La risposta dell* student* al Decreto Scuola e al ddl Antisemitismo può essere una miccia per rilanciare un grande movimento di opposizione sociale, a fianco del movimento operaio in lotta?

Ne abbiamo parlato con Laura e Anna, militanti di OSA Cavour e attiviste dell’occupazione del liceo romano, iniziata questo 6 ottobre.


Come è nata l’idea di occupare la scuola proprio adesso e quali rivendicazioni animano questa occupazione?

Abbiamo deciso di occupare questo martedì, durante l’orario scolastico. L’occupazione non era stata programmata: avevamo organizzato soltanto un’azione durante la ricreazione per mobilitarci e protestare contro il provvedimento sull’antisemitismo in discussione in questi giorni. Crediamo che rappresenti un grave attacco alla libertà di espressione nel nostro paese, in particolare per chi critica Israele e le sue politiche.

In seguito a questa azione, la presidenza ha avviato una serie di sanzioni e provvedimenti disciplinari che hanno colpito soltanto due ragazzi, nonostante all’iniziativa avesse partecipato gran parte della comunità scolastica. Questo ci ha portato, nelle ore successive, a radunare tutta la comunità studentesca nel giardino e a dichiarare la scuola occupata.

Ci teniamo però a ribadire che questa occupazione ha un respiro molto più ampio rispetto al singolo episodio dell’altro giorno. Nel nostro paese e in tutta Europa vediamo mobilitarsi la nostra generazione, gli studenti e i giovani: in Francia, da diversi giorni, con proteste nelle strade; in Spagna per il diritto alla casa; in Germania contro la reintroduzione della leva militare. A Torino, prima di noi, hanno occupato due scuole contro il nuovo provvedimento di Valditara, che pone un tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi.

Questo dimostra quanto siano diffusi il malessere e il disagio della nostra generazione di fronte alle politiche di questo governo e, più in generale, di una classe dirigente che sta perseguendo i propri interessi attraverso la guerra e il riarmo. Non sta rispondendo ai nostri bisogni: finanziamenti all’istruzione e una prospettiva di futuro che non sia segnata dalla guerra e dalla precarietà nel mondo del lavoro.

Pensiamo che a questo malessere si debba rispondere con la mobilitazione, dando espressione e organizzazione alla rabbia diffusa tra gli studenti. Per questo abbiamo occupato la scuola e continueremo nei prossimi giorni, nella speranza che la nostra occupazione possa essere una miccia capace di innescare altre mobilitazioni nel paese.

Il giorno successivo hanno occupato altre due scuole in periferia, tra cui un istituto tecnico. In questo momento, in altre aule della scuola, si stanno riunendo collettivi e assemblee di studenti di altri istituti, che stanno discutendo la proposta di occupare.

Pensiamo che sia necessario far partire un movimento studentesco contro un modello di scuola che assume sempre più le forme di una caserma anziché di un’istituzione dedicata all’istruzione. Aumenta la repressione e si moltiplicano i corsi e i progetti realizzati con l’apparato militare, le industrie belliche e le forze dell’ordine.

Più in generale, vogliamo mobilitarci contro le politiche della classe dirigente, anche al di fuori dell’ambito dell’istruzione. È su queste basi che abbiamo deciso di occupare.

 

In Francia, in questi giorni, si stanno mobilitando sia gli studenti sia i professori. Come hanno reagito i vostri docenti all’occupazione?

Per i professori esporsi troppo apertamente può essere rischioso: prendere posizione contro la presidenza e la segreteria può metterli in difficoltà. Naturalmente, le reazioni cambiano da docente a docente. Non essendo qui, non possono neppure partecipare ai corsi che organizziamo nel pomeriggio e vivere direttamente l’occupazione.

Ci sono sicuramente professori, in particolare quelli di sinistra, che sostengono le occupazioni, mentre altri non le sostengono.

 

Su questa occupazione, però, non hanno preso apertamente posizione?

No, su questa occupazione no. L’anno scorso, invece, durante gli scioperi generali, molti docenti della scuola sono scesi in piazza con lo striscione «Docenti del Cavour per la Palestina». Abbiamo organizzato insieme a loro tante iniziative e assemblee straordinarie per discutere di temi di attualità. Speriamo di poter continuare su questa strada anche quest’anno.

