Aiutiamoli a casa loro… per sfruttarli meglio: imperialismo, proletarizzazione e migrazioni in Nigeria

La scorsa settimana Gentiloni ha annunciato l’imminente invio di 470 militari italiani al confine tra la Libia e il Niger, i quali si aggiungeranno ai contingenti già stanziati da U.S.A. e Francia con il proposito dichiarato di contrastare il traffico di migranti e combattere il terrorismo (il progetto è in cantiere da mesi, ma stavolta sembra si voglia fare sul serio). I “flussi migratori”, tuttavia, non sono il puro e semplice esito dell’attività di “trafficanti senza scrupoli”, o dell’ instabilità provocata dai “gruppi terroristici”, bensì hanno profonde cause “socio-economiche” (che a loro volta spiegano in buona parte il successo in termini di reclutamento del Jihadismo). E’ evidente perciò che gli “obiettivi ufficiali” della recente iniziativa non rappresentino altro che una giustificazione per il consolidamento delle posizioni militari dell’imperialismo italiano, ansioso di difendere i recenti avanzamenti economici in Africa, dove quest’anno la “nostra” borghesia si attesta al terzo posto per investimenti esteri.

A dire il vero, come ricorda il direttore di famiglia cristiana Scaglione – sempre più servo dell’imperialismo – il PD non ha mai dimenticato di occuparsi delle ragioni di fondo che spingono ogni giorno “migliaia di disperati” a salpare verso l’Europa. Fu di Renzi nel 2016 l’idea – ad oggi ancora tale – del “migration compact”, ovvero un piano di investimenti pubblici e privati pari a 62 miliardi volto a favorire lo “sviluppo” dell’Africa subsahariana e quindi ad affrontare le radici stesse dei “viaggi della speranza”. Di contro l’ARCI ci fa notare che: “un maggiore sviluppo porta ad aumentare la migrazione. Tutte le persone che vogliono partire da tempo ma non ne avevano i mezzi avranno quindi la capacità di partire e lasceranno il loro paese” [1].

Un’osservazione del genere muove da un dato di fatto: la Nigeria – il paese più “sviluppato” dell’Africa subsahariana (dopo il Sud Africa) in termini di prodotto interno lordo – è anche l’area dalla quale proviene il maggior numero di migranti diretti verso le nostre coste (mentre il Niger, uno dei paesi più poveri del mondo è essenzialmente un luogo di transito, anche se è strategico per l’imperialismo italiano al fine di manovrare in Libia, dove sono concentrati i suoi interessi). Se poi è condivisibile la necessità di rifiutare la retorica dell’ “aiutiamoli a casa loro”, si sbaglia però completamente mira facendo deduzioni a partire da statistiche come il PIL – la somma, o la media dei redditi (quando si parla di PIL pro-capite) – incapaci di darci conto delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico. La questione, del resto, non è accademica nella misura in cui sorvolare sul nesso tra capitalismo e fenomeni migratori oscura l’esistenza di obiettivi interessi in comune tra i lavoratori africani e quelli europei, quindi tra migranti, rifugiati e\o richiedenti asilo e lavoratori italiani, mentre, riducendo la questione migratoria a un calcolo “costo-benefici”, si legittima la disgustosa distinzione tra “migranti economici” e “umanitari”.

Cenni sullo sviluppo capitalistico in Africa

Le radici di lungo periodo dello sviluppo capitalistico in Africa sono da ricercare nella sussunzione dei modi di produzione asiatici o comunisti primitivi propri del continente alla logica, prima dell’accumulazione originaria (vedi il commercio di schiavi dominato dalle “potenze” europee) e in seguito, a quella del capitale imperialista (fine 800-inizio 900) dalla quale deriva la centralità dell’esportazione di pochi prodotti agricoli “tropicali”, o minerari, nelle economie africane. Con i processi di decolonizzazione cominciati tra gli anni 50 e 60, le elites nazionaliste dei principali Stati dell’africa subsahariana cercano di intraprendere un abbozzo di industrializzazione sfruttando la rivalità politica tra l’URSS e l’imperialismo USA per ottenere finanziamenti.

