Come giovani, student* e lavorator* dei raggruppamenti attivi e organizzati nella Frazione Trotskista – Quarta Internazionale (FT-QI) nello Stato Spagnolo, negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Argentina, Brasile, Venezuela, Bolivia, Cile, Messico, Uruguay, Italia, Costa Rica e Perù, ci uniamo allo sciopero mondiale per il clima del 24 settembre, e in sette lingue diverse gridiamo la stessa cosa: se il capitalismo distrugge il pianeta, distruggiamo il capitalismo!

Questo 24 settembre riempiremo le strade ancora una volta in un nuovo Sciopero Mondiale per il Clima. I motivi sono numerosi: l’acuirsi della crisi climatica, dimostrato dalle inondazioni, siccità e incendi forestali che hanno colpito ogni angolo della Terra con durezza, come descrive l’ultimo rapporto del Pannello Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC), e i piani estrattivisti dell’imperialismo, in Africa come in America Latina, rendono ancora più urgente la necessità di mobilitarsi.

In questa chiamata per il 24/09 pretendiamo dai governi che si adottino misure immediate per frenare il riscaldamento globale e avanzare nella transizione energetica. Tuttavia, di fronte all’aggravarsi della crisi, è necessario portare avanti un programma indipendente e conquistare una strategia per porre fine alla causa principale della catastrofe ecosociale che ci affligge: il sistema capitalista.

Il riscaldamento globale come risultato della produzione capitalista rappresenta una minaccia diretta per la vita di centinaia di milioni di persone, nelle prossime decadi. Però, invece di soccombere alla disperazione e alla demoralizzazione climatica, dobbiamo incanalare la nostra frustrazione verso la lotta per scardinare il sistema economico. Non è troppo tardi per evitare livelli catastrofici di riscaldamento; ma non possiamo illuderci che i partiti del capitale possano implementare i cambiamenti di cui abbiamo bisogno. Solo la classe lavoratrice e i suoi alleati hanno il potere per costruire un nuovo sistema che abbia a cuore gli interessi congiunti dell’umanità.

Con una crisi ambientale che si aggrava sempre più, non c’è tempo da perdere

La pubblicazione della prima parte della sesta valutazione del report dell’IPCC è stata piuttosto illuminante: l’evidenza scientifica raccolta mostra come il processo di riscaldamento globale ha conseguenze sempre più pericolose, rende ogni volta la sua reversibilità un obbiettivo più difficile e lontano, e accorcia i tempi utili per trovare le misure necessarie per farvi fronte. I cambiamenti nel clima della Terra stanno avendo luogo “in tutte le regioni, e nel sistema climatico nel suo complesso”; molti di questi cambiamenti osservati nel clima “non hanno precedenti osservabili nelle ultime migliaia, talvolta anche centinaia di migliaia di anni, e alcune variazioni che già stanno producendo, come l’aumento costante del livello del mare, non saranno reversibili per secoli o addirittura millenni”.

Se da un lato, tuttavia, l’evidenza scientifica del riscaldamento globale è una chiave di lettura del report IPCC, l’altra chiave è quella della chiara connessione tra esso e il modo di produzione capitalista. Non ci sono ormai dubbi sull’impatto di questo sistema produttivo sull’ambiente e sul clima, il quale ha subito un incremento pauroso della propria temperatura fin dall’inizio della Rivoluzione Industriale, essendo l’emissione di gas serra responsabili di uno squilibrio globale che ci sta portando alla catastrofe.

Il documento insiste sul fatto che, a meno che non si riducano considerevolmente le emissioni di anidride carbonica – e di altri gas responsabili dell’effetto serra – con l’obbiettivo di arrivare a un livello netto pari a zero intorno al 2050, la meta stabilita dall’Accordo di Parigi sarà irraggiungibile. Tale accordo, negoziato durante la ventunesima Conferenza sul Cambiamento Climatico (COP21) del 2015, cerca di mantenere l’aumento della temperatura globale a un livello medio inferiore a 2°C e limitare che a arrivi a 1.5°C, soglie che demarcano conseguenze gravi per lo sviluppo della vita sul pianeta. In realtà, questi obbiettivi stanno naufragando disastrosamente. Secondo le stime più pessimistiche, ci si aspetta che il pianeta superi il limite dei 1,5°C in poco più di un decennio, e che alla fine del secolo si raggiungeranno 3°C di riscaldamento.

Le conseguenze catastrofiche di questa dinamica sono già in vista: un aumento generalizzato e senza precedenti di casi di siccità in Argentina e Brasile, così come incendi fuori controllo in Turchia, Grecia, Tunisia, Italia e Stati Uniti, piogge torrenziali e inondazioni in Cina, Germania e altri paesi del Nord Europa, come anche in America Latina, una delle regioni più colpite da tempeste e inondazioni, come è successo in Messico una settimana fa.

