Le mobilitazioni dei liceali francesi hanno sconvolto la routine pre-elettorale della politica francese e squarciato il muro dello stesso dibattito pubblico nel nostro paese, fino a un mese fa impastoiato nelle alchimie della legge elettorale e delle future coalizioni. L’unica variabile che sembrava dovesse scompaginare le carte veniva da destra, con l’ascesa di Vannacci’ e del suo partito. Sull’eco delle proteste d’oltralpe, in varie grandi città – Torino, Napoli e Roma, ma da ieri anche Bologna (ed è probabile la lista si allungherà) – gli studenti delle superiori, principalmente licei, hanno però imbracciato lo slogan “fare come in Francia” e hanno occupato le loro scuole contro le politiche razziste di Meloni e Valditara e denunciando il definanziamento dell’istruzione in nome del riarmo. Questa situazione di fermento, già in parte espressosi con la buona partecipazione soprattutto giovanile ai cortei per la Palestina del 10 ottobre, avrà un’altra occasione di consolidarsi e, auspichiamo svilupparsi, venerdì 16, con lo sciopero internazionale per il clima. Un’altra grande occasione, in cui l’attivazione studentesca potrà convergere con quella di settori importanti della classe lavoratrice, sarà lo sciopero generale di USB, collegato allo sciopero internazionale dei porti, del prossimo 30 ottobre, che prova a spezzare la cappa di passività imposta dalle burocrazie dei principali sindacati, in una situazione di salari stagnanti, inflazione e ‘austerità armata’ – la stessa che già denunciano i liceali.
In un quadro del genere, è necessario avviare un dibattito rispetto a come costruire, ampliare e dare continuità a queste date di lotta. Fare come in Francia vuol dire allora anche riflettere seriamente sui connotati di quelle mobilitazione, sui dibattiti che le stanno animando per trarne insegnamenti pratici, anche alla luce di un bilancio del grande movimento per la Palestina, il Blocchiamo Tutto, che abbiamo conosciuto lo scorso anno. Cominciamo perciò con questo articolo una serie di pubblicazioni da Revolution Permanente, nostra organizzazione sorella oltralpe, che insieme all’organizzazione giovanile affiliata Le Poingt Levé sta conquistando un rilevante spazio politico nel movimento e nell’estrema sinistra intervenendo nel fuoco delle lotte. Nel testo, si tratteggiano le origini, le caratteristiche e le potenzialità delle proteste, ma si discutono anche i compiti a cui esse si trovano di fronte per strutturarsi, rafforzarsi e ribaltare i rapporti di forza: in particolare, l’articolo evidenzia come sia necessario saldare ed estendere l’unità studenti e lavoratori sviluppando e aumentando il coordinamento degli importanti embrioni di auto-organizzazione che stanno emergendo nella mobilitazione, sfidando dal basso l’attendismo delle burocrazie sindacali e le tentazioni di subordinare la lotta a una strategia elettoralista.
A sei mesi dalle elezioni presidenziali, mentre le classi dominanti puntavano sul calendario elettorale per tentare di risolvere la crisi politica francese, la rivolta dei liceali ha riportato la lotta sociale al centro della situazione. A partire dai licei popolari della periferia parigina, una gioventù alla quale si chiedeva di aspettare pazientemente, proseguire gli studi e accettare la propria sorte ha imposto le proprie rivendicazioni e i propri tempi di lotta. Il 6 ottobre ha segnato una svolta in questo processo, con la convergenza di studenti, genitori, insegnanti e settori del movimento sindacale, contrastando il tentativo del governo di isolare i liceali e trattare il loro movimento come un episodio di «violenza urbana».