La crisi di sovraccumulazione del capitalismo mondiale cominciata all’inizio degli anni 70, tuttavia, detta una riduzione del prezzo delle materie prime, con il risultato di creare le basi per la “crisi del debito del terzo mondo” degli anni 80, che colpirà con particolare ferocia l’africa subsahariana. Fondamentale, in questo solco, la pioggia di petrodollari sottoforma di prestiti internazionali verso i “Paesi in Via di Sviluppo” (resa possibile dal boom del prezzo del greggio nel decennio precedente) e la politica di aumento dei tassi d’interesse promossi da Regan e Tatcher per colpire il movimento operaio in occidente e approfondire la presa dell’imperialismo sui paesi dominati (riconquistando, insomma, anche quel poco di egemonia persa a seguito dei processi di decolonizzazione)1.

Come contropartita per l’erogazione di nuovi prestiti, sempre più necessari per far fronte al crescente servizio sul debito, infatti, le Istituzioni Finanziarie Internazionali promuovono i cosiddetti “piani di aggiustamento strutturale” (una sorta di antenato del “fiscal compact”) i quali includono oltre a disciplina di bilancio e privatizzazioni una progressiva riduzione delle tariffe doganali che raggiungerà il suo culmine con l’istituzione del WTO negli anni 90. L’esito è una messa in discussione dei timidi sforzi di industrializzazione messi in campo nei decenni precedenti e la penetrazione dei produttori di grano e cereali europei e nordamericani nei mercati africani, in espansione accanto alla sensibile accelerazione conosciuta dai processi di urbanizzazione negli anni 80 e alla crescente distorsione delle agricolture del continente verso le monocolture da esportazione (dominate dal capitale internazionale) [2].

Alle radici delle migrazioni in Nigeria

Particolarmente rilevanti le dinamiche di cui sopra per quanto riguarda la Nigeria (il secondo importatore di grano e riso del mondo) dove i grandi gruppi agricoli nordamericani ed europei hanno acquisito nel tempo un sostanziale monopolio sui mercati delle materie prime alimentari, grazie alla maggiore produttività rispetto ai coltivatori africani, ma anche ai generosi sussidi forniti dai rispettivi governi (con buona pace del “libero mercato”) [3]. I piccoli produttori locali sono perciò relegati all’agricoltura di sussistenza, la quale, caratterizzata da un bassissimo livello tecnico e infrastrutturale è incapace di sostenere la crescita della popolazione con il risultato di alimentare l’esodo rurale verso le città [4], al quale, come vedremo, contribuiscono anche le tendenze alla concentrazione della proprietà terriera trainate dal capitale internazionale. Attualmente oltre il 50% della popolazione vive ancora al di fuori delle principali aree urbane, ma il dato si è ridotto quasi del 30% negli ultmi 15 anni, a riprova dell’entità dei processi di spossessamento e proletarizzazione in atto nel paese [5], intensificati “da” – e intrecciati “con” – inondazioni e desertificazione (rispettivamente nel sud e nel nord del paese). Tali fenomeni, infatti, lungi dall’essere meramente naturali sono legati alla deforestazione dettata dall’urbanizzazione selvaggia, dalla bassa produttività dell’agricoltura di sussistenza e dal riscaldamento globale, ma anche e soprattutto dall’espansione delle grandi piantagioni (secondo la FAO responsabile per il 42% del fenomeno, contro il 30% “imputabile” ai piccoli coltivatori) [6].

