In questo articolo, comparso su Ideas de Izquierda, due dirigenti del PTS argentino traggono dalle elaborazioni di Trotsky e Gramsci alcuni elementi sullo sviluppo della classe operaia come soggetto sociale e politico nei paesi “occidentali” con strutture socio-politiche complesse. Contro l’idea di conquistare spazi all’interno del regime e di coesistere pacificamente con le burocrazie del movimento di massa, ma anche contro l’adattamento ad amministrare l’assistenza sociale dello Stato o la struttura dei sindacati così come sono, vogliamo avvicinarci alla concezione originale di Trotsky dell’articolazione dell’avanguardia e dei settori delle masse attraverso la generazione di istituzioni di unificazione e di coordinamento delle lotte, che espresse nei suoi scritti sulla Francia con il nome di “comitati di azione”.


Tra l’intellighenzia di sinistra in generale, e anche tra coloro che riconoscono gli importanti contributi di Trotsky alla teoria marxista, è diventato un luogo comune sottolineare che, a differenza di Gramsci, Trotsky non è riuscito ad affrontare con successo il problema del proletariato in Occidente: da Michael Burawoy (1997) che sottolinea che “le analisi di Trotsky sono naufragate più volte contro l’ostacolo del proletariato occidentale” e che “sarà un altro marxista, Antonio Gramsci, a proporre un’interpretazione più ampia”; o Keucheyan (2011), il quale sostiene che l’errore di Trotsky consiste nell'”essere rimasto con una concezione del mondo sociale, e quindi della strategia rivoluzionaria, che ha preceduto i cambiamenti strutturali descritti da Gramsci” e in particolare la differenziazione “tra ‘il fronte orientale’ e il ‘fronte occidentale’, cioè tra società orientali ancora fluide e società occidentali in cui la società civile e lo Stato sono solidamente compenetrati”; o lo stesso Perry Anderson (1981) che, da un lato, ha sottolineato che gli scritti di Trotsky “sulle tre formazioni sociali più importanti dell’Europa occidentale [Germania, Inghilterra e Francia] nel periodo tra le due guerre sono incommensurabilmente superiori a quelli dei Quaderni del carcere, e dall’altro ha aggiunto che Trotsky “non ha mai posto il problema di una strategia differenziale per fare la rivoluzione socialista in essi […] con la stessa ansia o lucidità di Gramsci”.

Come abbiamo approfondito in Estrategia socialista y arte militar [di cui presto sarà pubblicata la traduzione italiana della prima parte a cura della Voce delle Lotte, ndr], l’analisi del lavoro teorico e pratico di Trotsky non solo contraddice ampiamente quel senso comune, ma fornisce anche una solida base per una teoria politica -poco esplorata nella sua complessità- sull’emersione della classe operaia come soggetto rivoluzionario. In questo articolo ci concentreremo soprattutto su uno dei suoi aspetti, basato sulla serie di lavori che sono diventati noti sotto il titolo Dove va la Francia? (Trotsky 2013 a). Ci riferiamo alla proposta di “comitati d’azione” come un modo di concentrare le forze d’avanguardia e i settori di massa per aumentare la forza dei rivoluzionari, “rompere” la resistenza degli apparati burocratici e dispiegare la potenza del movimento operaio.

 

Lo scenario politico “occidentale”

Sono stati Trotsky e Gramsci ad analizzare più a fondo la problematica delle democrazie capitaliste occidentali. Essi facevano parte della costellazione di rivoluzionari della Terza Internazionale che si confrontavano con le complessità della rivoluzione in Europa, dove l’influenza della democrazia borghese e del parlamentarismo come ideologia era maggioritaria tra le masse, e dove si erano sviluppati importanti apparati operai riformisti con le rispettive burocrazie politiche e sindacali; in contrasto con il carattere “gelatinoso” e precario delle istituzioni nella Russia pre-1917, identificata come un esempio della struttura socio-politica “orientale”.

Gramsci sviluppa il concetto di “Stato integrale” e la sua formula dello Stato “nel suo significato integrale: dittatura + egemonia”, con cui si propone di spiegare il fatto che la borghesia va ben oltre l'”attesa passiva” del consenso e sviluppa tutta una serie di meccanismi per organizzarlo. L'”allargamento” dello Stato fu una risposta all’emergere del movimento operaio all’inizio del XX secolo.

