Ripubblichiamo questo interessante contributo di Marxpedia che permette di articolare il dibatto sul rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici. Entrando in polemica diretta con un articolo uscito sulla rivista Jacobin a firma Simone Fana sullo stesso tema, il pezzo argomenta in maniera corretta come i 112 euro lordi di aumento salariale per il quinto livello siano in realtà una mera illusione: ovvero, il prodotto di un allungamento del contratto nazionale di due anni, con l’effetto di accorpare, o quasi, due rinnovi di durata triennale in uno solamente. In maniera altrettanto condivisibile, l’articolo evidenzia come un accordo sindacale debba essere valutato non solamente sul lato salariale, ma anche in base alla capacità di rompere la gabbia di compatibilità di sistema e di spostare i rapporti di forza all’interno dei luoghi di lavoro. Niente di tutto questo, nonostante vi fosse una situazione parzialmente favorevole, è avvenuto.

Su questo CCNL c’è e ci sarà ancora tanto da dire, ad esempio sulla riforma dell’inquadramento – nei fatti un vero e proprio tentativo di introdurre una logica basata sulla competitività e sull’apprendimento permanente negli scatti di livello. Così come, aspetto che manca in questo contributo che proponiamo, sulla gravissima scelta delle centrali sindacali di slegare il rinnovo del contratto dei metalmeccanici dalla delicatissima questione della fine del blocco dei licenziamenti a fine marzo.


Non è nostra abitudine entrare in polemica diretta con questo o quell’articolo. Ai tempi dei social, questo meccanismo è forse “premiante” dal punto di vista della visibilità, ma difficilmente aiuta ad elevare il livello della discussione e dell’analisi. Questa volta però no: l’articolo di Simone Fana, apparso su Jacobin L’accordo dei metalmeccanici all’epoca del governo Draghi” fa eccezione.

Innanzitutto proprio perché siamo all’epoca del Governo Draghi. Siamo cioè di fronte all’ennesima prova senza appello dell’ambiguità e dell’inconsistenza di quell’area politica che si colloca alla sinistra del Pd. Un’ambiguità che prima era insopportabile, ora non può più essere tollerata. E’ intollerabile continuare a mescolare Lenin e il sindacato concertativo, l’intransigenza giacobina e la nostalgia per la socialdemocrazia.

In secondo luogo perché l’autore dell’articolo ha fatto della riduzione d’orario e della lotta salariale il proprio verbo. Ma una volta che il verbo si è fatto carne, ci appare sotto forma di un rinnovo contrattuale tutto interno alle compatibilità del Patto della Fabbrica (sottoscritto nel 2018 da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil).

L’articolo parte con grosse pretese. Il titolo “L’accordo dei metalmeccanici all’epoca del Governo Draghi” ci prepara mentalmente a trovarci a metà strada tra Garcia Marquèz e Vasco Brondi. Salvo poi ritrovarci tra Landini e Fratoianni.

Immaginiamo che né Jacobin né Simone Fana abbiano sentito il bisogno di esprimere un giudizio sul Ccnl dei metalmeccanici per partecipazione diretta alla consultazione nelle fabbriche. Un punto di vista “esterno”, quindi, il quale dovrebbe avere il vantaggio però di analizzare la ricaduta delle vicende dei metalmeccanici sul resto dei processi sociali e politici. E risiede forse qua l’errore politico principale dell’articolo.

In effetti un accordo sindacale non si valuta solo dai contenuti formali, ma dai rapporti di forza che genera e che ha generato, dal grado di consapevolezza che sedimenta, dai processi reali che mette in moto. L‘analisi di Fana scambia letteralmente la coda per la testa. Un contratto che si chiude con sei ore di sciopero e che colloca nuovamente la categoria dei metalmeccanici all’interno del perimetro delle attuali compatibilità di sistema viene scambiato per un elemento di rottura e di novità.

La vertenza dei metalmeccanici poteva diventare potenzialmente, e malgrado la volontà della stessa direzione Fiom, un punto di riferimento per l’intero spettro dell’opposizione sociale contro Conte prima e contro Draghi adesso. E da questo punto di vista non ci stupiamo né che la mobilitazione non sia decollata prima, né che il contratto venga chiuso proprio nei giorni di insediamento del nuovo Governo.

