29 marzo del 2021, i sindacati confederali e la multinazionale Just Eat siglano un accordo integrativo basato sul CCNL della logistica e dei trasporti. Il fatto viene celebrato come una grande vittoria, la tanto odiata autonomia della partita iva scompare per i rider di Just Eat. Ma è proprio tutto oro quel che luccica? Facciamo un po’ di chiarezza.


Ferie, permessi, tredicesima, quattordicesima, TFR, contributi INPS pagati dall’azienda e altro ancora, finalmente tutti i diritti o quasi dei lavoratori subordinati vengono conquistati. I sindacati confederali e i loro giornali di fiducia sbandierano il risultato ottenuto dopo mesi e mesi di trattative e soprattutto dopo l’accordo capestro con Anar – Ugl come un baluardo di salvezza assoluto contro la falsa autonomia.

Falsa autonomia sì, perché il lavoro dei rider inquadrato come lavoro autonomo nel concreto non lo è mai stato. I rider non sono autonomi in quanto devono sottostare ai dettami dell’azienda che si cela dietro la piattaforma, in questo caso Just Eat. L’unico margine di autonomia che hanno è la scelta dell’orario di lavoro entro certi margini. Certo, possono anche scegliere di non lavorare, ma questo non è comunque un problema per l’azienda in quanto essendo pagati a cottimo ed essendoci un ricambio di personale continuo le perdite di guadagni se un rider (o più rider) si astengono dal lavoro sono praticamente impercettibili.

In Italia questo tipo di rapporto lavorativo, basato appunto sul cottimo, è illegale e una parte dei sindacati intravedendo questo spiraglio come occasione per rinvigorire le loro fila e rafforzare la propria posizione ormai evidentemente in affanno soprattutto dal punto di vista “di immagine” hanno deciso di cogliere la palla al balzo facendo propaganda in un settore molto precario e che prima o poi, vuoi le pressioni sindacali, vuoi le pressioni giudiziarie, vuoi la volontà aziendale, sarebbe stato regolarizzato.

Just Eat per ora è l’unica azienda del food delivery ad aver intrapreso di propria iniziativa (comunque spinta da diversi scioperi spontanei nati spesso e volentieri fuori dai circuiti confederali) questa strada ma molto probabilmente, vista la famosa sentenza del tribunale di Milano del 24 febbraio, anche le altre piattaforme regolarizzeranno i loro rider. Una cosa è certa, le pressioni di certi ambienti della borghesia ben pensante sono troppo forti perché la situazione dei rider rimanga tale e quale a quella odierna.

Ma per capire meglio la vicenda, andiamo con ordine. Tutto ha avuto inizio con il famoso articolo 2 del Jobs Act che va a regolare le cosiddette Collaborazioni Continuative Organizzate che in sintesi garantisce flessibilità da autonomia e tutele da subordinato ripreso poi dall’ex Ministro del Lavoro Luigi di Maio che, salito al potere nel giugno 2018 con il governo gialloverde, promise di garantire maggiori tutele anche ai rider. E dopo tante promesse cadute nel nulla l’allora ex ministro promulgò il famoso “decreto salva imprese” che però di fatto non garantiva nulla di concreto per i rider se non qualche copertura assicurativa. Con la caduta di quel governo la vicenda dei rider cadde nel vuoto per poi essere ripresa in considerazione dall’ex Ministro Nunzia Catalfo e dalla Procura del Tribunale di Milano. Il governo molto semplicemente aprì solo un tavolo di trattative tra sindacati e Assodelivery affinché fosse siglato un accordo integrativo sulla base della normativa del Jobs Act. Si trattò di una trattativa truffa condotta da Assodelivery che puntava a non modificare più di tanto la situazione e da Ugl, un sindacato non rappresentativo del settore, vicino agli ambienti della destra parlamentare e alla visione liberista del “fare impresa”. Si giunse così al famoso accordo del 3 novembre che di fatto non garantiva nulla delle tutele previste se non i fantomatici 10 € ad ora lavorata. L’accordo tra l’altro non venne rispettato da nessuna delle piattaforme le quali continuarono ad imporre le proprie tariffe e a ribassarle a proprio piacimento. Poco dopo quella data però accadde un fatto clamoroso, Just Eat annunciò il suo sganciamento da Assodelivery dichiarando apertamente di essere disposta ad assumere i suoi rider su tutto il territorio nazionale.