Siamo testimoni dell’intensificazione dei cicloni tropicali, del riscaldamento e dell’acidificazione dei mari, dei fiumi e degli oceani, di ondate di calore, precipitazioni estreme e inondazioni, tutte manifestazioni terribili di una situazione completamente inedita per il genere umano, e benché sembra quasi naturale che accada questo tipo di fenomeni, non si possono dare per scontati i costi delle vite e delle perdite materiali. Le tragedie e i danni sociali sono responsabilità dei governi e sono assolutamente evitabili, ma sono necessari piani di costruzione e adattamento sotto controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, in coordinamento con le popolazioni colpite da questi eventi.

Gli effetti del cambiamento climatico sono sentiti dai giovani, dai lavoratori, dalle donne e dai disoccupati nei territori, dalle popolazioni contadine e indigene, mentre quel pugno di uomini e donne d’affari nel mondo, che sono multimilionari a spese del nostro lavoro, possono facilmente delocalizzare dalle zone più colpite dal cambiamento climatico. Loro e il loro sistema sono responsabili della distruzione della natura, anche se le conseguenze non sono le stesse per tutti.

Non è “l’attività umana”, ma il capitalismo. Che la paura del collasso non ci impedisca di pensare a nuovi futuri

La responsabilità del riscaldamento globale e degli ecosistemi ha una forma storica concreta: il sistema capitalista. Marx vedeva una incompatibilità fondamentale tra la produzione sostenibile ed il capitalismo: attraverso la produzione di merci – spiegò – il capitalismo crea una rottura metabolica, alterando le condizioni necessarie per uno scambio stabile e duraturo tra gli esseri umani e la natura. Se lui è stato in grado di descrivere questo fenomeno in relazione all’estrazione di risorse naturali utili al mantenimento dell’agricoltura capitalista, oggi siamo testimoni della stessa rottura metabolica che occorre nei vari sistemi terrestri e dell’effetto che ha sul clima, sull’acqua e sull’aria.

L’irrazionalità di questo metodo di produzione, il quale è basato sullo sfruttamento del lavoro, sulla mercificazione, lo spoglio e la distruzione della natura, nella crescita illimitata della produzione e del consumo – pensato per il guadagno imprenditoriale e non per le necessità delle persone – lo rende incapace di mantenere una relazione armonica con il sistema Terra.

Sono le imprese multinazionali come Chevron, Shell, Total, Repsol, ExxonMobil, British Petroleum, ENI, tra le più conosciute, quelle che lucrano sull’estrazione e la produzione dei combustibili fossili, mentre i governi le stimolano e garantiscono la continuità dei loro affari. Il capitalismo continua a generare tutta una serie di processi autodistruttivi che producono effetti brutali sulle persone e le specie animali, molti dei quali ancora non sono veramente conosciuti. La logica è quella di distruggere una regione, o “zona sacrificabile” – e passare subito a quella dopo, in cerca di nuovi profitti.

Mentre milioni di persone in tutto il mondo soffrono la fame, la pandemia, di natura zoonotica, ha reso chiaro come il mercato agricolo e la produzione industriale di alimenti, stimolati dalla ricerca di profitto, distruggono interi ecosistemi per destinare aree sempre nuove alla monocoltivazione, liberando agenti patogeni come il coronavirus o producendo condizioni ideali per la loro diffusione, come impianti di allevamento massivo, dove gli animali vengono maltrattati e uccisi, oltre che riempiti di antibiotici, come abbiamo visto nel caso dell’influenza aviaria come in molti altri. Il capitalismo mercifica gli animali e li rende meri macchinari da sfruttare.

Tuttavia ci sono coloro che affermano con certezza che il problema siano “gli esseri umani”, e non questo modo di produzione irrazionale e incontrollabile. Tali discorsi, che si uniscono a coloro che dicono che non ci sono alternative possibili sulla strada per il collasso e l’estinzione, bloccano la possibilità di pensare a costruire altri futuri possibili. Ci frenano dall’immaginare un altro sistema sociale, come il socialismo, un sistema organizzato democraticamente dai lavoratori, ascoltando tutte le voci e ponendo la scienza al servizio della pianificazione economica, produttiva e distributiva sulla base di una nuova relazione armonica razionale e sostenibile, con la natura, dove nessuno si trovi a soffrire per il fatto di non poter mangiare.

Vertici sul clima: una grande farsa per non cambiare nulla

Proprio come l’ultimo rapporto IPCC ha dimostrato che l’accordo di Parigi è stato completamente impotente nel frenare le emissioni di CO2, la COP 26 a Glasgow a novembre sarà una nuova messa in scena di questa farsa.

La realtà è che questi vertici sono stati e continuano ad essere dominati dalle grandi corporazioni capitaliste e dai governi delle principali potenze inquinanti del pianeta. Questo è diventato evidente alla Conferenza sul clima di Madrid (COP25) nel 2019, che è stata sponsorizzata da Endesa e Iberdrola, due pesi massimi dell’oligopolio energetico e la prima e l’ottava azienda più inquinante in Spagna. O nella fuga di documenti che provano l’interferenza delle grandi compagnie petrolifere ed energetiche nordamericane nei vertici sul clima tenutisi tra il 1989 e il 2002 e nella stesura finale dei loro accordi; o il caso della Shell, che è tra le 10 compagnie più inquinanti del pianeta e come ha influenzato la stesura degli stessi accordi di Parigi.