La repressione, dunque, non è riuscita a porre fine al conflitto, ma ha contribuito a estenderlo e a trasformare le condizioni di studio dei giovani dei quartieri popolari in una questione politica nazionale. In questo senso, il 6 ottobre rappresenta una prima battuta d’arresto per il tentativo del potere macronista di soffocare la rivolta attraverso la repressione. Si apre così una breccia nel bonapartismo di Macron, che, nel corso dei suoi due mandati, ha tentato di compensare l’erosione della propria autorità politica attraverso le forzature istituzionali e la repressione poliziesca.
Dal disprezzo alla repressione: l’emergere di un movimento di solidarietà democratica con i liceali
Il potere ha iniziato screditando i giovani e mettendo in discussione la legittimità della loro mobilitazione. Ha poi tentato di spostare il dibattito sugli scontri, i danni materiali e il mantenimento dell’ordine pubblico. Le rivendicazioni riguardanti l’assenza degli insegnanti, il degrado degli edifici scolastici, le disuguaglianze educative e la selezione all’università sono state così relegate in secondo piano, oscurate da una retorica poliziesca.
Questa risposta non rappresenta certo una novità. Si inserisce nella continuità di un orientamento consolidatosi sotto la presidenza Macron, applicato per esempio durante il movimento dei gilet gialli, nel quale il ricorso alla forza, gli arresti, le mutilazioni e la criminalizzazione mirano a terrorizzare chi si mobilita e ad aumentare il costo della partecipazione ai movimenti sociali. Di fronte ai liceali, molti dei quali minorenni, il carattere autoritario di questa politica è emerso in modo lampante. Uno striscione riassumeva la contraddizione: «Troppo giovani per essere ascoltati, abbastanza grandi per essere colpiti dai gas lacrimogeni».
Ma la repressione ha incontrato una risposta che il governo non è riuscito a contenere. Genitori accorsi per proteggere i propri figli, insegnanti che si sono organizzati al fianco dei loro studenti, sindacalisti intervenuti per fronteggiare le cariche della polizia: la difesa dei giovani ha assunto una dimensione democratica che ha travalicato i confini degli istituti scolastici mobilitati. Si è progressivamente formato un vasto movimento contro la repressione e per il diritto dei liceali a lottare. La violenza poliziesca, che avrebbe dovuto isolarli, è diventata un ulteriore motore della mobilitazione, mettendo il governo di fronte a una solidarietà sociale più ampia.
I quartieri popolari conquistano il centro della scena
La forza del movimento risiede nel suo punto di partenza. I giovani degli istituti scolastici dei quartieri popolari hanno messo in discussione le disuguaglianze che il funzionamento quotidiano del sistema educativo presenta come normali. La carenza di risorse, la selezione e l’incertezza sul futuro hanno smesso di essere vissute esclusivamente come difficoltà individuali, per essere percepite come un problema politico, connesso all’insieme delle dinamiche della situazione attuale. Sebbene esistano precedenti di mobilitazioni liceali sulle condizioni materiali di studio nei quartieri popolari, come nel 1990 e nel 1998, la novità del movimento attuale risiede nella sua ampiezza, nella sua profonda politicizzazione e nella sua capacità di superare le barriere sociali che abitualmente separano gli istituti scolastici.
La solidarietà degli studenti dei licei più privilegiati di Parigi riveste un’importanza particolare. «La stessa scuola pubblica, da Saint-Denis a Parigi», scandivano gli studenti dell’Henri-IV la scorsa settimana. A Massillon, un istituto privato, i giovani riconoscono i propri privilegi ed esprimono il loro sostegno a chi studia in condizioni ben più difficili. La mobilitazione raggiunge persino l’Institut catholique de Paris (ICP), dove, «a memoria d’uomo, è la prima volta che accade un evento del genere». Questa solidarietà si fonda anche su riferimenti culturali e preoccupazioni condivise tra adolescenti provenienti da istituti socialmente differenti. Senza cancellare queste disuguaglianze, la mobilitazione permette di riconoscerle come un problema comune e di mettere in discussione la gerarchia scolastica che le riproduce. Può inoltre riflettere, in una certa misura, l’evoluzione della composizione sociale di molti di questi istituti, nei quali genitori provenienti da ambienti modesti compiono enormi sacrifici per iscrivere i propri figli, a causa del deterioramento della scuola pubblica.