A causa della sua natura “compradora”, del resto, la borghesia nigeriana non ha mai avuto nessun interesse al miglioramento complessivo dell’agricoltura. Aliko Dankote, ad esempio, l’uomo più ricco della nigeria e dell’Africa, deve la sua fortuna al quasi monopolio – che condivide con altre 5 multinazionali – della lavorazione e della distribuzione delle materie prime alimentari importate [7]: attualmente la Nigeria dipende dall’estero per circa l’80% del fabbisogno di grano e riso, mentre l’ammontare complessivo delle importazioni di cibo è decuplicato dal momento delle prime riduzioni delle tariffe avvenute nel 1986 [8]. A giudicare poi dal fatto che ad oggi solo l’1% della superficie coltivata è dotata di sistemi di irrigazione permanente, è evidente che le politiche di promozione dell’agricoltura alle quali i “donatori” internazionali e il governo nigeriano hanno dato slancio ufficiale a partire dagli anni 80 sono andate esclusivamente nell’interesse delle elites capitalistiche nazionali e internazionali [9]. L’alternativa all’agricoltura di sussistenza è dunque per le masse rurali il lavoro salariato stagionale nell’agricoltura su larga scala, o l’inserimento come “coltivatori indipendenti” nelle catene globali del valore dominate dai grandi gruppi multinazionali. Anche qui, però, non si tratta di una via d’uscita dalla povertà; tanto per capirci, sul prezzo totale che paghiamo nei mercati europei per una barretta di cioccolata – o per la Nutella – solo il 5% del “valore aggiunto” corrisponde a quello intascato dai coltivatori diretti di semi di cacao nigeriani [10].

A differenza di altri stati africani, in effetti, la Nigeria “beneficia” della “rendita petrolifera” (ad oggi è il sesto produttore mondiale di idrocarburi), tuttavia l’estrazione di petrolio nel delta del fiume Niger è intimamente legata alla crisi del “settore primario”, quindi a massicce espropriazioni di terreni agricoli da destinare ad attività estrattive o pipelines, ma anche all’ inquinamento che a sua volta si riflette negativamente sull’agricoltura e sulla pesca (non è un caso che il paese importi il 60% delle risorse alimentari marittime). Tutto ciò, in nome degli interessi dei grandi gruppi petroliferi, tra i quali la “nostra” Eni che negli anni ha contribuito allo sviluppo (capitalistico) nigeriano con centinaia di milioni di investimenti e altrettanti in tangenti a burocrati e politici locali. Questi ultimi, complessivamente, si sono letteralmente intascati tra il 1970 e il 2000 oltre 400 miliardi di dollari di rendita petrolifera, mentre nello stesso lasso di tempo la percentuale di nigeriani che vivono con meno di un euro al giorno è passata dal 36% al 70% [11] (secondo altri dati riportati dalla BBC tra il 2004 e il 2012 la cifra aumenta dal 56% al 60%).

Con il calo del prezzo del petrolio successivo alla “Grande crisi”, in realtà, le burocrazie nigeriane hanno deciso di recuperare la riduzione della rendita accelerando la vendita dei terreni agricoli al capitale internazionale e alla borghesia nazionale [12] utilizzando come giustificazione la necessità di sviluppare finalmente l’agricoltura e risolvere il problema della dipendenza alimentare. La svolta è stata accolta con favore dai membri del G7 che hanno patrocinato una serie di investimenti nell’agricoltura su larga scala, presentati come “aiuti allo sviluppo”, ma tradottisi in fenomeni di espropriazione di massa, come nel caso del recente acquisto di 30.000 ettari per la produzione di riso da parte della multinazionale U.S.A. Dominion Corporation” nel nord-est del paese che mette a rischio l’accesso all’acqua di una comunità di 40.000 piccoli coltivatori.

Un processo del genere si intreccia poi con la cessione cominciata a metà anni 2000 di centinaia di migliaia di ettari di terreno agricolo per la coltivazione di bio-carburanti – in uno dei più grandi investimenti degli ultimi tempi è coinvolta una multinazionale italo-tedesca – con relativi fenomeni di spossessamento delle comunità contadine, accanto al peggioramento della dipendenza alimentare del paese (il bio-etanolo è prodotto dalla fermentazione della cassava che è un elemento importante della dieta degli agricoltori nigeriani). Questo, peraltro, proprio in un momento in cui la domanda mondiale di grano e cereali è in costante crescita a causa dal fatto che i fenomeni di “bio-fuelizzazione” dell’agricoltura trainati dal capitale internazionale coinvolgono tutto il terzo mondo, generando un costante aumento dei prezzi del cibo ai danni delle masse proletarie e sotto-proletarie, ma a tutto vantaggio dei conglomerati europei e nordamericani, e delle “borghesie compradore”. Il fenomeno è intimamente legato alla crisi di sovraccumulazione del capitalismo globale e all’intensificazione della competizione interimperialistica – in particolare tra USA e CINA, sempre più affamati di fonti di energia a basso costo – ma il governo nigeriano giustifica l’enfasi sulla produzione di bio-carburanti con la necessità di ridurre le importazioni di benzina… Quando non esistono nel paese tecnologie in grado di funzionare a bio-etanolo [13]!