Sono queste corporazioni imperialiste e le loro lobby multimilionarie, insieme alle grandi banche e ai governi capitalisti in complicità con gruppi armati privati e paramilitari, che promuovono l’estrazione e la produzione di combustibili fossili, o megaprogetti inquinanti in paesi semicoloniali in America Latina e in Africa, di pari passo con lo spostamento delle comunità indigene e un gran numero di attacchi e assassinii di difensori della terra e attivisti ambientali.

Le misure dettate dai vertici e le agende “verdi” dei governi vengono attuate solo finché non colpiscono gli affari e gli interessi delle grandi corporazioni, il commercio mondiale e la produzione capitalista. Le cosiddette energie rinnovabili, che sono ad alta intensità di capitale e tecnologia, sono sviluppate dalle grandi multinazionali come una nuova fonte di accumulo di ricchezza. Il discorso verde di queste corporazioni e dei paesi imperialisti pone un’enfasi speciale sulla necessità di incentivi fiscali per garantire la redditività delle energie rinnovabili. Continua a trattare l’energia come una merce e riduce il problema alle emissioni di gas serra, nascondendo deliberatamente, tra le altre cose, l’impatto sociale e ambientale dell’estrazione mineraria necessaria per ottenere i materiali utilizzati nelle infrastrutture delle rinnovabili. Quando i paesi imperialisti e le multinazionali sono riusciti a ridurre le loro emissioni di gas serra, lo hanno fatto delocalizzando la loro produzione e l’inquinamento in paesi semicoloniali con la complicità dei capitalisti nativi e dei loro governi, e rafforzando i legami di dipendenza.

Per dare un’idea della farsa basta dire che il 50% delle emissioni totali di CO2 dall’inizio dell’era industriale (nel 1750) sono state rilasciate nell’atmosfera dall’entrata in vigore del protocollo di Kyoto nel 1997)( in poi, e solo negli ultimi sette anni il 10%. Dopo il vertice di Parigi (2015), sono stati registrati i più grandi aumenti delle emissioni di CO2 nella storia del capitalismo.

La crisi climatica, che è diventata sempre più rilevante nei vertici e forum internazionali come i Summit della Terra e i confronti convocati da Joe Biden quest’anno (come l’Earth Day e i Forum dell’Energia), la CELAC e il vertice del G7, sono guidati dall’inizio alla fine dalle grandi potenze imperialiste, sia per aprire nuovi mercati che per sviluppare il business legato all’energia pulita.

Negazionismo reazionario e capitalismo verde, due risposte del potere che portano al disastro

Di fronte al riscaldamento globale, vengono proposte diverse strategie nel quadro del capitalismo. Da un lato, il negazionismo dell’estrema destra, con figure come Bolsonaro, Abascal, Morrison o al momento Trump, allineati con gli interessi del grande capitale dedicato ai combustibili fossili e all’agribusiness – ma anche quelli che stanno già preparando il business della transizione, come Elon Musk, che non si fa scrupoli a sostenere l’ingerenza imperialista in Bolivia per garantire l’estrazione del litio distruggendo ecosistemi e popolazioni. Questa posizione, finanziata dalle grandi corporazioni dell’industria petrolifera, energetica e automobilistica, è ancora in voga e sta cercando di diffondersi, soprattutto in America Latina, tra settori della gioventù di sedicenti “libertari”.

D’altra parte, tutte le varianti del capitalismo verde e i suoi rappresentanti politici, dai governi e partiti dell’establishment imperialista mondiale ai partiti social-liberali e verdi, mostrano ad ogni passo che usano il discorso verde solo come greenwashing per favorire le loro borghesie o per attuare politiche reazionarie.

Nonostante le promesse della sua campagna elettorale e il flirt con la politica del Green New Deal, l’imperialista Joe Biden ha agito come un feroce difensore degli interessi delle grandi corporazioni profittatrici di combustibili fossili, concedendo oltre 2.000 nuovi permessi per l’esplorazione di petrolio e gas nelle terre pubbliche e tribali nei primi sei mesi dell’anno (e progettando di concedere 6.000 permessi entro la fine dell’anno), mentre faceva pressione sull’OPEC per aumentare la sua produzione di petrolio. Allo stesso tempo, l’esercito americano e la sua infernale macchina da guerra, dispiegata in tutto il mondo, consuma più combustibili fossili ed emette più gas inquinanti di 140 paesi. Da parte sua, la Cina è il maggior produttore mondiale di CO2 con il 30% del totale. E non solo prevede di iniziare a ridurre le sue emissioni solo nel 2026, ma continua a costruire centrali a carbone mentre esternalizza attivamente la sua distruzione e i suoi rischi ambientali con la sua politica estrattivista in America Latina e in altre regioni esportando mega allevamenti di maiali, mega progetti idroelettrici, ecc.