La statalizzazione delle organizzazioni di massa e l’espansione delle burocrazie al loro interno è uno degli elementi fondamentali, con la sua doppia funzione di “integrazione” nello Stato e di frammentazione della classe operaia (Albamonte & Maiello 2017, Dal Maso 2020).

La burocrazia operaia è stata (ed è) l’avanguardia per “organizzare” l’egemonia borghese nelle organizzazioni del proletariato. Questo obiettivo viene perseguito con mezzi ideologici e coercitivi in diverse combinazioni a seconda dei casi. In questo senso, Trotsky sottolinea che il capitalismo “è sempre meno disposto ad ammettere su nuove basi l’indipendenza dei sindacati”. Esige che la burocrazia riformista e l’aristocrazia operaia, che raccolgono le briciole che cadono dalla sua tavola, siano trasformate nella sua polizia politica agli occhi della classe operaia” (Trotsky 1940). Gramsci affronta la questione in termini simili quando sottolinea che la borghesia era riuscita a conquistare un “insieme delle forze organizzate dallo Stato e dai privati per tutelare il dominio politico ed economico delle classi dominanti”, e aggiunge che per questo “interi partiti ‘politici’ e altre organizzazioni economiche o di altro genere devono essere considerati come organi di polizia politica, di carattere investigativo e preventivo” (Gramsci, 1975 Q13, §27).

 

La burocrazia, il “fronte popolare” e il problema del soggetto

Ci sono stati importanti punti di contatto sulla caratterizzazione del ruolo della burocrazia tra Trotsky e Gramsci. Anche nella valutazione del fronte unico difensivo; basta confrontare alcune delle migliori pagine dei Quaderni del carcere con le analisi di Trotsky sul fronte unico in Germania di fronte all’ascesa del fascismo nei primi anni ’30 (Albamonte & Maiello 2012). Tuttavia, sarà Trotsky che svilupperà chiaramente il passaggio dal fronte unico difensivo a quello offensivo, e in questo quadro, le vie per superare e sconfiggere le burocrazie radicate nelle organizzazioni di massa. Proporrà una soluzione al problema dell’emersione della classe operaia come soggetto politico nelle società “occidentali”.

In generale, gli scritti di Trotsky sull’ascesa del fascismo in Germania (Trotsky 2013 a) sono molto più conosciuti e rivendicati di quelli sulla Francia. Non è un caso, dato che in questi ultimi si confronta apertamente con la politica di collaborazione di classe del “Fronte Popolare” che Gramsci – imprigionato nelle carceri di Mussolini – non riuscì ad analizzare. Tuttavia, sarà in Dove va la Francia? che Trotsky mostrerà tutto il calibro della sua concezione della politica rivoluzionaria. Trotsky prestò particolare attenzione alla situazione francese, essendovi vissuto – anche se in condizioni difficili – dal 1933 al giugno 1935, quando fu espulso. Visse da vicino il cambiamento della situazione nel 1934 con le sollevazioni delle leghe fasciste il 6 febbraio e la grande risposta dei lavoratori il 12 febbraio. L’azione del movimento operaio aveva colpito l’apparato burocratico del Partito Socialista (SFIO) e del Partito Comunista, dando un rinnovato impulso all’organizzazione trotskista che contava qualche centinaio di militanti e che dal settembre 1934 concretizzò la tattica dell'”entrismo” nel Partito Socialista per collegarsi con gli operai socialisti che si stavano radicalizzando. Ma nel 1935, socialdemocratici e stalinisti formarono il “Fronte Popolare” insieme al Partito Radicale, un partito legato all’oppressione coloniale francese (con la sua tradizionale base tra la piccola borghesia urbana e rurale), sostenendo la politica di “difesa nazionale” del governo francese.

Di fronte alla forza relativa degli apparati riformisti e alla debolezza dei rivoluzionari, come può essere dispiegato il potere della classe operaia come soggetto rivoluzionario? Questa sarà la domanda che Trotsky metterà al centro della sua riflessione in Dove va la Francia? ed è in questo quadro che svilupperà il dibattito sui “comitati d’azione”. In essi Trotsky vede la possibilità per i rivoluzionari, in quel momento con poche forze, di rafforzarle collegando lo sviluppo del partito rivoluzionario all’unificazione e al raggruppamento dell’avanguardia e delle masse in lotta.