Il punto è quindi innanzitutto banalmente questo: questo contratto non fa saltare nessun tappo, né apre alcun processo di mobilitazione. Esso vende un’illusione. Ed è grave dare a questa illusione una veste “giacobina”.

 

Il salario al centro?

Ma entriamo nel merito del contratto. Secondo Fana il risultato raggiunto dai metalmeccanici rimetterebbe al centro il salario “contro le intenzioni della parte datoriale (Federmeccanica e Assistal) di riconoscere un aumento di appena 40 euro nel triennio”. Il triennio è quello del 2020-2022.

Nel succitato triennio il Contratto dei metalmeccanici porta a casa 62 euro al quinto livello, di cui in verità 12 già riconosciuti in busta paga per un meccanismo di ultrattività del contratto 2016. L’aumento strappato è quindi di 25 euro nel 2021 e 25 nel 2022 (al quinto livello). Se quindi Federmeccanica voleva riconoscere “un aumento di appena 40 euro”, nel 2022 un metalmeccanico di quinto livello avrà un aumento di 50 euro (con l’aggiunta delle 12 euro di trascinamento del contratto 2016).

Come ricorda lo stesso articolo di Fana, per il 2020-2022 la richiesta iniziale di Fiom, Fim e Uilm era di aumenti dell’8% pari a circa 148 euro per un quinto livello. Nel 2022 un metalmeccanico di quinto livello riceverà quindi poco meno della metà della richiesta iniziale (62 euro: 50+12 euro derivanti da quanto già concordato nel 2016).

Si tratta di una incongruenza troppo grossa per non essere notata dalla platea delle assemblee dei metalmeccanici. A quel punto, per raggiungere un aumento salariale a tre cifre che potesse nominalmente reggere il confronto con la richiesta iniziale, è stata semplicemente aumentata la durata del contratto. Aggiungendo altri due anni di durata contrattuale, e altre due tranche di aumenti salariali (27 euro di aumento nel giugno 2023 e 35 euro nel giugno 2024) si arriva a 112 euro di aumento al quinto livello nel 2024. Considerando che l’attuale triennio contrattuale doveva durare fino al 2022 e quello successivo arrivare fino al 2025, è quasi come si fossero accorpati due rinnovi contrattuali in uno.

Sono lontani anni luce i tempi in cui la Fiom denunciava i rinnovi contrattuali con il “trucco” fatti da Fim e Uilm. Rimane celebre il contratto del 2001 quando la Fiom fece giustamente fuoco e fiamme perchè Fim e Uilm avevano detto di aver rinnovato il contratto con 130.000 lire di aumento, quando in verità 18.000 lire erano un anticipo del biennio successivo.

 

Contesto e mobilitazione

Come già detto, le cifre non sono tutto. Anzi, sono appena l’inizio del problema. L’operazione “pubblicità ingannevole” diventa ancora più grave se ci soffermiamo ad analizzare il significato politico-sindacale di questo contratto.

La richiesta di aumenti salariali dell’8% era sembrata stupefacente, ma non veniva per caso. Era il risultato di analisi approfondite del crescente scarto tra profitti e salari avvenuto proprio nel periodo di “crisi” successiva al 2008. Un seminario della stessa Fiom nel maggio 2019 aveva evidenziato le seguenti dinamiche:

  • tra il 2008 ed il 2015 un aumento di 10 punti percentuali del MOL (Margine Operativo Lordo) delle aziende a fronte di una diminuzione della quota di ricchezza destinata ai salari;

  • fatto 100 un investimento in industria 4.0 (il quale però non è facilmente identificabile né chiaramente circoscritto) le aziende hanno ricevuto sgravi fiscali per 61.6 punti. In pratica gli investimenti privati sono stati quasi interamente pagati dallo Stato;

  • ancora nel 2019 non si era recuperato totalmente il numero di ore lavorate precedenti alla crisi del 2008. Nel frattempo il valore aggiunto è cresciuto. Questo significa semplicemente che il capitale ha reagito alla crisi spremendo più valore da un numero minore di addetti;

Detto in sintesi: le aziende hanno continuato a macinare profitti durante la crisi, spremendo la produttività del lavoro e comprimendo i salari. Il punto era quindi partire da questi dati per demolire la retorica di Federmeccanica delle povere aziende in crisi.