Queste azioni di solidarietà mettono in discussione la concorrenza che contrappone gli studenti gli uni agli altri e la separazione tra chi gode di maggiori garanzie per il proprio futuro e chi deve lottare per conquistarle. La rivendicazione di un’istruzione migliore assume una dimensione egualitaria, nella quale il miglioramento delle proprie condizioni passa attraverso il riconoscimento di quelle degli altri. Una solidarietà che apre la possibilità di costruire una lotta comune attorno ai bisogni dei settori più svantaggiati.
Un decennio di lotte ha formato una nuova generazione
I liceali hanno fatto irruzione sulla scena in un momento segnato dall’attesa elettorale. Mentre l’estrema destra avanza e le condizioni di vita peggiorano, ampi settori della società si ritenevano condannati ad assistere alle prossime elezioni da semplici spettatori. La rivolta ha reintrodotto la possibilità di intervenire immediatamente nella situazione.
Se il movimento mobilita un’intera generazione, il suo contenuto politico è molto più complesso. Nelle parole d’ordine, nei simboli e nelle pratiche dei liceali si ritrovano gli echi di dieci anni di lotta di classe nel paese. Come ha osservato Carlotta Benvegnù: «I Gilet gialli, che hanno conosciuto da bambini, quando talvolta manifestavano nei cortili delle scuole cantando “Macron dimissioni”, riappaiono attraverso le bandiere tricolori, i blocchi e la Marsigliese, tornata a essere un canto di battaglia. Le rivolte per Nahel, ucciso dalla polizia nel 2023 a Nanterre, si esprimono attraverso l’estetica della rivolta e gli slogan contro la violenza poliziesca. Anche le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni hanno lasciato il segno, mentre quelle contro il genocidio a Gaza hanno riempito i blocchi e le manifestazioni dei liceali di bandiere palestinesi (…)».
Questi giovani hanno conosciuto alcune di queste lotte quando erano bambini, mentre ad altre hanno partecipato direttamente. Da esse hanno tratto esperienze di solidarietà, di scontro con lo Stato, di sconfitte e di resistenza. Questo accumulo di esperienze permette di comprendere una politicizzazione che smentisce le caricature di una generazione individualista, incapace di organizzarsi o semplicemente assorbita dai social network. In questo quadro, la rivolta può favorire l’incontro tra settori che, nel corso dell’ultimo decennio, hanno lottato separatamente: i lavoratori e i giovani delle periferie, il movimento operaio organizzato, i giovani che subiscono la violenza poliziesca e i militanti antimperialisti. Questa potenzialità costituisce uno dei suoi maggiori punti di forza.
Un’aspirazione offensiva: studiare e vivere diversamente
A differenza delle tradizionali mobilitazioni giovanili, che si organizzavano il più delle volte attorno alla richiesta di ritirare una riforma, la rivolta attuale trae origine da condizioni di vita e di studio diventate intollerabili e da un sentimento di emarginazione sociale. Il suo orizzonte va oltre la semplice difesa dell’esistente e rivendica un’istruzione migliore, tempo per vivere e un futuro che valga la pena di essere vissuto. Se i giovani chiedono insegnanti, risorse materiali e reali possibilità di accesso all’università, mettono anche in discussione lo sfinimento e la pressione scolastica, le giornate dalle 8 alle 18, Parcoursup, la selezione sociale e le prospettive che vengono loro offerte.