E’ vero tuttavia che una delle principali voci delle importazioni del paese africano è rappresentata dai prodotti petroliferi raffinati, indice dell’incapacità del capitalismo nigeriano di sviluppare l’industrializzazione a partire dalle attività estrattive a causa della sua subalternità nella divisione mondiale del lavoro. Anzi, gli effetti di sopravvalutazione del cambio dettati dalle esportazioni di greggio e gas naturale hanno approfondito la tendenza a una complessiva deindustrializzazione, in sinergia con l’ aumento delle pressioni competitive dettate dall’apertura al commercio mondiale degli ultimi decenni, la quale ha aggravato gli effetti della strutturale dipendenza economica del paese. Come tutti i “capitalismi periferici”, infatti, la Nigeria importa gran parte dei semi-lavorati e dei beni capitali dai centri imperialisti (gli imputs importati costituiscono tra il 50 e il 60% del valore dell’output). Di conseguenza eventuali espansioni nell’industria dei beni di consumo non generano tassi di accumulazione significativi (dettando l’aumento della domanda di prodotti U.S.A., tedeschi etc e non di quelli del quasi inesistente “settore dei mezzi di produzione” locale), mentre in seguito all’adesione al WTO la stessa industria dei beni di consumo nigeriana è entrata in crisi in relazione all’incremento della concorrenza con la Cina [14].

Attualmente il peso della manifattura sul totale dell’occupazione si è dunque ridotto di 1\3 rispetto al 1970, anche se complessivamente il numero dei componenti della “classe operaia” per come è tradizionalmente intesa rimane costante al 12% grazie all’aumento degli occupati nel settore che ruota attorno al petrolio e alle costruzioni (i quali tuttavia non crescono, in termini di occupazione, da oltre un decennio)[15]. Aumenta invece il peso del proletariato come classe definita da relazioni sociali articolate attorno al controllo dei mezzi di produzione: nel 2015 i salariati, compresi quelli agricoli, rappresentano il 66% dell’occupazione (contro il 56% del 1995) [16]. Detto questo, a fronte di un settore manifatturiero asfittico e della natura strutturalmente “capital intensive” dell’industria estrattiva, l’espansione dei servizi (e dell’impiego pubblico) è incapace di assorbire l’esodo rurale; lo dimostrano gli impressionanti dati sulla disoccupazione degli ultimi anni che schizzano dal 3% del 2000 al 25% del 2014 [17].

Figure 2 Unemployment Nigeria
Disoccupazione in Nigeria. Fonte: Newsweek

La crescita esponenziale delle città (Lagos ad esempio è passata da qualche centinaia di migliaia a oltre dieci milioni di abitanti tra il 1991 e il 2006 [18]) corrisponde perciò a quelle delle immense bidonvilles periferiche, le quali – più che una soluzione permanente – rappresentano per molti giovani una sorta di parcheggio prima dell’emigrazione verso l’Europa [19]. Questo anche nella misura in cui sono frequenti imponenti sgomberi condotti coercitivamente dalle autorità statali per fare spazio a progetti di speculazione edilizia – o in generale di “land grabbing” – a vantaggio dell’1% che beneficia della rendita petrolifera (ad esempio, l’anno scorso oltre 30.000 famiglie di Lagos hanno assistito alla demolizione della propria baracca in un’unica grande operazione condotta dal governo).