Questo intero impianto di ragionamento sparisce invece dall’orizzonte. I 112 euro di aumento al 2024 diventano accettabili semplicemente perchè in un contesto così, non si poteva fare di più. Questa è la nenia che la direzione si prepara a suonare nelle assemblee di fabbrica. Temiamo che nell’epoca di crisi strutturale del capitalismo, “un contesto così” esisterà sempre. Tale argomentazione è potenzialmente un’assicurazione a vita alla rinuncia a qualsiasi rivendicazione migliorativa, con buona pace di tutti i libri scritti sul tempo rubato e salari da fame.

Il contesto, poi, giocava in entrambi i sensi. Rendeva questa vertenza difficile, ma potenzialmente esplosiva. Stiamo parlando di un settore che non si è mai fermato. Se escludiamo l’automotive che va a singhiozzo, il grosso della metalmeccanica italiana – legata in grossa parte all’export – è in piena febbre produttiva. Tanto che si registrano difficoltà di approvvigionamento delle linee produttive, richieste di straordinari e della flessibilità d’orario.

Milioni di lavoratori del settore manifatturiero sono stati dichiarati essenziali, al riparo dal contagio, “protetti” da una serie di protocolli anticontagio assai discutibili. Dopo la truffa dei codici ATECO autocertificati per tenere aperti interi comparti produttivi durante il lockdown generale, si è completamente introiettata l’idea che nessuna zona rossa potesse fermare la macchina produttiva.

Particolarmente nel nord del paese esistevano le condizioni produttive, ma anche psicologiche, per rivalersi di un contesto in cui gli operai sono stati esposti a ritmi di lavoro frenetici e ai rischi del contagio. Per rivalersi cioè di una parte datoriale che ha sposato la linea del “pazienza se muore qualcuno”.

Tutto questo è invece sparito dal dibattito pandemico, sovrastato da mesi di narrazione del “buon Governo Conte”; una narrazione per altro pienamente sposata dalle considerazioni di Fana secondo cui l’azione del ministro del lavoro Nunzia Catalfo era “un terreno propizio per imprimere un cambio di fase”.

Non stupisce quindi che la partita dei rapporti di forza non sia stata semplicemente giocata. Il Ccnl si chiude con 6 ore di sciopero, di cui 2 ad ottobre e 4 a inizio novembre.

Numeri da cui seguono inevitabilmente una serie di domande: se il padronato è stato “piegato” e il fronte padronale “rotto” da una simile modesta potenza di fuoco, cosa si sarebbe potuto fare con una mobilitazione ulteriore? Perché quindi la Fiom ha rinunciato a una ulteriore convocazione di scioperi?

Le ipotesi sono due. O Federmeccanica ha deciso di arrivare a una firma perché non poteva sopportare nemmeno un’ora di sciopero in più, visto il picco produttivo, oppure ha scelto di firmare perché ha considerato pienamente vantaggioso il cedimento sindacale.

E anche sul fronte della Fiom, non c’è molto spazio per la fantasia. O gli scioperi di novembre sono stati un flop o sono stati un successo. Nel primo caso andrebbe messo all’ordine del giorno la discussione sull’indebolimento delle capacità di mobilitazione della Fiom stessa. Anni di concertazione hanno tirato su una intera generazione di funzionari incapaci di organizzare la mobilitazione. Anni di landinismo hanno letteralmente impoverito la cassetta degli attrezzi del dirigente Fiom medio.

Se invece al contrario, lo sciopero di novembre è stato un successo, andrebbe spiegato perché si sia semplicemente rinunciato a proseguire la mobilitazione.

 

Ipca, welfare aziendale e inquadramento

La richiesta di aumenti salariali dell’8% era potenzialmente dirompente. Cozzava infatti con le compatibilità del già citato Patto della Fabbrica, secondo cui gli aumenti contrattuali devono essere in funzione dell’Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato) depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati (senza comprendere quindi bazzecole come il costo dei carburanti o il gas).