Questa combinazione conferisce alla lotta una portata che va oltre le rivendicazioni educative e mette in discussione il posto riservato ai giovani in questa società. Questo carattere offensivo costituisce un punto di forza, permettendo di collegare problemi abitualmente affrontati separatamente e di mettere in discussione ciò che li genera. Come osserva il politologo Paolo Stuppia: «La Gen Z si trova immersa in quella che viene definita una “policrisi”: deve affrontare una moltitudine di crisi che non si escludono a vicenda ma che, al contrario, si rafforzano reciprocamente! Il Covid, per esempio, ma anche l’esplosione delle disuguaglianze, la salute mentale, la situazione geopolitica, la crisi ambientale… I giovani le hanno vissute e continuano a viverle quotidianamente (…). Questo spinge i liceali, e più in generale i giovani, ad avere una visione molto più sistemica della propria lotta rispetto ai loro predecessori.»
Ciò pone tuttavia una difficoltà: come trasformare rivendicazioni diverse in obiettivi comuni attorno ai quali organizzare lo scontro. La creatività del movimento esprime la ricerca di risposte a questa sfida. L’umorismo, i riferimenti culturali e l’ironia trasformano le esperienze quotidiane in una critica del potere. Una parola d’ordine come «Vogliamo la maturità, non la polizia» [on veut le bac, pas la BAC, con un gioco di parole tra il diploma di maturità e la Brigade anticriminalité della polizia francese ndt] riassume, per esempio, in poche parole, il divario tra ciò che i giovani rivendicano e la risposta del governo. I sindacati, le organizzazioni politiche e i collettivi che partecipano alla mobilitazione devono partire da questa riflessione, arricchirla e contribuire a darle una traduzione collettiva. Ciò significa mettere la propria esperienza al servizio del movimento, ma anche ascoltare ciò che la nuova generazione sta inventando, per discutere insieme a essa come rafforzare la mobilitazione e costruire rapporti di forza.
Una rivolta che sconvolge la fine del regno di Macron
La rivolta colpisce un esecutivo logorato da quasi dieci anni di attacchi e crisi successive. La crisi del regime e l’indebolimento di Macron e del governo Lecornu riducono la sua capacità di contenere la mobilitazione e di isolare le diverse espressioni di rabbia che iniziano a convergere attorno al movimento dei liceali. La riunione convocata all’Eliseo dopo la giornata del 6 ottobre mostra l’importanza politica assunta dalla mobilitazione. Il governo deve rispondere a rivendicazioni che mettono in discussione le sue priorità di bilancio, mentre la Francia si trova al centro della sfiducia dei mercati finanziari e la sua posizione si indebolisce a livello europeo. In questo contesto, Lecornu cerca di mantenere il controllo della situazione, combinando il sostegno alle forze della repressione, promesse di consultazione e annunci di misure parziali, sul carburante o sui 3.000 insegnanti supplenti. Ha inoltre cercato di riprendere l’iniziativa organizzando discussioni istituto per istituto, nel tentativo di imporre la ripresa delle lezioni.
La scommessa è guadagnare tempo e arrivare alle vacanze scolastiche con una mobilitazione indebolita. Ma finché le risposte non saranno all’altezza delle rivendicazioni, queste procedure difficilmente permetteranno di risolvere la crisi, come dimostrano la rabbia suscitata dall’annuncio del ministro dell’Istruzione sui supplenti e le critiche sollevate persino tra i dirigenti scolastici dall’idea di organizzare «momenti democratici». Per i giovani, la sfida consiste nel compiere un salto di qualità nella propria organizzazione, per costruire una risposta comune e mantenere il controllo dei tempi della mobilitazione. La fragilità dell’esecutivo apre delle possibilità, ma per costringerlo a fare marcia indietro è necessario costruire una forza capace di sostenere e allargare lo scontro.