Lo stesso accade con il discorso verde del governo di Alberto Fernández in Argentina, che in nome di un falso “sviluppo” promuove lo sfruttamento degli idrocarburi anche in mare aperto, destinando milioni di sussidi statali al fracking nella località di Vaca Muerta (considerato dalla stessa ONU una “bomba di carbonio”), come parte di tutta una matrice estrattivista che include mega-minerario, agribusiness e produzione industriale di maiali; O quello del governo PSOE e Podemos in Spagna, che si vanta del suo impegno per l’ambiente ma sta distribuendo miliardi di euro di fondi dell’Unione Europea alle aziende più inquinanti del paese, per citare solo alcuni esempi. O in altri casi in America Latina, dove i governi che si definiscono “anti-neoliberali” combinano una retorica di difesa delle imprese statali, per lo più produttori di idrocarburi, con megaprogetti di investimento privato imperialista, con i quali cercano di mantenere una retorica progressista mentre continuano con piani ecocidi e di espropriazione.

L’utopia del Green New Deal

La politica del Green New Deal (GND) è sostenuta dall’ala “progressista” del Partito Democratico americano come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez e dal Democratic Socialist Party (DSA), così come da altre figure della sinistra neoriformista europea, come Pablo Iglesias e Iñigo Errejón in Spagna, e persino Pedro Sánchez del PSOE ha flirtato con l’idea, come Biden.

Mentre il GND propone alcuni aspetti che sono accolti con favore dal movimento ambientalista – come le garanzie per i posti di lavoro dei lavoratori che vengono licenziati nel settore dei combustibili fossili, un grande programma di lavori pubblici o garanzie per i diritti sindacali – i grandi partiti del capitale mettono ogni possibile ostacolo alla realizzazione di queste richieste. Ma il loro più grande limite non è questo, ma che come programma sostengono che le megacorporazioni responsabili dell’attuale crisi ecologica dovrebbero, attraverso sussidi statali, essere quelle che sviluppano le infrastrutture per uscire dal casino.

Non solo questo è un sogno irrealizzabile – le corporazioni si sono rifiutate fermamente di allontanarsi dai combustibili fossili anche quando gli sono stati forniti significativi finanziamenti statali – ma premia proprio le aziende che sono responsabili della crisi climatica ed ecologica che affrontiamo. I giganti dell’energia, le compagnie di combustibili fossili e tutti i più grandi inquinatori del mondo non saranno incentivati a passare all’energia verde finché ci saranno opportunità di continuare a fare mega-profitti nei settori del petrolio, del gas e del carbone.

Sia difendendo l’implementazione di programmi come la GND o diventando portabandiera di proposte simili come l’Agenda 2030 dell’ONU, le correnti neo-riformiste come Podemos o Más País in Spagna, il DSA americano o France Insoumise in Francia, si subordinano alla strategia del capitalismo verde. In questo modo, finiscono per agire come giustificatori “di sinistra” dell’idea utopica e reazionaria che un “capitalismo sostenibile” sia possibile e che le corporazioni che hanno generato la crisi attuale possano diventare i salvatori del pianeta.

Nessuno dei governi e dei partiti capitalisti, nemmeno quelli che si presentano come “verdi”, “progressisti” o della sinistra neoriformista, sono disposti a prendere le misure richieste dalla situazione. Perché per farlo dovrebbero confrontarsi decisamente con gli interessi dei capitalisti. Al contrario, alcuni di loro intendono far passare pseudo-misure per mitigare il cambiamento climatico facendo pagare i costi alla classe operaia e ai settori popolari. È il caso dei Verdi in Germania, che vogliono aumentare la tassa sulla CO2, colpendo soprattutto la classe operaia, e stanno preparando licenziamenti massicci per far avanzare il “cambiamento strutturale” verso la produzione di auto elettriche, produzione che, di per sé, non è nemmeno una misura verde a causa dell’enorme costo in materiali coinvolti. È la stessa politica promossa da Macron in Francia, con l’aumento del prezzo del diesel che ha scatenato il movimento dei Gilet Gialli, o la chiusura della raffineria Grandpuits, i cui lavoratori in alleanza con i movimenti ambientalisti hanno risposto con un piano per mantenere i posti di lavoro riconvertendo l’azienda in modo sostenibile. In America Latina, il meccanismo imperialista del debito estero serve come estorsione per l’avanzata estrattivista; i governi, senza distinzione, riconoscono il debito e lo usano come scusa per “ottenere dollari” per pagarlo e giustificare questa matrice commerciale distruttiva e inquinante.

Il movimento giovanile per il clima e le strategie concorrenti

Il movimento giovanile, che è sorto in tutto il mondo negli ultimi anni, ha mostrato una determinazione nel denunciare la crisi climatica come nessun altro ha fatto. Di fronte ai “poteri infernali” che il capitalismo ha generato, le cui conseguenze sono ormai inevitabili, è il momento di continuare a portare in primo piano la tattica dello sciopero, sia degli studenti che dei lavoratori, come metodo di lotta per rendere visibili le nostre richieste.

