri media; forse più di 100.000 persone, soprattutto giovani, si sono accalcate a Plaza Dignidad, così è stata ribattezzata piazza Italia, luogo dove a Santiago del Cile si sono svolte le più importanti manifestazioni di protesta contro il governo di Sebastian Piñera a partire dal 18 ottobre dell’anno passato. In quell’occasione i manifestanti protestarono contro l’aumento del costo del biglietto della metro a 30 pesos, ma nello stesso tempo contestavano lo stesso governo al grido No son 30 pesos son 30 años, riferendosi alle durissime politiche neoliberali applicate nel paese dopo l’avvento del generale Augusto Pinochet e continuate sino ad oggi. In particolare la protesta era ed è contro la costituzione entrata in vigore dal 1980, ossia 7 anni dopo il colpo di stato contro Salvador Allende; costituzione che si fonda sul concetto di democrazia protetta; una sorta di regime bonapartista che in origine garantiva la continuità del potere del capo delle Forze Armate, ossia di Pinochet. Infatti, questi non poteva essere destituito dal presidente della repubblica e perciò risultava inamovibile. Nel 2005 questo articolo della costituzione fu rimosso, perché scandaloso, e le forze armate passarono sotto il controllo del potere politico.

Come è avvenuto in altri paesi, anche in Europa, le politiche neoliberiste hanno portato avanti un processo selvaggio di privatizzazioni, cancellando quei pochi diritti acquisiti nel periodo di Allende, e trasformando il sistema sanitario, educativo e previdenziale in istituzioni private e mercificate.

Il rame, una delle risorse fondamentali del popolo cileno, sta nelle mani del capitale internazionale, mentre lo Stato controlla neanche il 30% del suo processo estrattivo.

Nel 1981 fu approvato il cosiddetto codice dell’acqua, come corollario della costituzione, con il quale si riconosceva il diritto degli individui alla proprietà dell’acqua, trasformando così un bene pubblico in un bene privato. Da notare che il quasi monopolio dell’uso non consuntivo dell’acqua, ossia per far funzionare le turbine elettriche, è stato attribuito all’ENDESA, una società spagnola di cui l’ENEL detiene il 70%, il restante è di proprietà di altri azionisti.

Tutto questo ha peggiorato sensibilmente le condizioni di vita della popolazione, il 20% della quale versa in condizioni di povertà estrema, mentre nel 2005 in queste condizioni si trovava solo il 5%. Iltasso di disoccupazione è di circa il 13% e l’emorragia nella perdita dei posti di lavoro, in seguito alla crisi economica mondiale e al suo acuirsi per la diffusione della pandemia, continua inarrestabile. Solo nel mese di marzo si sono persi circa 300.000 posti di lavoro. Altre misure hanno precarizzato il lavoro, colpendo soprattutto i giovani, che costituiscono inoltre la maggioranza degli 800.000 lavoratori, a cui Piñera ha sospeso l’erogazione del salario a causa della quarantena e che hanno ricevuto sussidi ridicoli.

Le proteste, che si sono susseguite dal 18 ottobre 2019, sono state duramente represse: solo nel primo mese ci sono stati oltre 26.000 arresti e 22 morti, numerose persone hanno riportato lesioni oculari, prodotte da proiettili gomma (flashball), usati anche contro i gilet gialli in Francia, altre sono state colpite da granate lacrimogene sparate ad altezza d’uomo. Un episodio particolarmente crudele è avvenuto quando, durante una carica dei Carabineros (4 settembre), un giovane di 16 anni è stato gettato nel fiume Mapocho ed è risultato gravemente ferito.

Particolarmente significative risultano queste gravi violazioni dei diritti umani in un paese che attualmente nella persona di Michelle Bachelet, ex-presidente della repubblica, dirige la Commissione delle NU per i diritti umani.

I manifestanti rivendicavano e rivendicano ancora oggi la caduta del governo Piñera e una nuova costituzione, che dovrebbe essere formulata da una libera e sovrana assemblea costituente eletta a suffragio universale. Invece, la sinistra parlamentare non ha rispettato le istanze della piazza e in quella, che in Cile si chiama “cucina” parlamentare, ha stipulato un accordo con i partiti legati al vecchio regime, in base al quale domenica prossima 25 ottobre si celebrerà un referendum. I quesiti del referendum sono 1. Approvo o no la riforma costituzionale; 2 Scelta tra la Convenzione mista e la Convenzione costituzionale. La prima prevede l’elezione di metà della convenzione da parte del parlamento uscente, l’altra metà da parte degli elettori; la seconda prevede l’elezione diretta di tutti i componenti della convenzione. Si tenga conto che gli eletti dal parlamento riceverebbero uno stipendio quasi triplo rispetto agli altri componenti della Convenzione.

Come si vede non si è tenuto conto della richiesta popolare non abbandonata dai manifestanti i quali invitano ad approvare una riforma costituzionale, rifiutando di scegliere tra le due convenzioni e scrivendo nella scheda AC, ossia assemblea costituente.

Vediamo di chiarire brevemente quali sono i caratteri dell’Assemblea costituente come la vogliono i cileni. In primo luogo, a 14 anni si deve avere accesso al voto, esponenti dei popoli originari, le donne, i dirigenti sociali e sindacali possono essere eletti. Gli eletti, 1 ogni 20.000 elettori, saranno revocabili per evitare quello che noi chiamiamo trasformismo.

La Assemblea deve poter discutere su tutti i temi; dalla nazionalizzazione del rame all’impiego delle risorse strategiche. Nessun organismo dello Stato, tanto meno il presidente Piñera potranno limitare i suoi lavori; le sue decisioni saranno prese a maggioranza semplice, mentre nei due casi sottoposti al plebiscito le decisioni erano valide se prese con la maggioranza dei due terzi, che avrebbe favorito i settori più reazionari.

Per imporre questa soluzione è necessaria l’unità dei lavoratori, studenti, donne, cittadini in lotta, che diano vita a scioperi combattivi indetti con l’appoggio delle grandi organizzazioni sindacali per arrivare ad uno sciopero generale con il quale si faccia fuori Piñera e il suo regime, si metta termine alla dittatura. Solo per questa via il popolo cileno potrà affermare così i suoi diritti e i suoi bisogni potranno essere rispettati.

Giacomo Turci, Alessandra Ciattini

Di seguito, l’audio completo della trasmissione.