Il progetto Scoober, il nome di questa iniziativa, partì da marzo del 2021 nella piccola cittadina di Monza dove Just Eat con la scusa di “voler fare un esperimento” applicò un suo contratto. Nel frattempo si aprì anche la trattativa tra Just Eat e le parti sociali, ovvero i sindacati confederali. Poco prima delle trattative successe un altro fatto inaspettato. Una sentenza emessa dalla Procura del Tribunale di Milano riconobbe il rapporto lavorativo dei rider come un rapporto subordinato e di conseguenza obbligò le piattaforme del food delivery ad assumere tutti i suoi fattorini entro il 24 maggio o a pagare una multa salatissima. Questo fatto mise l’acceleratore a Just Eat facendo si che quest’ultima velocizzasse il processo di estensione del progetto Scoober in tutta Italia.

Ad oggi tuttavia le assunzioni vanno molto a rilento, molti rider sono restii a firmare il recesso dall’attuale contratto e a firmare quello nuovo. È importante sottolineare che l’azienda che si occuperà del nuovo progetto Scoober è Takeaway, un’azienda che ha comprato le quote di Just Eat ed è presente già in altri paesi europei quali la Gran Bretagna e la Danimarca. Di Just Eat di fatti rimarrà solo il marchio, per questo la procedura prevede di recedere dall’attuale contratto con chiusura dell’account dopo 30 giorni. Ma la procedura in realtà è poco limpida perché è gestita da tre società diverse: quella uscente, l’agenzia interinale e Takeway. E anche tra chi nonostante tutto è disposto a firmare ci sono stati parecchi problemi. Il nuovo accordo siglato il 29 marzo pare che non venga rispettato in tutti i suoi punti, soprattutto per quanto riguarda le assunzioni e per quanto riguarda l’assegnazione delle ore.

In merito a ciò il nuovo accordo prevede il diritto di prelazione sugli attuali rider a tempo indeterminato o a chiamata senza periodo di prova per chi ha svolto 60 giorni di lavoro con Just Eat. In quanto alle ore invece, l’art. 23 dice chiaramente che queste devono essere assegnate sulla base della media oraria delle ore svolte precedentemente. Ma a quanto pare l’azienda alla maggioranza dei rider finora in assunzione ha proposto solo 10 ore settimanali. Nonostante esistano anche pacchetti da 20 e 30 ore, questi sono stati proposti solo ai rider che prima di media svolgevano 40 ore settimanali. Le 40 ore sono state del tutto escluse nonostante l’accordo integrativo faccia riferimento al CCNL della Logistica e del Trasporto Merci. Per quanto riguarda la paga invece, l’accordo prevede 7,50 € lordi di base + 1 € tra tredicesima e quattordicesima + 0,25 € a consegna (ne sono previste almeno due in un’ora) + 0,15 € di rimborso kilometraggio per i motorini e 0,06 € per bici ed e bike (le macchine non sono previste) + 0,60 € di accantonamento TFR. È prevista poi una maggiorazione per lavoro notturno, supplementare e festivo del 10% e una maggiorazione per lavoro straordinario del 30%. E per finire dopo due anni è previsto lo scatto di anzianità di 2 € facendo entrare a pieno titolo la retribuzione prevista dal CCNL Logistica e Trasporti.

Questo è il nuovo contratto con il quale verranno assunti i rider di Just Eat. In generale emerge un quadro piuttosto nero. Altro che CCNL Logistica e Trasporti, nei primi due anni è un Multiservizi in sostanza. E questo dimostra che ancora una volta senza un’accanita lotta da parte dei lavoratori della categoria i margini di trattativa rimarranno sempre di gran lunga favorevoli alle aziende e sfavorevoli ai loro dipendenti che anche in questa occasione sono stati galvanizzati dai sindacati con un tavolo di trattative. Il nemico contro cui scioperare fino all’ultimo è rimasto solo ed esclusivamente il cottimo e Just Eat ovviamente ha saputo trarne i maggiori benefici da questa situazione garantendo visibilità a sé stessa, la pace con le sigle sindacali e un maggiore sfruttamento dei suoi rider. È ora di abbandonare l’idea che con le trattative si ottengano grandi risultati e scendere in piazza per scioperare ma questa volta non solo contro il cottimo ma anche contro questo accordo ingiusto che è ancora troppo poco e per troppi pochi di noi.

Solo la nostra unità al di la delle sigle sindacali a prescindere dalle aziende con cui lavoriamo e la nostra combattività come lavoratori e lavoratrici del food delivery potrà strappare risultati complessivamente migliori, non elemosine, ma quello che ci spetta per vivere una vita dignitosa.

 

Un rider