Ma all’interno del movimento non abbiamo tutti la stessa strategia. Mentre ci sono settori che difendono il Green New Deal o politiche simili gestite dagli Stati capitalisti come prospettiva, altri sottolineano la necessità di promuovere cambiamenti individuali, per esempio, cambiando le abitudini dei consumatori, e che la lotta politica si svolge a livello locale o micro, mentre la borghesia ha a disposizione governi, Stati e organizzazioni internazionali per promuovere i suoi affari. Un’altra tendenza diffusa ha una forte componente antipolitica e critica su un piano di parità qualsiasi tipo di organizzazione politica, senza delimitazione di classe né distinzione tra partiti o organizzazioni legate a interessi borghesi, Stati e governi, e le azioni e organizzazioni dei giovani e delle maggioranze sfruttate e oppresse stesse. Questo include sia gruppi o ONG che non vogliono denunciare partiti e governi per non perdere il loro appoggio in questi settori, anche dando loro il loro appoggio “critico”; sia quelli che credono che solo la lotta sociale e i suoi movimenti siano sufficienti per vincere, e negano la lotta politica. Infine, in molti settori c’è una fiducia nel ruolo degli Stati capitalisti come agenti di cura e redistribuzione, che presuppone che i cambiamenti necessari per superare questa crisi siano interamente possibili all’interno delle democrazie borghesi, ignorando sia l’esperienza storica che il potenziale di auto-organizzazione del proletariato.

L’unico modo per attaccare le cause della catastrofe ambientale globale che ci minaccia è coinvolgere la maggioranza della popolazione nella lotta, con la classe operaia in prima linea. Se il rapporto della società con il resto della natura è mediato dalla produzione, è rivoluzionando la produzione che il metabolismo con la natura può essere regolato razionalmente. Ecco perché la classe operaia, l’unica classe realmente produttrice della società, è l’unica classe che può agire pilastro di un’alleanza sociale capace di attivare il “freno d’emergenza” di fronte al disastro in cui il capitalismo ci sta portando.

La necessità che la classe operaia si unisca alla lotta per il clima con le proprie richieste e i propri metodi di lotta è vitale per lo sviluppo del movimento. È necessario aiutare a rompere i pregiudizi che esistono in ampi settori della classe operaia nei confronti del movimento ambientalista, anche se spesso sono giustificati da politiche che in nome della “difesa dell’ambiente” lo hanno disprezzato equiparandolo ai padroni inquinanti o hanno addirittura promosso misure che implicano un attacco diretto alle loro condizioni di vita senza altra alternativa. Ma, soprattutto, è necessario affrontare e denunciare il ruolo reazionario svolto dalla maggior parte dei sindacati burocratizzati. Specialmente nei settori dell’industria pesante e dell’industria energetica, le burocrazie sindacali agiscono come i migliori partner dei capitalisti. Spesso si oppongono a qualsiasi misura di transizione ecologica, per quanto superficiale possa essere, con l’argomento di “salvare posti di lavoro”, quando ciò che nascondono in realtà è una politica di salvataggio dei profitti dei capitalisti, legando il destino della classe operaia ai buoni affari dei padroni.

La classe operaia ha mostrato in molte occasioni il suo potenziale per fornire una via d’uscita dalla catastrofe ambientale, unendo le sue richieste a quelle del movimento ambientalista, come nello sciopero alla raffineria Total di Grandpuits (Francia), o nel cantiere navale Harland and Wolff in Irlanda, che è stato dichiarato in bancarotta, ma i suoi lavoratori hanno preso il controllo degli impianti chiedendone la nazionalizzazione e l’implementazione di energia pulita; o con la partecipazione di settori di lavoratori nelle lotte contro le mega-miniere in Argentina, unendosi al movimento ambientalista e ai giovani che stanno affrontando l’estrattivismo. Queste esperienze incipienti sono una tendenza che deve essere sviluppata promuovendo organizzazioni di lotta e auto-organizzazione che uniscano la classe operaia con i movimenti giovanili e ambientali.

I giovani hanno il diritto inalienabile di ribellarsi contro un sistema che sta letteralmente portando via il futuro delle prossime generazioni. Ma perché questa ribellione abbia successo, essa ha bisogno di un’organizzazione indipendente della classe operaia e della gioventù sfruttata e oppressa, che difenda un programma e una strategia di lotta per conquistare i governi dei lavoratori e dei popoli oppressi in rottura con il capitalismo. Contro coloro che dicono che questa prospettiva è utopica, difendiamo che, al contrario, è la più realistica: senza pianificare razionalmente l’economia e porre fine alla dinamica ecodistruttiva del capitalismo che ci sta portando alla catastrofe, non saremo in grado di fermare l’ecocidio.