Auto-organizzarsi per costruire una propria direzione e aprire un’altra strada
La rivolta si trova di fronte a una contraddizione: la sua politicizzazione e la sua estensione sono avanzate più rapidamente dei suoi meccanismi decisionali, organizzativi e di centralizzazione. Certo, ricercatori come Paolo Stuppia ricordano che il movimento è attraversato da «una forma di auto-organizzazione inedita, creata e amplificata grazie agli strumenti digitali», messa in pratica da «una generazione molto inventiva, nata con questi strumenti, che sa utilizzarli molto bene per organizzare le proprie azioni». Queste pratiche hanno rappresentato uno dei punti di forza del movimento, permettendo di coordinare rapidamente le azioni locali, estendere la mobilitazione e rendere più difficile il suo incanalamento dall’alto. Tuttavia, da sole non risolvono la questione di come elaborare un orientamento comune e controllare i rappresentanti e gli impegni assunti a nome del movimento.
La sfida attuale consiste dunque nello sviluppare, a partire da queste reti e dall’esperienza della lotta, organismi democratici capaci di prendere decisioni e metterle in pratica. Sono nate assemblee e primi embrioni di coordinamento, ma il loro sviluppo è disomogeneo e ancora agli inizi. In alcuni istituti, la continuità della mobilitazione dipende da pochi attivisti; in altri, i giovani faticano a discutere collettivamente dei propri obiettivi e a decidere chi possa rappresentarli. Per risolvere questa contraddizione, è necessario sviluppare una vera democrazia all’interno del movimento. Le assemblee devono eleggere delegati con mandato e revocabili, i coordinamenti devono basarsi su istituti realmente mobilitati e rendere conto delle proprie decisioni. La proclamazione del carattere «nazionale» di un coordinamento non ne garantisce la rappresentatività. Bisogna sapere come sono stati eletti i suoi delegati, quale mandato hanno ricevuto e come rendono conto delle decisioni ai propri compagni. Questi meccanismi permetterebbero ai giovani, organizzati o meno in partiti, sindacati o collettivi studenteschi, di discutere apertamente e decidere tra i diversi orientamenti del movimento.
L’Union étudiante, vicina a La France Insoumise (LFI), ha contribuito a dinamizzare la mobilitazione. Tuttavia, il suo orientamento consiste nel decidere «dall’alto» le rivendicazioni, i negoziati e il calendario della lotta, limitando così la capacità dei giovani mobilitati di decidere la propria strategia. Le assemblee e gli eventuali organismi di coordinamento finiscono quindi per essere subordinati a decisioni che non possono né discutere né controllare. Questo orientamento è coerente con la logica istituzionale di LFI, che vede nelle elezioni presidenziali lo sbocco politico delle lotte. La rivolta, tuttavia, può aprire un’altra strada: una controffensiva sul terreno della lotta di classe, dal momento che le rivendicazioni sull’istruzione hanno sollevato questioni più ampie, relative a chi decide le priorità dello Stato, a come affrontare la repressione e a quale forza sociale possa imporre dei cambiamenti.
Esistono tuttavia anche altri tipi di ostacoli all’auto-organizzazione. L’esaltazione della spontaneità porta, per esempio, alcune correnti a opporsi alla costruzione di spazi decisionali, presentando questa strutturazione come un compito secondario, come una politica che minerebbe la radicalità del movimento o come un espediente delle organizzazioni politiche per ratificare orientamenti definiti in precedenza. Queste caricature nascondono la necessità di permettere a tutte le componenti del movimento di discutere e decidere un orientamento comune e rischiano di lasciare esaurire la rabbia che si esprime da due settimane, senza dotarsi degli strumenti per unificarla attorno a prospettive chiare. Una vera auto-organizzazione può invece svolgere un ruolo fondamentale in questo senso.