L’approccio parte dal “prendere la parola” della risoluzione del 7° Congresso dell’Internazionale Comunista (1935) sull’appello alla formazione di “comitati d’azione del Fronte Popolare”. Nello stesso tempo in cui Trotsky è implacabile nella sua critica al carattere conciliante del Fronte Popolare, fa sua questa proposta, che definisce l’unica corretta di tutta quella risoluzione e che, come era prevedibile, non sarebbe stata attuata dal Partito Comunista Francese burocratizzato. Trotsky vede in esso un modo di rompere la subordinazione alla borghesia, rafforzando il peso dell’avanguardia attraverso lo sviluppo dei comitati d’azione direttamente legati alla lotta di classe, che avrebbe facilitato enormemente l’espulsione degli “affaristi borghesi” dal Partito Radicale e la sconfitta della politica di conciliazione di classe dettata “da Mosca”.

 

Istituzioni di unificazione e coordinamento delle lotte per rompere la resistenza burocratica

Trotsky svilupperà quell’approccio iniziale fino a farlo diventare un elemento chiave di quella che potremmo definire una teoria sulle vie per costituire la classe operaia come soggetto in uno scenario “saturo” di apparati burocratici tipici delle strutture socio-politiche occidentali.

Nel suo famoso articolo “Fronte popolare e comitati d’azione” [in inglese nei riferimenti bibliografici ndr] del 28 novembre 1935, Trotsky esamina i comitati da diverse angolazioni, partendo da diversi processi di radicalizzazione. Il primo esempio che porta si riferisce alle lotte dei portuali di Tolone e Brest a metà del 1935 contro la riduzione dei salari decretata dal governo del Partito Radicale. I dirigenti del Partito Comunista e del Partito Socialista avevano protestato senza fare nulla. Tuttavia, i lavoratori presero a lottare, levarono la bandiera rossa alla prefettura di Brest e eressero barricate a Tolone contro la repressione. Gli scontri produssero 3 morti e decine di feriti, e si scatenò un grande sciopero di solidarietà, di fronte al quale i dirigenti ufficiali invitarono alla calma e denunciarono la presenza di “provocatori” (Joubert 2009). Trotsky esemplifica la sua posizione e sottolinea che: “Durante la lotta a Tolone e Brest, gli operai avrebbero creato senza esitazione un’organizzazione locale di lotta se fossero stati chiamati a farlo” (Trotsky 2013 b: 135).

Continua riferendosi alle lotte di Limoges a metà novembre dello stesso anno, che avevano un carattere simile a quelle dei portuali e che risentivano della propaganda del Partito socialista e del Partito comunista contro i “provocatori” e degli appelli al governo per intervenire contro i “faziosi”. Contro questo, Trotsky indica un altro esempio di quella che sarebbe la politica dei comitati:

Il giorno dopo la sanguinosa repressione di Limoges, gli operai e una parte considerevole della piccola borghesia avrebbero espresso senza alcun dubbio la loro disponibilità a costituire dei comitati per indagare sui fatti sanguinosi e per prevenirli in futuro (Trotsky 2013 b: 135)

Vede anche la potenzialità dei “comitati d’azione” tra i soldati e fa notare che:

Durante il movimento che ha avuto luogo quest’estate nelle caserme contro il prolungamento del servizio militare, i soldati avrebbero scelto senza esitazione i comitati d’azione di compagnia, di reggimento e di guarnigione, se fossero stati indirizzati in quella direzione (Trotsky 2013 b, p. 135).

In altre parole, nel processo di Tolone e Brest, Trotsky vede i comitati d’azione come “organizzazione locale di lotta”, a Limoges come “comitati per indagare sui fatti sanguinosi e per prevenirli in futuro”, nelle caserme come comitati contro il prolungamento del servizio militare. La conclusione che ne trae è che, con l’evoluzione degli elementi rivoluzionari della situazione, “casi simili sorgeranno ad ogni passo”, in ogni luogo, legati ai conflitti e ai processi che sono in corso nelle diverse regioni, e che sono occasioni per creare istituzioni dei settori in lotta, su scala locale e se possibile su scala nazionale. Il compito dei rivoluzionari, dice Trotsky, è “non perdere una sola di queste occasioni”, non perdere nessuna opportunità di organizzare l’avanguardia e i settori di massa che vanno alla lotta in istituzioni permanenti del tipo “comitato d’azione”.