Dobbiamo costruire partiti rivoluzionari, stimolando l’autorganizzazione, per sconfiggere tutti coloro che si oppongono a questa prospettiva, a cominciare dalle burocrazie sindacali e dei movimenti sociali e dalle direzioni politiche riformiste che fanno di tutto per impedire ai giovani di ribellarsi e ai movimenti di lotta di svilupparsi.

Abbiamo bisogno di una strategia per attivare il “freno di emergenza”

Il cambiamento climatico sta già generando catastrofi ed effetti socio-politici inevitabili di cui le grandi potenze e le corporazioni capitaliste sono non solo le più responsabili, ma anche pienamente consapevoli. Ecco perché da anni perseguono un adattamento militarizzato al cambiamento climatico, che vede i suoi effetti come rischi politici e di sicurezza nazionale per le classi dirigenti. Un documento del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti del 2015 sostiene che “il cambiamento climatico è una minaccia crescente e urgente per la nostra sicurezza nazionale, contribuendo ad aumentare i disastri naturali, i flussi di rifugiati e i conflitti per le risorse di base come cibo e acqua”. E come si preparano? Con più eserciti (sia statali che parastatali), recinzioni per il controllo dei confini, proliferazione di discorsi e misure razziste anti-immigrazione, più campi di concentramento per migranti e rifugiati, più forze di sicurezza private e repressione dei disastri naturali per difendere infine arcipelaghi di prosperità in mezzo a oceani di miseria e degrado.

Vale la pena ricordare che quelli che stanno soffrendo le conseguenze peggiori della crisi climatica sono i paesi che contribuiscono meno alle emissioni di CO2, mentre allo stesso tempo sono quelli che iniziano a registrare migrazioni di popolazione a causa di catastrofi sociali derivanti da eventi meteorologici estremi, come nel caso dell’America Centrale, che, secondo l’ONU, è la regione che si è caratterizzata come particolarmente vulnerabile agli impatti del cambiamento ambientale e climatico.

Di fronte a questo, e contro tutte le visioni catastrofiste che portano allo scetticismo, anche la classe operaia, i giovani e le lavoratrici e i settori popolari di tutto il mondo devono essere preparati. La catastrofe ambientale porterà con sé la lotta di classe e la ribellione degli sfruttati per la sopravvivenza, non solo la possibilità di vie d’uscita reazionarie e persino “eco-fasciste”.

Ma non dobbiamo lottare solo per la sopravvivenza, perché il capitalismo non solo devasta il nostro futuro sotto forma di distruzione ambientale, ma anche distruggendo la nostra aspettativa di vita. Viviamo in un sistema che condanna gran parte degli esseri umani a vivere in condizioni di miseria e al quale i giovani non devono più nulla. Sta a noi fare in modo che il futuro sia nei limiti biofisici del pianeta, ma anche in un sistema che permetta lo sviluppo delle capacità e delle abilità degli esseri umani, rendendo possibile la felicità e la realizzazione personale e disaccoppiando il valore umano dalla produttività. Solo in questo modo possiamo affrontare i grandi problemi dei giovani, che comprendono la salute mentale sempre più minata dall’impotenza di fronte alla precarietà, l’insuccesso scolastico, la mancanza di tempo e lo sfruttamento sul lavoro.

Mai come ora è urgente “attivare il freno d’emergenza” contro il capitalismo; affrontare le conseguenze della crisi climatica che colpisce le maggioranze lavoratrici del mondo, e allo stesso tempo lottare per distruggerne le cause.

Un programma di transizione anticapitalista per evitare la catastrofe

Di fronte alla prospettiva assolutamente irrazionale a cui ci sta portando il capitalismo, è evidente la necessità di misure drastiche e urgenti per prendere il presente e il futuro nelle nostre mani attraverso una pianificazione razionale dell’economia mondiale; o come direbbe Marx, attraverso “l’introduzione della ragione nella sfera dei rapporti economici”. Questo può essere possibile solo se la pianificazione dell’economia è nelle mani dell’unica classe che, per la sua situazione oggettiva e i suoi interessi materiali, ha la capacità di guidare il resto dei settori oppressi per evitare la catastrofe: la classe operaia. La classe operaia, in tutta la sua eterogeneità – che comprende le diverse nazionalità, i popoli nativi e la lotta delle donne contro l’oppressione patriarcale – ha la forza sociale per portare avanti un’alleanza operaia, popolare e giovanile per porre fine alla doppia alienazione del lavoro e della natura imposta dal capitalismo e per far avanzare una pianificazione veramente democratica e razionale dell’economia.

Una prospettiva per la quale le organizzazioni giovanili della Frazione Trotskista-Quarta Internazionale stanno lottando. Di fronte alla farsa dei vertici capitalisti sul clima e alle promesse di un “capitalismo verde”, è necessario mettere in campo un programma di transizione orientato verso una completa riorganizzazione razionale ed ecologica della produzione, distribuzione e consumo con misure come:

– L’espropriazione di tutta l’industria energetica sotto la gestione democratica dei lavoratori e il controllo delle comunità contadine, native o indigene e delle popolazioni interessate dalla produzione, insieme ai comitati popolari di consumatori e utenti. In questo modo, il settore energetico potrebbe avviare una transizione urgente verso una matrice energetica sostenibile e diversificata, vietando il fracking (petrolio e gas), lo sfruttamento offshore e altre tecniche estrattive, riducendo drasticamente le emissioni di CO2 sviluppando energie rinnovabili e a basso impatto ambientale, considerando le caratteristiche di ogni territorio e in consultazione con le comunità locali.