La riflessione di Trotsky sui comitati d’azione, organismi di coordinamento della lotta, sintetizza la logica che dovrebbe prevalere: «I comitati d’azione prenderanno le loro decisioni a maggioranza, con piena libertà per i partiti e le frazioni di raggrupparsi al loro interno. I comitati d’azione, rispetto ai partiti, possono essere considerati come parlamenti rivoluzionari: i partiti non sono esclusi, tutt’altro, poiché sono considerati necessari; ma allo stesso tempo sono sottoposti al controllo nell’azione e le masse imparano a liberarsi dall’influenza dei partiti corrotti». In altri termini, negli organismi di auto-organizzazione, che riuniscono militanti organizzati e non organizzati, le organizzazioni politiche che sostengono la lotta possono partecipare, difendere le proprie proposte e cercare di conquistare la maggioranza, rimanendo al contempo sottoposte al controllo dei mobilitati. La democrazia del movimento esige la libertà di confrontare gli orientamenti e meccanismi che permettano di decidere collettivamente. È attraverso questa esperienza che i giovani mobilitati potranno valutare le diverse direzioni che si presentano loro, metterle in discussione e sostituirle.
L’esperienza della lotta contro il CPE del 2006 offre un esempio di questa prospettiva [il CPE – Contrat Première Embauche era una legge, alla fine respinta dalla mobilitazione, che mirava a precarizzare le assunzioni dei giovani ndt]. Le assemblee e il coordinamento nazionale studentesco hanno dato al movimento la capacità di elaborare una linea d’azione, un calendario e di esercitare pressione sulle organizzazioni sindacali. La vittoria è stata resa possibile da questa mobilitazione dei giovani e dalla loro convergenza con i lavoratori. Bisogna riallacciarsi a questa tradizione. La sua importanza, del resto, va oltre il conflitto attuale: un coordinamento democratico della gioventù potrebbe mostrare ad altri settori che è possibile controllare la rappresentanza e organizzare la lotta dal basso, come avvenne alla fine degli anni Ottanta con il movimento contro la legge Devaquet [riforma dell’università volta ad approfondire la selezione di classe ndt], che ispirò successivamente le infermiere, i ferrovieri e numerose altre lotte operaie. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, le grandi mobilitazioni operaie si sono scontrate con l’assenza di organismi capaci di contestare efficacemente la direzione delle burocrazie sindacali. L’esperienza della gioventù potrebbe contribuire a riaprire questa possibilità. È per questa ragione che, con Révolution Permanente e Le Poing Levé, consideriamo l’auto-organizzazione una questione strategica e vogliamo difendere le nostre proposte per il movimento all’interno di organismi rappresentativi e democratici, nei quali possa essere elaborato un orientamento indipendente per la mobilitazione, condizione necessaria per le vittorie future.
Dal 13 al 17 ottobre: unire le lotte e imporre un piano per sconfiggere Macron
Le prossime giornate porranno la questione di come trasformare l’allargamento della mobilitazione avvenuto il 6 ottobre in una forza capace di passare all’offensiva. Per questo, la giornata del 13 ottobre deve servire a estendere le assemblee e a preparare il 17 ottobre, quando i giovani e altri settori che esprimono il proprio rifiuto del governo e del deterioramento delle condizioni di vita potrebbero incontrarsi nelle piazze. Gli appelli lanciati da numerosi liceali e giovani lavoratori e le aspettative che suscitano devono ancora tradursi in realtà.
Ma se la portata del 17 ottobre resta ancora da definire, le assemblee dei liceali e degli studenti universitari possono svolgere un ruolo nella preparazione di questa giornata, individuando punti di incontro, organizzando delegazioni che si rechino sui luoghi di lavoro e sostenendo la preparazione della mobilitazione. Tuttavia, i giovani hanno bisogno dell’intervento dei lavoratori per trasformare la solidarietà in una forza capace di fermare la produzione, i trasporti e la circolazione delle merci, aumentando così la pressione sul governo. I sindacati e i lavoratori mobilitati devono quindi organizzare riunioni, azioni comuni e scioperi che diano una forza concreta a questa convergenza.