In questo modo, Trotsky passa a delineare una concezione più generale che parte dalla necessità di comprendere “il significato dei comitati d’azione come unico mezzo per rompere la resistenza antirivoluzionaria degli apparati di partito e sindacali” (Trotsky 2013 b, p. 135). Il suo punto di partenza è collegare questa necessità di “rompere la resistenza” delle burocrazie con l’enorme pericolo che i conflitti parziali rimangano isolati e che l’energia delle masse venga sprecata in esplosioni isolate e finisca per generare apatia. È per questo che sottolinea che di fronte agli scioperi, alle manifestazioni, alle scaramucce di strada o alle rivolte dirette, che sono inevitabili in una situazione che sta diventando rivoluzionaria, il compito fondamentale dei rivoluzionari consiste “nell’unificarle e dar loro maggiore forza” (Trotsky 2013 b: 134).

Ora, come prefigura Trotsky la formazione di tali comitati? Sottolinea che non si tratta di “convocare le masse per le elezioni dei comitati d’azione, per un giorno e un’ora fissi e sulla base di statuti fissi”, che sarebbe un modo burocratico di porre la questione, ma che i comitati devono essere direttamente legati all’azione:

Gli operai possono eleggere comitati d’azione solo nel caso in cui essi stessi prendano parte a un’azione e vedano la necessità di una direzione rivoluzionaria. Questa non è una rappresentanza democratica di tutte le masse, ma una rappresentanza rivoluzionaria delle masse in lotta. Il comitato d’azione è lo strumento della lotta. È inutile cercare di determinare in anticipo quali strati di lavoratori saranno legati alla creazione dei comitati d’azione: le frontiere delle masse combattenti saranno determinate nella lotta stessa (Trotsky 2013 b: 134).

Ma non si tratta nemmeno di questi “comitati d’azione” che sostituiscono i partiti e i sindacati:

Le masse – sottolinea – entrano nella lotta con tutte le loro idee, raggruppamenti, tradizioni e organizzazioni. […] Nelle elezioni dei comitati d’azione, ogni partito cercherà naturalmente di conquistare i suoi membri. I comitati d’azione prenderanno le loro decisioni a maggioranza, con piena libertà di raggruppamento per i partiti e le frazioni. In relazione ai partiti, i comitati d’azione possono essere considerati dei parlamenti rivoluzionari: i partiti non sono esclusi, al contrario, si suppone che siano necessari. Ma allo stesso tempo, sono controllati nell’azione e le masse imparano a liberarsi dall’influenza dei partiti marci (Trotsky 2013 b: 135).

In questo modo, Trotsky passa dalla considerazione del comitato d’azione in particolare, a una formulazione più ampia della formazione di tali organismi come mezzo per sconfiggere la politica classista della burocrazia. Come Trotsky contrappone: “La regola del bolscevismo per quanto riguarda i blocchi era: marciare separatamente, colpire insieme! La regola degli attuali leader dell’Internazionale Comunista è: marciare insieme per essere battuti separatamente” (Trotsky 2013 b: 149). Cioè, se con la politica del “fronte popolare” le burocrazie del Partito Socialista e del Partito Comunista intendevano far “marciare insieme” il proletariato con la borghesia attraverso il Partito Radicale e l’appoggio alla “difesa nazionale”, il correlato di ciò era lasciare isolati i diversi conflitti e le rivolte del proletariato affinché la borghesia potesse sconfiggere luogo per luogo, caso per caso, l’avanguardia e i settori di massa che iniziavano a lottare, e così impedire che le lotte diventassero sempre più rivoluzionarie.

Al contrario, ciò che Trotsky propone con i comitati d’azione è di concentrare la forza dei settori in lotta in istituzioni capaci di trascendere ogni conflitto specifico e di articolare i diversi settori che escono a combattere. E, con questo, moltiplicare la forza dei rivoluzionari per il lavoro alla base dei sindacati riprendendo da lì le richieste immediate più sentite e legandole a un programma di transizione (incarnato in questo caso in “Un programma d’azione per la Francia”; Trotsky 2013 c) che possa costituire un ponte tra le illusioni riformiste del movimento di massa e la necessità di lottare per il potere. L’obiettivo è fare in modo che un gruppo rivoluzionario – anche piccolo – sia in grado di influenzare una porzione sufficiente della classe operaia in modo che la tattica del fronte unico dei lavoratori, quella di “scioperare insieme e marciare separati”, non sia semplicemente una richiesta impotente alla burocrazia ma abbia la forza di imporsi efficacemente.