– Espandere il trasporto pubblico gratuito e di qualità a tutti i livelli per ridurre drasticamente il trasporto individuale, con la prospettiva di realizzare la nazionalizzazione e la riconversione tecnologica senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le imprese di trasporto, così come delle grandi imprese automobilistiche e metalmeccaniche per ottenere una riduzione massiccia della produzione di automobili e del trasporto privato, dando la priorità ai mezzi di trasporto di beni su rotaia o per nave invece dei camion. Queste misure dovrebbero mirare a ridurre il consumo di energia. Gran parte degli oggetti che vengono trasportati costituiscono enormi circuiti commerciali, che non avrebbero senso se non fosse per la ricerca del profitto. Ecco perché queste misure sono inseparabili dalla necessità di decidere democraticamente cosa, come e dove si produce.

La lotta per condizioni di lavoro sicure in tutte le fabbriche e imprese, libere da sostanze tossiche e inquinanti, insieme alla riduzione dell’orario di lavoro e la ripartizione delle ore di lavoro senza riduzioni di salario tra tutte le mani disponibili, come parte di un piano generale di riorganizzazione razionale e unitaria della produzione e della distribuzione nelle mani della classe operaia e delle sue organizzazioni. Nessuna di queste misure può comportare licenziamenti, la precarizzazione delle condizioni di lavoro o incidere sulle condizioni di vita delle popolazioni e dei loro territori.

– La creazione di grandi programmi di lavori pubblici, sotto il controllo dei lavoratori e delle comunità, per costruire rapidamente infrastrutture di energia rinnovabile, come parchi solari ed eolici; case resistenti al clima ed efficienti dal punto di vista energetico; sviluppare trasporti pubblici puliti, veloci e gratuiti; modernizzare le reti energetiche e altro ancora, creando decine di milioni di posti di lavoro a salario minimo garantito. Questi programmi devono essere finanziati attraverso tasse progressive sui grandi capitali e sui grandi inquinatori aziendali.

– L’espropriazione della grande proprietà terriera e la riforma agraria per i piccoli contadini e le popolazioni native. Espulsione delle imprese imperialiste, confisca dei loro beni ed espropriazione sotto il controllo dei lavoratori di tutto il complesso industriale agroalimentare e di esportazione. Inoltre, il monopolio del commercio estero e la nazionalizzazione delle banche per poter finanziare la riconversione e la diversificazione del modello agroalimentare su una base sostenibile e democratica. La messa al bando del glifosato, l’eliminazione progressiva di tutte le agrotossine e il divieto della loro libera commercializzazione, insieme a investimenti nella ricerca per promuovere metodi alternativi come l’agroecologia, tra gli altri. Il divieto della produzione industriale di animali, che produce gas serra come il metano, responsabile della deforestazione e terreno fertile per le pandemie.

– L’imposizione di bilanci ben finanziati per la conservazione della biodiversità, sia delle specie che della grande varietà di ecosistemi del pianeta, con particolare attenzione a quelli più a rischio. Rigenerazione delle aree degradate (mari, fiumi, laghi, foreste e campagne) basata sulla tassazione progressiva del grande capitale.

– La messa al bando delle mega-minerarie inquinanti, la nazionalizzazione delle miniere tradizionali sotto il controllo dei lavoratori e la loro articolazione con lo sviluppo di un’industria per il recupero dei minerali dai rottami elettronici, implementando il “mining urbano” per il riciclaggio dei minerali scarsi dei dispositivi elettronici e di altri prodotti. Espulsione delle compagnie minerarie imperialiste e confisca dei loro beni per rimediare ai danni fatti alle comunità colpite. Divieto di appropriazione privata di beni pubblici come l’acqua.

– L’abolizione del debito estero nei paesi dipendenti e semicoloniali, che è una forma di coercizione delle potenze imperialiste per adottare aggiustamenti neoliberali anti-ecologici ed estrattivi, così come l’espropriazione di tutte le imprese inquinanti nei paesi periferici. È inimmaginabile risolvere la crisi ecologica di questi paesi senza l’indipendenza dall’imperialismo, che a sua volta sostiene un complesso militare altamente inquinante. Basta con il militarismo!

La liberazione dei brevetti e la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori di tutte le grandi compagnie farmaceutiche di fronte alla persistenza della crisi dei coronavirus e la previsione di nuove e peggiori pandemie, e per fornire vaccini gratuiti e sicuri a tutta la popolazione mondiale.

– L’apertura delle frontiere e la chiusura dei centri di detenzione per i migranti di fronte al dramma dell’immigrazione, prodotto della povertà e del saccheggio imperialista, e anche in molti casi a causa della crisi climatica.