Prendere in considerazione tale criterio come riferimento dei possibili aumenti salariali significa di fatto accettare una politica di stagnazione salariale. Che questo sfugga a chi ha le pretese di aver pubblicato uno studio sui salari da fame è inaccettabile.

E’ vero: gli aumenti salariali riconosciuti dal Ccnl metalmeccanico sono circa il doppio di quelli spettanti con l’Ipca. Il che, sia ribadito, dimostra quanto sia criminale aver accettato di prendere tale indicatore a riferimento per determinare gli aumenti salariali. Ma su che base è avvenuto questo scostamento? Il Ccnl metalmeccanico si pone forse fuori dal Patto della fabbrica?

Assolutamente no. Così recita il contratto:

Nel mese di giugno di ciascun anno di vigenza del Ccnl, i minimi contrattuali per livello saranno adeguati sulla base della dinamica inflattiva consuntivata misurata con l’ “Ipca al netto degli energetici importati” (…). Le parti, nel confermare la modalità di definizione dei minimi contrattuali stabilita ai commi precedenti e il relativo regime, convengono che per la vigenza del presente contratto il Tem, oltre che per la dinamica Ipca, è incrementato di una ulteriore componente in considerazione della rilevante innovazione organizzativa determinata dalla riforma dell’inquadramento, come indicato dal Patto della Fabbrica punto 5, lettera H”.

In parole povere, gli aumenti salariali continuano ad essere erogati in base all’Ipca e quella quota salariale in più che viene riconosciuta è in funzione dello scambio avvenuto con il nuovo inquadramento professionale contenuto nel Ccnl. In futuro allo stesso modo aumenti salariali superiori all’Ipca dovranno essere accompagnati da “forti innovazioni “organizzative concesse alle aziende (leggi: ulteriori scambi tra salario e diritti).

Quindi le aziende ritengono di aver barattato con vantaggio aumenti salariali con la nuova riforma dell’inquadramento professionale. Fana invece si precipita a considerare la nuova riforma

Un passaggio anche questo di grande interesse, che dovrà essere valutato nei prossimi anni. (…) Un modello che rilancia una funzione attiva del sindacato nel controllo dell’organizzazione del lavoro per evitare che la definizione degli scatti diventi una decisione unilaterale dell’impresa.

Salvo poi salvarsi in corner e specificare che sull’inquadramento professionale:

Non è semplice formulare un giudizio complessivo, sicuramente i cambiamenti introdotti richiederanno un passo in avanti nella capacità del sindacato di incidere sui cambiamenti organizzativi dell’impresa e sullo stesso processo lavorativo. Se la tecnologia non è neutra, i cambiamenti nell’organizzazione della produzione saranno determinati dai rapporti di forza interni ed esterni alle fabbriche.

Su questo concordiamo. Esprimere giudizi sulla declaratoria dei livelli non è facile. Non entreremo per questo nei dettagli. Ci limitiamo a dire di sfuggita che pare evidente come la nuova declaratoria provi a schiacciare ulteriormente verso il basso i livelli professionali legati alle figure operaie.

Ci limiteremo però qua a seguire il ragionamento di Fana: i rapporti di forza sono determinanti quando si deve entrare in una dinamica così complessa come l’organizzazione del lavoro e le nuove tecnologie. Questa nuova declaratoria di quali rapporti di forza è figlia? E’ figlia di un dibattito capillare nelle aziende, di un aumento di conflittualità riguardo a turni, organizzazione del lavoro, industria 4.0?

Al contrario, il tema salariale è apparso quasi come un diversivo con cui rimuovere i temi legati alla parte normativa, alla Industria 4.0, alla turnistica. La scandalosa parte normativa ereditata dal 2016 è stata mantenuta intatta. Diciamo di più: tale modello contrattuale era stato accettato dalla Fiom nel 2016 in via “sperimentale”. Per quanto tale parola fosse una semplice foglia di fico, essa sparisce. In poche parole il Ccnl 2016 diventa il modello stabile di riferimento per tutta la contrattazione futura.