Come si vede, i “comitati d’azione” non erano equivalenti ai “soviet” che, propriamente, sono organizzazioni di massa del fronte unico, ma lo strumento per preparare il loro sviluppo e lo sviluppo del partito rivoluzionario in una situazione come quella francese del 1935, che, sebbene acuta, non era apertamente rivoluzionaria, e nella quale esistevano conflitti duramente radicalizzati ma questi erano frammentati e non c’era ancora una recrudescenza generalizzata della lotta di classe. In questo senso, Trotsky osservava che i “soviet” erano associati dal senso comune al potere già conquistato, e questo non era il caso di ciò che lui proponeva. In effetti, in quel periodo criticò la direzione stalinista del PCF che, come un residuo del “Terzo periodo” , innalzava lo slogan “Soviet ovunque!”, che Trotsky considerava una postulazione fuori dal tempo e una volgarizzazione dello slogan. Fu solo con la generalizzazione degli scioperi con occupazione delle fabbriche nel 1936 che indicò l’attualità dell’appello a costruire “soviet” come slogan d’azione; una questione che propose nel suo articolo “La rivoluzione francese è cominciata” (Trotsky 2013 d).

Ora, quale era il rapporto tra i comitati d’azione e il futuro sviluppo dei consigli o dei soviet? Lui stesso si preoccupa di chiarirlo: “A certe condizioni”, dice, “i comitati d’azione possono diventare soviet”, ma precisa che sarebbero ancora lontani dall’esserlo nella situazione della Francia del 1935, che definisce “pre-rivoluzionaria” o “tanto rivoluzionaria quanto può esserlo con il carattere non rivoluzionario delle direzioni del movimento operaio”. E chiarisce, a sua volta, contro una visione mistificata dei soviet russi, che questi nei loro primi passi “non erano affatto quello che sono diventati in seguito, e anche a quel tempo portavano spesso il modesto nome di comitati operai o comitati di sciopero” (Trotsky 2013 d). In questo senso, i “comitati d’azione” avevano allora il compito, in primo luogo, “di unificare la lotta difensiva delle masse lavoratrici in Francia e anche di dare a queste masse la coscienza della propria forza per la futura offensiva” (Trotsky 2013 d). La possibilità o meno di avanzare in quest’ultima direzione dipendeva non solo dall’azione dell’avanguardia ma anche dall’evoluzione delle condizioni oggettive della situazione stessa.

 

Le vie per l’emersione rivoluzionaria della classe operaia

Tutti questi elementi che abbiamo delineato fanno parte integrante della riflessione di Trotsky sul problema dell’emergere della classe operaia come soggetto rivoluzionario in uno scenario “occidentale”, una questione che, lontano dalle innumerevoli caricature del marxismo che sono proliferate negli ultimi tempi, non si riduce a un problema “ontologico” ma si riferisce a questioni politiche e strategiche molto più profane. Lo sviluppo di istituzioni per l’unificazione e il coordinamento dei settori in lotta come i “comitati d’azione” – molto prima dei soviet – si pone come unico mezzo per rompere la resistenza degli apparati burocratici, imporre efficacemente il fronte unico e mettere in campo una strategia di autorganizzazione nella prospettiva di costituire consigli o soviet che sarebbero la base di un potere alternativo. Allo stesso tempo, come forza fondamentale per lo sviluppo del partito rivoluzionario. Trotsky scommette sul rafforzamento dei rivoluzionari come organizzatori della forza dispiegata dai settori più avanzati del movimento operaio e di massa, e oppone questa prospettiva all'”unità degli apparati” separata dalle necessità della lotta, che era sostenuta dal gruppo della Sinistra rivoluzionaria -centristi di sinistra- capeggiato da Marceau Pivert.