Ciò presuppone di mettere in discussione l’orientamento delle direzioni sindacali. L’appello interprofessionale lanciato per il 5 novembre lascia trascorrere settimane decisive. Dopo diverse settimane di silenzio, Sophie Binet [segretaria della CGT – Confederation Generale du Travail, principale sindacato legato alla storia del movimento operaio di sinistra in Francia ndt] riconosce su LCI che «la crescita della mobilitazione del 17 ottobre mostra l’ampiezza della rabbia e quindi, ovunque vi siano le condizioni, la CGT sarà presente». Ma quando si tratta di proporre iniziative concrete per far convergere la rabbia dei giovani e del mondo del lavoro, si sottrae alla questione, rimandando la mobilitazione alle decisioni locali anziché chiamare a costruire un movimento interprofessionale per il 17 ottobre. A partire dai luoghi di studio, dai luoghi di lavoro e dalle strutture sindacali, bisogna esigere un sostegno effettivo alle prossime iniziative e imporre un serio piano di lotta, discusso e controllato da chi si mobilita. Al contrario, il 17 ottobre deve diventare un punto d’appoggio per decidere come proseguire, con nuove iniziative, l’organizzazione di scioperi che si estendano oltre i settori mobilitati il 6 ottobre e il coordinamento tra gli istituti scolastici e i luoghi di lavoro. Per questo, bisogna unire la rabbia attorno a obiettivi comuni: massicci investimenti nell’istruzione e nei servizi pubblici, aumenti salariali, condizioni di vita dignitose, rifiuto della repressione, espropriazione di Total sotto il controllo dei lavoratori…
Ma se la lotta contro il CPE ha mostrato come una mobilitazione giovanile possa contribuire a costruire rapporti di forza capaci di costringere il potere a fare marcia indietro, il Maggio ’68 permette di immaginare un orizzonte più ampio: quello di un’irruzione degli studenti sulla scena politica che apra la strada a un intervento di massa della classe operaia e a uno sciopero generale capace di mettere in discussione l’intero ordine sociale. I riferimenti a questo episodio fondamentale della lotta di classe nel paese e i richiami rivoluzionari che accompagnano la mobilitazione del 17 ottobre mostrano che simili aspirazioni esistono. Ma avanzare in questa direzione dipende da decisioni concrete che permettano di superare la separazione tra i diversi settori e il susseguirsi di giornate di mobilitazione isolate.
Un’esperienza di questo tipo potrebbe inoltre rappresentare una leva enorme nella lotta contro l’estrema destra. La solidarietà tra giovani di origini diverse, la mobilitazione comune contro la repressione e l’organizzazione democratica permettono di sviluppare le capacità necessarie per combatterla. Se riuscirà a conquistare delle vittorie e a dimostrare che esiste una via d’uscita collettiva al deterioramento delle condizioni sociali, il movimento potrà avere un impatto profondo sul paese. Una cosa è certa: i giovani hanno aperto una breccia nel dispositivo autoritario e restituito fiducia a settori scossi dalle sconfitte precedenti. La loro unione con il movimento operaio può ora trasformare questo slancio in una controffensiva: imporre un piano di battaglia, avanzare verso la prospettiva di uno sciopero generale e costruire la forza capace di sconfiggere Macron e il suo progetto di austerità, contro i giovani e contro i lavoratori.
Juan Chingo
Traduzione da Revolution Permanente
Membro della redazione di Révolution Permanente, giornale militante francese della Rete Internazionale La Izquierda Diario. Autore di numerosi articoli e saggi sui problemi dell'economia internazionale, della geopolitica e delle lotte sociali dal punto di vista della teoria marxista. È coautore con Emmanuel Barot del saggio "La classe ouvrière en France: Mythes & réalités. Pour une cartographie objective et subjective des forces prolétariennes contemporaines" (2014). Ha pubblicato inoltre il saggio sui Gilet Gialli "Gilets jaunes. Le soulèvement" (2019) e "La victoire était possible: Réflexions stratégiques sur la bataille des retraites de 2023" (2023).