Ricordiamo che il contratto del 2016 era la continuazione della stagione dei contratti separati inaugurata da Cisl e Uil nel 2008. Esso comprende 80 ore di straordinario obbligatorio, possibilità delle aziende di usufruire di 80 ore di flessibilità orario nel lavoro plurisettimanale, la penalizzazione del pagamento della malattia breve ecc.

Il Ccnl 2021 non è quindi stato nemmeno un’occasione per cancellare o ridimensionare le brutture normative del 2016. Viene anche confermato l’intero impianto legato a welfare aziendale (i benefits) e Metasalute (sanità integrativa) con buona pace della distruzione della sanità pubblica. Che un metalmeccanico, oberato dal costo della vita, sia costretto a fare buon viso a cattivo gioco di fronte ai 200 euro offerti in “buoni spesa” dalle aziende, è comprensibile. Ma il ruolo dei benefits non può sfuggire a chi ha fatto della lotta salariale la propria bandiera.

I “benefits” non sono nient’altro che il vecchio “fuori busta” o il “pagamento in natura” che esisteva negli anni ’50. E se la grande avanzata operaia ha cancellato tale forma di pagamento, un motivo ci sarà. Così come c’è un motivo se invece i “buoni carrello” sono stati introdotti nel 2016 e confermati con questo rinnovo. Sono banalmente il cavallo di troia con cui fare accettare la moderazione salariale.

 

Un errore di impostazione

Tanto ancora si potrebbe dire sul tema – si pensi al riconoscimento dell’alternanza scuola lavoro contenuta nel nuovo Ccnl – ma non era nostra intenzione fornire una guida dettagliata alla contrattazione metalmeccanica. Siamo dovuti entrare nel merito del contratto metalmeccanico lo stretto necessario per articolare i nostri ragionamenti. E già così, come si vede, abbiamo dovuto prendere spazio e tempo. Ci preme concludere con questo: può capitare a chiunque di sbagliare un articolo o di azzardare un ragionamento senza il dovuto approfondimento. Tuttavia quello di Fana non è un incidente di percorso e non lo è nemmeno il fatto che questo articolo sia apparso su Jacobin. O meglio: se di incidente di percorso si tratta, esso è pur sempre figlio di una impostazione.

Le analisi che Fana ci fornisce sono sempre prive di un elemento: la dialettica tra la classe e le sue direzioni. Si fermano alla descrizione dello scenario sociologico. Manca la responsabilità delle direzioni burocratiche operaie nell’aver contribuito a simile scenario. I salari sono bassi e il tempo di vita ci viene rubato. E questo è vero. Ma non siamo giunti fin qua per via di processi puramente oggettivi. Vi siamo giunti attraverso uno scontro. Uno scontro tra capitale e lavoro ma anche uno scontro politico e sindacale interno alla stessa classe.

L’impostazione di Fana invece guarda alla direzione Fiom – oggi completamente succube di quella Cgil – come un grande partito socialdemocratico potrebbe guardare alla propria organizzazione sindacale di riferimento. Se questa concezione ci appare generalmente sbagliata, nel contesto concreto essa suona anche ridicola. È opportunismo, per di più senza opportunità.

La storia della classe non è storia puramente sociologica. E’ anche storia del conflitto contro il burocratismo delle proprie stesse organizzazioni.

Per ogni legge, contratto, accordo che ha determinato l’attuale scenario, c’è una storia di correnti politiche e sindacali che hanno provato a resistervi. Nel 2016 ci fu chi organizzò l’opposizione a quel contratto mentre le attuali direzioni sindacali lo incensavano. Lo stesso accadrà oggi. Proveremo a spiegare nelle aziende come anche questo rinnovo contrattuale sia l’ennesimo frutto dell’equivoco e della rassegnazione. Tale punto di vista risulterà quasi certamente minoritario nei numeri. Sappiamo anche però che i “giacobini” dovrebbero stare dalla parte di quella che oggi è minoranza. Perché è anche attraverso questo sforzo di chiarificazione che passano le rivoluzioni.