In questo modo, Trotsky dà una risposta a uno dei principali problemi della classe operaia per trasformarsi in un soggetto egemonico nel quadro della “struttura massiccia delle democrazie moderne” come le chiamava Gramsci (1975, Q13 §7) con le loro organizzazioni statali e il complesso di associazioni nella vita civile che modificano lo scenario dell’intervento politico. Si tratta di una concezione alternativa e contrapposta alle interpretazioni “togliattiane” delle elaborazioni di Gramsci che, basandosi sulle particolarità e complessità delle strutture socio-politiche “occidentali”, cercano di identificare le elaborazioni del rivoluzionario sardo sulla “guerra di posizione” o con una battaglia per l’egemonia in termini eminentemente culturali, o con la possibilità della costituzione della classe operaia come soggetto sulla base dello sviluppo evolutivo di certi apparati (“apparati egemonici”, come dice Peter Thomas 2009) più o meno al di fuori della lotta di classe e della lotta con le diverse burocrazie radicate nelle organizzazioni del movimento di massa. Per non parlare di coloro che, riprendendo elaborazioni come quelle di Nicos Poulantzas (1977), ritengono che lo Stato in senso lato (al di là dello “spazio fisico dello Stato”) potrebbe essere considerato come “il terreno di un campo strategico” che potrebbe essere disputato.

Ma la concezione di Trotsky è stata fraintesa anche all’interno del trotskismo. Ernest Mandel ha criticato Trotsky per aver presumibilmente esagerato la caratterizzazione della situazione in Francia a metà degli anni ’30. L’errore di Trotsky, secondo Mandel, sarebbe un sottoprodotto del considerare che nelle società “occidentali” ci può essere una crisi rivoluzionaria senza che ci sia una crisi terminale delle illusioni nella democrazia borghese tra le masse (1984). In questo modo, Mandel riduce questo problema della rivoluzione a una questione di legittimità democratica senza fare riferimento al ruolo centrale delle burocrazie in questa operazione, cioè senza rendersi conto che non è solo un problema ideologico ma un problema di forze materiali. La valutazione di Trotsky sulla Francia è molto diversa:

La coalizione del Fronte Popolare, assolutamente impotente contro il fascismo, la guerra, la reazione, ecc., si rivelò un tremendo freno controrivoluzionario al movimento di massa, incomparabilmente più potente della coalizione di febbraio in Russia, perché: a) lì non avevamo una burocrazia operaia così onnipotente, compresa la burocrazia sindacale; b) avevamo un partito bolscevico (Trotsky 1938).

Infatti, dopo che il Fronte Popolare andò al potere nel maggio 1936, si sviluppò un enorme movimento di sciopero in cui più di 2 milioni di lavoratori presero parte alle occupazioni delle fabbriche. Gli scioperi avevano sollevato la questione del potere, ma il Partito Socialista e il Partito Comunista si erano impegnati a fermarli in cambio di una serie di “equivalenti” come salari più alti, una settimana lavorativa di 40 ore, ecc. Una volta finito, sono seguiti due anni di svalutazione della moneta, licenziamenti e repressione che hanno liquefatto quei guadagni. Durante questo periodo la borghesia, con la fondamentale collaborazione della burocrazia operaia, disattivò e sconfisse una ad una le sacche di resistenza, e in questo modo riuscì ad impedire una seconda ondata generalizzata dopo il 1936. Il Fronte Popolare uscì finalmente di scena, lasciando il posto al governo di Édouard Daladier, che firmò gli accordi di Monaco con Hitler. Il movimento di sciopero, che aveva minacciato di superare i limiti della proprietà privata e dello Stato, si scontrò con l’azione del governo del Fronte Popolare.

Molto più vicino alla spiegazione di Trotsky che a quella di Mandel, Daniel Guérin – che nel 1936 era membro del gruppo di Pivert – tornerà anni dopo ad una valutazione critica di quel processo e solleverà l’importanza di quella prospettiva proposta da Trotsky. Egli sottolinea che

L’ammirevole articolo di Trotsky: “La rivoluzione francese è iniziata”, apparso nel numero sequestrato de La Lutte Ouvriere, fu letto solo da pochi iniziati. Se avessimo veramente compiuto la nostra missione all’interno del movimento popolare, avremmo avuto altri mezzi efficaci per farci sentire. Lo stalinismo non aveva ancora consolidato il suo comando sui milioni di nuovi sindacalizzati e avremmo potuto competere con esso. Le masse in sciopero non erano certo consapevolmente rivoluzionarie. Erano spinte da motivi immediati: il pane e la dignità umana. […] Ma, anche cieco o almeno confuso, il comportamento delle masse era, anche se non del tutto cosciente, certamente rivoluzionario perché rompeva con l’ordine stabilito.

E di fronte a questo conclude amaramente che “Nel giugno 1936 abbiamo perso il treno della storia” (Guérin 2013).