Ancora due parole sulla prospettiva politica…

Di fronte agli immani processi di espropriazione e proletarizzazione scatenati dall’accumulazione capitalistica mediata dall’imperialismo, non esiste, insomma, politica di respingimento che tenga, mentre fare appello ai “nostri” governi affinché promuovano lo sviluppo significa illudersi che più imperialismo possa risolvere le questioni poste dallo stesso imperialismo. I giovani e i lavoratori europei non hanno nulla da guadagnare dallo sfruttamento dei paesi africani: le classi dominanti che promuovono la subordinazione economica del “terzo mondo” sono le stesse che gestiscono il massacro sociale in Europa. Lavoratori italiani e migranti hanno dunque i medesimi nemici e lo stesso interesse nell’abbattimento di un sistema economico e sociale che non ha più nulla da offrire all’umanità. Per questo ai tentativi del governo di giustificare nuove avventure militari sfruttando la paura dell’ “immigrazione” o i sacrosanti sentimenti di pietà per le morti nel mediterraneo, dobbiamo rispondere con la denuncia delle mire e delle responsabilità dell’ imperialismo e rivendicare la piena accoglienza per chi approda sulle nostre coste.

Note

[1] “Le Tappe del processo di Esternalizzazione delle Frontiere: dal Summit della Valletta ad Oggi”, ARCI, 2016. Disponibile a: http://www.integrationarci.it/wp-content/uploads/2016/06/esternalizzazione_docanalisiARCI_IT.pdf, p. 6.

[2] Per approfondimenti sui temi trattati in questo paragrafo si veda D, Harvey, Breve Storia del Neoliberismo, Il Saggiatore, Milano, 2005. A. Pallotti, Alla ricerca della Democrazia: l’Africa Subsahariana tra Autoritarismo e Sviluppo, Rubettino,Soveri Mannelli, 2008. Un libro certamente non marxista, ma onesto e ricco di informazioni. Sulla questione dei mercati alimentari del terzo mondo e in generale sui rapporti tra quest’ultimo e “l’agribusiness” con base nei centri imperialisti occidentalei si veda: J. Wilkinson, “The Globalization of Agribusiness and Developing World Food System”, Monthly Review, Vo. 61, N° 4. Disponibile a: https://monthlyreview.org/2009/09/01/globalization-of-agribusiness-and-developing-world-food-systems/

[3] J. Wilkinson, Op. Cit.

[4] E. N. Ajani, “A Review of Agricultural Transformation Agenda in Nigeria: The Case of Public and Private Sector Participation”, Research Journal of Agriculture and Environmental Management. Vol. 3(5), pp. 238-245, May, 2014. Disponibile a: https://www.researchgate.net/publication/267507156_A_Review_of_Agricultural_Transformation_Agenda_in_Nigeria_The_Case_of_Public_and_Private_Sector_Participation

[5] https://data.worldbank.org/indicator/SP.RUR.TOTL.ZS?locations=NG

[6] M. N. Thelma, “Desertification in Northern Nigeria: Causes and Implications for National Food Security”, Peak Journal of Social Sciences and Humanities Vol. 3 (2), pp. 22-31, March, 2015. Disponibile a: https://www.academia.edu/11786508/Desertification_in_northern_Nigeria_Causes_and_implications_for_national_food_security

[7] “Nigeria Agriculture”, Export.Gov, 20\06\2016. Disponibile a: https://www.export.gov/apex/article2?id=Nigeria-Agriculture

[8] U. Abdullatef & A. T. Iljaya, “Agricultural trade Liberalization adn Food Security in Nigeria”, Journal of Economics and International Finance Vol. 2(12), pp. 299-307, December 2010. Disponibile a: http://www.academicjournals.org/journal/JEIF/article-full-text-pdf/6F656F92912

[9] Si veda: I. M. Abbass, “Trends of Rural Urbani Migration in Nigeria”, European Scientific Journal. Disponibile a: https://pdfs.semanticscholar.org/5576/48d57f827fd7f786a9c93b4628430531a659.pdf. Il dato sull’irrigazione è della FAO: http://www.fao.org/nigeria/fao-in-nigeria/nigeria-at-a-glance/en/