 

In occupato avete dato spazio alla situazione internazionale, con un incontro di approfondimento su Cuba e oggi un videocollegamento con studenti francesi. Come pensate che si possano coordinare le lotte in corso in Francia, Spagna e Germania, anche intorno a rivendicazioni comuni? È un confronto che state portando avanti anche a livello nazionale?

Penso che il filo che unisce le mobilitazioni in questi paesi, dove le strade sono piene di giovani e non solo, sia l’opposizione a politiche che puntano sempre di più sulla guerra. Il nostro governo, molti altri governi europei e la stessa Unione Europea stanno investendo nella guerra e nel riarmo, presentandoli a noi giovani come unica prospettiva di futuro. Crediamo che sia questo il tema che ci unisce.

Oggi faremo un collegamento con studenti francesi perché pensiamo che sia importante mettere in relazione le lotte portate avanti nei diversi paesi. Attraverso Cambiare Rotta, la nostra organizzazione universitaria e giovanile nazionale, stiamo cercando di costruire un’organizzazione internazionale più ampia, che raccolga studenti da tutta Europa.

 

Avete già discusso della partecipazione al Climate Strike del 16 ottobre, anche insieme alle altre scuole di Roma? E quale sarà il vostro approccio allo sciopero generale proposto da USB per il 30 ottobre?

Il 30 ottobre saremo sicuramente in piazza. Qualche giorno fa è stato annunciato che sarà uno sciopero generale, quindi non riguarderà soltanto i portuali, come era stato comunicato inizialmente. Ci troveranno in piazza, come studenti, insieme ai lavoratori, come è successo l’anno scorso.

Speriamo che lo sciopero abbia successo anche tra i lavoratori della scuola. Crediamo di essere tutti dalla stessa parte e che le battaglie per l’istruzione debbano essere portate avanti insieme ai docenti e, più in generale, a chi lavora nella scuola.

Saremo quindi in piazza anche per rilanciare la prospettiva dello sciopero internazionale di cui parlavamo.

 

Come giornale militante e come corrente politica internazionale, consideriamo l’autorganizzazione dei lavoratori e dei movimenti sociali un elemento fondamentale per una prospettiva socialista nel XXI secolo. Questo significa anche costruire un coordinamento dal basso, oltre a quello che passa attraverso i gruppi dirigenti delle organizzazioni “ufficiali”. Nel movimento studentesco si sta discutendo di forme di coordinamento nazionale durature tra collettivi e realtà di orientamenti diversi, capaci di unificare le lotte e convergere su appuntamenti comuni?

Come OSA siamo un’organizzazione nazionale, presente in molte città italiane e in diverse scuole di ogni città. Ogni giorno ci coordiniamo con studenti di tutta Italia, da sud a nord. Magari lottiamo su vertenze diverse, ma abbiamo chiaro lo stesso problema di fondo e condividiamo l’obiettivo per cui facciamo politica ogni giorno, nelle piazze e nelle scuole.

Pensiamo quindi che ci sia sicuramente bisogno di un coordinamento e di organizzare insieme gli studenti. Se restiamo soli, scuola per scuola, non riusciamo a fare niente. Se invece ci uniamo come studenti e ci uniamo al resto della società, possiamo far sentire la nostra voce con maggiore forza.

 

Veniamo da un anno segnato da «Blocchiamo tutto», in cui l’Italia ha dato una delle risposte più forti alla necessità di lottare contro il genocidio a Gaza e a sostegno della flottiglia. Anche alla luce di ciò che sta accadendo in Spagna e in Francia, come si può riattivare quella dinamica? Quali temi potrebbero rilanciare un movimento ampio, capace di coinvolgere persone al di fuori della sinistra organizzata e di adottare forme di lotta radicali?

Pensiamo che un passaggio fondamentale sia proprio lo sciopero generale del 30 ottobre, che si caratterizzerà come una giornata di mobilitazione contro la guerra e, soprattutto, contro il carovita.

Il carovita è un problema che oggi gran parte della società sente sulla propria pelle: aumentano il costo della benzina e quello dei beni alimentari, mentre i salari rimangono gli stessi e perdono potere d’acquisto. A questa situazione contribuiscono anche le politiche di guerra e di riarmo.

Potrebbe quindi essere questo il tema capace di riaccendere un movimento di rabbia sociale e di riportarlo nelle piazze del paese.


Intervista a cura di Matteo Galletti

 

Studente dell'istituto professionale "Giulio Verne" a Roma.