Il problema è che nelle formazioni “occidentali” o “occidentalizzate”, l’emergere della dualità dei poteri differisce dall’esempio classico della rivoluzione russa. Come sottolinea Juan Dal Maso, mentre in quest’ultima il potere dei soviet o dei consigli compete direttamente per lo sviluppo delle funzioni pubbliche, nelle formazioni “occidentali” la competizione è soprattutto per la conquista delle masse popolari:

Se si tiene conto della concettualizzazione gramsciana dello Stato integrale (o delle analisi di Trotsky sul bonapartismo e la statalizzazione dei sindacati) nella misura in cui [diventa] sfumata la distinzione tra sfera pubblica e privata, la lotta si svolge in un quadro in cui lo Stato tende a incorporare le organizzazioni operaie tradizionali e quindi lo sviluppo di istanze come i consigli o i soviet si confronta con uno Stato basato in gran parte sulla burocratizzazione del movimento operaio.

Quindi “lo sviluppo di organi di potere operaio ha come compito quello di rompere la statalizzazione e su questa base costruire l’egemonia per conquistare il potere e creare uno stato operaio distruggendo l’apparato statale borghese” (Dal Maso 2018).

Di fronte a questo problema, Trotsky formula una risposta generalizzando l’idea dei “comitati d’azione” e suggerendo i modi in cui anche piccoli gruppi possono aprire una via per influenzare un settore delle masse ponendosi come organizzatori della forza di tutti i settori che soffrono e vanno alla lotta. In questo senso, di fronte alle burocrazie che dominavano lo spazio politico francese e alla debolezza dei rivoluzionari, Trotsky sosteneva nel 1935 che:

Sarebbe assurdo credere che abbiamo abbastanza tempo per creare un partito molto potente che possa eliminare tutte le altre organizzazioni prima degli scontri decisivi con il fascismo o prima dello scoppio della guerra, ma è del tutto possibile in breve tempo – gli eventi aiutano – conquistare le grandi masse non al nostro programma, non alla Quarta Internazionale ma a quei comitati d’azione. Ma una volta creati questi comitati d’azione diventerebbero un magnifico trampolino di lancio per un partito rivoluzionario. In un comitato d’azione Pivert, per esempio, sarà costretto ad avere un linguaggio completamente diverso dal balbettio della sinistra rivoluzionaria. L’autorità e l’influenza degli elementi coraggiosi, risoluti e lungimiranti sarebbero immediatamente decimate. Non si trattava di una questione qualsiasi, era una questione di vita o di morte (Trotsky 1935).

E infatti lo era.

 

Una discussione molto attuale

La situazione del movimento operaio nei paesi occidentali è molto cambiata dal processo francese degli anni ’30 analizzato da Trotsky. Già da quel maggio 1968 francese dove, se, come diceva Marx riprendendo Hegel, i grandi eventi e personaggi della storia mondiale appaiono prima come tragedia e poi come farsa, l’azione del Partito Comunista fu una farsa del 1936. Tuttavia, questa non è solo una questione di interesse storico.

Da allora, le caratteristiche delle formazioni socio-politiche “occidentali”, che ai tempi di Trotsky e Gramsci erano peculiari dell’Europa e di una manciata di paesi centrali, si sono oggi diffuse enormemente alle più diverse latitudini. Anche se negli ultimi decenni, con le ritirate e il salto della statalizzazione dei sindacati, la funzione delle burocrazie sindacali come garanti della frattura di classe è venuta alla ribalta, quello che è successo non è la liquidazione dello “Stato integrale”. Insieme alla riformulazione del ruolo delle tradizionali burocrazie operaie, “nuove” burocrazie si sono sviluppate parallelamente allo sviluppo dei cosiddetti “nuovi movimenti sociali”, con la conseguente nazionalizzazione sia attraverso i legami con lo Stato delle cosiddette ONG sia attraverso specifici “dipartimenti” statali (ministeri, segreterie, agenzie) che svolgono compiti di cooptazione e irreggimentazione all’interno dei “movimenti”. I due interagiscono in modo complementare. Le prime limitano le organizzazioni sindacali ai settori più alti della classe operaia, mostrando un corporativismo antipopolare. Le seconde agiscono distaccando la lotta per i diritti civili o “sociali” dalle richieste della classe operaia nel suo insieme.