– Una politica radicale di prevenzione e riciclaggio dei rifiuti. Gli impianti di filtraggio e purificazione, ecc. non sono sufficienti. Abbiamo bisogno di una fondamentale conversione industriale ecologica che eviti a priori l’inquinamento alla fonte. Questo significa anche porre fine all’obsolescenza pianificata.

– L’abolizione del segreto aziendale (che permette, per esempio, di nascondere le emissioni tossiche) e l’obbligo di tenere registri pubblici che specifichino le materie prime e i prodotti utilizzati. Per una produzione scientifica libera dalle catene del capitalismo e dalla sua concorrenza irrazionale.

Piani di opere di contenimento idrico, idraulico e infrastrutturale, così come studi del suolo necessari per rispondere a milioni di famiglie in situazioni di emergenza abitativa, così come per ricollocare la popolazione a rischio di inondazioni, frane o contaminazione in condizioni dignitose e salutari. Questo deve andare di pari passo con lo sviluppo di veri piani di emergenza sociale e lavori pubblici, sotto il controllo dei lavoratori e degli abitanti.

Questo programma, insieme ad altre misure disperatamente necessarie, è ovviamente impossibile da realizzare nel quadro del capitalismo.

Per realizzarlo, è necessaria una strategia rivoluzionaria che affronti risolutamente i responsabili del disastro.

I giovani che oggi scendono in piazza in tutto il mondo per lottare per la “giustizia climatica” hanno la sfida di far avanzare la radicalizzazione del loro programma per portare avanti la lotta di classe e mettere fine al sistema capitalista, allo stato che garantisce l’ordine borghese e mettere tutte le leve dell’economia mondiale nelle mani della classe operaia. Questa è la condizione indispensabile per stabilire un sistema solidale, che ricomponga razionalmente il metabolismo naturale tra umanità e natura, e che riorganizzi la produzione sociale rispettando i cicli naturali senza esaurire le nostre risorse, ponendo fine alla povertà e alle disuguaglianze sociali.

Nel nostro secolo si riattivano le condizioni dell’epoca delle crisi, delle guerre e delle rivoluzioni, mettendo la classe operaia e i popoli del mondo di fronte non solo alla barbarie della guerra e della miseria, ma anche alla catastrofe ambientale e alla potenziale distruzione del pianeta. Un progetto veramente ecologico che affronti la crisi ambientale a cui il capitalismo ci sta portando può esserlo solo se è comunista e la classe operaia, alleata con l’insieme dei settori popolari, è soggettivamente in prima linea per imporlo attraverso la lotta rivoluzionaria, contro la resistenza dei capitalisti.

Non c’è tempo da perdere: organizzati con noi!

I giovani che sono il motore dei gruppi di giovani socialisti rivoluzionari che hanno firmato questa dichiarazione fanno parte del movimento per il clima e delle lotte in difesa dell’ambiente in diversi paesi e continenti: contro l’avanzata estrattivista del fracking, delle mega-minerarie, dei mega-allevamenti di maiali e l’estensione della frontiera agricola e l’attacco alle comunità native e indigene in Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Perù, Venezuela, Costa Rica e Messico; così come in Europa contro gli attacchi alla classe operaia sotto discorsi verdi come in Francia, l’espansione degli aeroporti nello stato spagnolo o i continui mega-progetti in Italia, o la lotta contro il Dakota Access (DAPL) e gli oleodotti Line 3 negli USA, in appoggio alle popolazioni native trasferite a forza, e contro gli attacchi alla classe operaia in tutto il mondo.

Facciamo appello ai giovani di tutto il mondo che non si rassegnano al fatto che il futuro ci venga portato via, per combattere insieme queste lotte da una prospettiva rivoluzionaria. Non possiamo perdere tempo. Abbiamo la forza di porre fine a questo sistema: il capitalismo e i suoi governi distruggono il pianeta; distruggiamo il capitalismo! Organizzati con noi!

FIRMANO:

Gioventù e correnti anticapitaliste, socialiste, rivoluzionarie animate dalla Frazione Trotskista – Quarta Internazionale (FT-QI)

Gioventù del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) – Argentina | Faísca Anticapitalista e Revolucionária (MRT + independenti) – BrasileLeft Voice – USAAgrupación Anticapitalista Vencer (PTR + independenti) – Cile | Agrupación Juvenil Anticapitalista (MTS + independenti) – Messico | Le Poing Levé – Révolution Permanente – Francia | Contracorriente (CRT + independenti) – Estado Español | Revolutionäre Internationalistische Organisation (RIO) – GermaniaFrazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) – Italia | Liga de Trabajadores por el Socialismo (LTS) – Venezuela | Liga Obrera Revolucionaria (LORCI) – Bolivia | Corriente Socialista de las y los Trabajadores (CST) – Perú | Organización Socialista Revolucionaria (OSR) – Costa Rica | Corriente de Trabajadores Socialistas (CTS) – Uruguay.