[10] “Transforming Nigeria’s Agricultural Value Chian”, Pwc. P. 10. Disponibile a: https://www.pwc.com/ng/en/assets/pdf/transforming-nigeria-s-agric-value-chain.pdf

[11] M. Watts, “Empire of Oil: Capitalist Dispossessation and the Scramble for Africa”, Monthly Review, Vol. 58, N° 3, Sett. 2006. Disponibile a: https://monthlyreview.org/2006/09/01/empire-of-oil-capitalist-dispossession-and-the-scramble-for-africa/

[12] Nelle campagne nigeriane la proprietà privata della terra non è un dato assodato; ufficialmente il proprietario è lo stato che la delega alle comunità locali. Quando il governo cede le terre ai privati, si tratta insomma di un vero e proprio processo di accumulazione originaria, anche se abbiamo visto come il fatto che il grosso degli agricoltori nigeriani siano relegati all’economia naturale sia legato alle pressioni del capitalismo globale, e non all’isolamento dai processi di accumulazione; Trotsky parlava di sviluppo ineguale e combinato, a proposito delle caratteristiche dello sviluppo capitalistico nei paesi “ritardatari”, dove, ad esempio, le evoluzioni più recenti dei processi di centralizzazione del capitale, coesistono con rapporti di produzione arcaici (nel nostro caso multinazionali e agricoltura di sussistenza). Sul concetto di Sviluppo Ineguale e Combinato, si veda L. Trotsky, Storia della Rivoluzione Russa, Cap. 1. (qualsiasi edizione).

[13] Sul Land-Grabbing in Nigeria si veda: N. E. Attah, “Nigeria Agrofuel Policy and Land Grab: ‘Monkey See, Monkey do’ “, CODESRIA, 2015. Disponibile a: https://www.codesria.org/IMG/pdf/noah_echa_attah___nigerian_agro-fuels_policy_and_land_grab___monkey_see_monkey_do.pdf?4031/a278474cc1e6fb658bcf5a1fb3ed5b99e169e47a. Sul Land Grabbing come fenomeno generale si veda: M. Edelman (a cura di), Land Grabbing History Theory and Methods, Routledge, London, 2011.

[14] per i dati sulla struttura delle importazioni si vedano i databases: https://atlas.media.mit.edu/en/profile/country/nga/, https://wits.worldbank.org/CountryProfile/en/Country/NGA/StartYear/2000/EndYear/2014/TradeFlow/Import/Indicator/MPRT-TRD-VL/Partner/ALL/Product/UNCTAD-SoP2. Sullo sviluppo capitalistico dei paesi dipendenti, si rimanda al classico S. Amin, Lo Sviluppo Ineguale, Einaudi, Torino, 1977. Per un’analisi più aggiornata, che si sofferma sulle relazioni tra globalizzazione e imperialismo (nonché gli effetti dell’aumento della concorrenza tra i paesi del sud del mondo – nei quali l’autore include anche la Cina – per i mercati del “nord” e per entrare nelle catene globali del valore dominate dai grandi gruppi transazionali) s veda: J. Smith, Imperialism in the 21th Century, Monthly Review Press, 2016. Su liberalizzazione commerciale, manifattura e mercato del lavoro in Nigeria: D. O. Odejimi, “The Impact of trade Liberalization on the Nigerian Labour Market”, International Journal of Commerce, Economics and Management, Vol. 3, N° 4, Aprile 2015. Disponibile a: http://ijecm.co.uk/wp-content/uploads/2015/04/3415.pdf

[15] C. Golubsky, “Nigeria Jobless Growth”, Newsweek, 05\10\2016. Disponibile a: http://www.newsweek.com/nigerias-jobless-growth-457897

[16] https://data.worldbank.org/indicator/SL.EMP.WORK.ZS?locations=NG

[17] C. Golubsky, Op. Cit.

[18] J. Wilkinson, Op. Cit.

[19] Per un ottimo resoconto si veda: A. Iocchi, “Nigeria la Pipeline che Trasporta i Migrati”, Limes, Dicembre 2017.

Django Renato

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