Oggi, se la sinistra corre un pericolo, è quello di cedere alle pressioni dello Stato attraverso l’amministrazione dell’assistenza sociale nel movimento dei disoccupati, o adattandosi alla struttura dei sindacati così come sono, o all’organizzazione studentesca dei servizi, o alla “ONGzzazione” e statalizzazione di movimenti come quello delle donne, dell’ambiente o altri, o al parlamentarismo attraverso eletti separati dalla lotta di classe. In altre parole, adattare la propria attività alle strutture dello “Stato allargato”. Ancora di più in situazioni come quella che stiamo cominciando a vivere in Argentina, dove si sta aprendo una fase pre-rivoluzionaria (ancora incipiente).

In questo quadro, gli sviluppi teorici delineati da Trotsky intorno ai “comitati d’azione” vanno ben oltre questi comitati e la loro formulazione specifica per la Francia negli anni ’30. Essi sollevano, da un lato, il problema più generale che i “soviet” o i “consigli” non emergono mai dal nulla, e ancor meno nelle complesse società “occidentali” segnate dal dispiegamento delle burocrazie nelle organizzazioni di massa. Anche se non possiamo affrontarla qui, questa questione non sarebbe difficile da rintracciare nell’ascesa operaia degli anni ’70 in Argentina da tutti i processi precedenti degli anni ’60 in poi, che portarono infine alla costituzione delle Coordinadoras Interfabriles (“coordinamenti interfabbrica”) nel 1975 (Werner, R. & Aguirre, F. 2009). E dall’altro lato, rivelano il potenziale di questa logica politica come un modo per i partiti rivoluzionari, con poche migliaia di militanti legati a questi processi, di aprire un percorso verso le masse e imporre efficacemente il fronte unico. Ciò che l’approccio di Trotsky mostra è la necessità di istituzioni permanenti dei settori in lotta, dove i rivoluzionari mettono tutte le loro energie per non perdere nessuna occasione di sviluppo, e che questo è un elemento fondamentale per evitare che l’energia del movimento di massa si diluisca in combattimenti isolati senza continuità e per servire all’emergere della classe operaia come soggetto, facendo saltare la struttura burocratica che sovrasta il movimento operaio e di massa. Questa è la fonte da cui può scaturire l’enorme forza necessaria per la costruzione di un partito rivoluzionario degno di questo nome.

In Argentina, questo è un dibattito di estrema attualità quando, dopo le occupazioni di terra del 2020 che hanno avuto il loro epicentro a Guernica, stiamo già vivendo una nuova ondata di lotte praticamente in tutte le province, che contrasta con la complicità delle direzioni sindacali di fronte alla crisi. Settori di lavoratori hanno occupato le loro aziende o hanno organizzato blocchi e accampamenti contro le chiusure e i licenziamenti di massa, in conflitti come nell’impianto di imballaggio di carne Arrebeef, Hey Latam a Rosario, Ternium Canning, ecc. Le lotte vanno dai piccoli stabilimenti, attraverso le mobilitazioni dei disoccupati, agli scioperi dei grandi sindacati come quelli degli insegnanti di Mendoza, Tucumán, Neuquén, Río Negro, tra gli altri. Alcune di queste azioni sono accompagnate, spesso imposte dai ranghi e dalle file ai loro dirigenti sindacali, ma molti conflitti sono il prodotto di vere e proprie “ribellioni” anti-burocratiche che vanno al di là di queste direzioni, per esempio, nel settore sanitario a Neuquén.

Tutti gli aspetti che abbiamo sviluppato in questo articolo sono un’altra prova che coloro che sostengono che Trotsky non era in grado di rendere conto delle strutture politiche e della strategia per l'”Occidente” si basano su una lettura superficiale della sua teoria in generale e della sua concezione della strategia in particolare. Sia gli approcci volgari che quelli accademici alle opere di Gramsci e Trotsky, che li collocano al di fuori della storia con le sue battaglie concrete e i problemi a cui hanno cercato di rispondere, lasciano da parte quello che per i marxisti rivoluzionari è un bene inestimabile quando si riflette sul marxismo come guida all’azione. Ed è proprio qui che le elaborazioni di cui ci siamo occupati, sia quelle di Gramsci sullo Stato che quelle di Trotsky come teorico e stratega, non solo della rivoluzione in Oriente ma anche in Occidente, raggiungono la loro piena dimensione.

 

Matías Maiello, Emilio Albamonte

Questo articolo fa parte del numero 1, autunno 2021, della rivista Egemonia.

Riferimenti bibliografici

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