In nome del popolo italiano … sei licenziato!

  • Category: Lavoro
  • Date: giugno 7, 2018

“Prima gli italiani”, dicono Salvini e Di Maio, ripetendo uno slogan in voga negli ambienti dell’estrema destra.
Chi vi si oppone invece dice “Difendiamo la Costituzione”. Ma quali italiani debbano venire prima e chi tuteli la Costituzione, lo hanno candidamente fatto capire, senza possibilità di replica, i Signori Magistrati della Corte di Cassazione Antonio Manna, Matilde Lorito, Adriano Pergiovanni Fatti, Gabriella Marchese e Elena Boghetich nella loro sentenza di licenziamento di 5 operai di Pomigliano d’Arco.

La Costituzione degli italiani ricchi

A parità di cittadinanza, la sentenza dimostra che gli italiani ricchi vengono prima di quelli poveri e a parità di condizione sociale, gli articoli garantisti della Costituzione valgono per i padroni ma non per gli operai.

Ribaltando il giudizio espresso dalla Corte di Appello, la Suprema Corte ha deciso che l’immagine di Marchionne non si può “disonorare”, con una sentenza di 8 pagine, dove sostanzialmente vengono riprese pari pari – e non è un’esagerazione – le argomentazioni della parte legale dell’azienda.
La Corte ha cassato la sentenza di Appello senza possibilità di un ritorno al secondo grado di giudizio. Per i giudici vi è stata la falsa applicazione degli articoli 21 e 2 della Costituzione italiana nella condanna per FCA al reintegro dei 5 licenziati. Insomma, esprimere il libero pensiero e tutelare i propri diritti, sono due cose che non valgono per i lavoratori.

Ci si poteva aspettare che la Magistratura fosse genuflessa ai padroni. È il loro compito: giudicano chi e cosa può essere conforme alle consuetudini e alle norme che regolano la società borghese. Ciò che però lascia esterefatti è la modalità con cui la Corte ha emanato la sua sentenza. Non una parola sulle motivazioni della precedente sentenza d’Appello – come se non contasse niente – che dava ragione ai lavoratori. Non una motivazione complessiva esplicata. Solo un copincolla delle argomentazioni dei legali di Fiat.

In realtà, una motivazione reale c’è nel dispositivo ed è probabilmente un passaggio tanto chiaro quanto crudo, che fa ben capire con quale nemico ha a che fare la classe operaia,“L’esorbitanza dai limiti della correttezza formale della critica espressa da lavoratori è pure comportamento idoneo al ledere definitivamente la fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro, introducendo in azienda una conflittualità che trascende il regolare svolgimento e la fisiologica dialettica del rapporto di lavoro”. 

È tutta qui la natura politica di questa sentenza. Spiega chiaro e tondo che in fabbrica non si può portare conflittualità e che il fisiologico rapporto di lavoro è quello della dialettica (concertativa).

Colpirne 5 per educarne 2000

Questa sentenza è più di un giudizio sulla protesta simbolica messa in atto dal gruppo dei 5 licenziati.
Primo. Arriva esattamente nello stesso periodo in cui FCA annuncia 2000 esuberi solo per Pomigliano con cassa integrazione a zero ore, in un piano generale che prevede migliaia di licenziamenti in tutti gli stabilimenti con delocalizzazioni in altri paesi. 

Secondo. Mignano e gli altri compagni hanno rappresentato per tantissimi anni la parte più combattiva dello stabilimento campano, quando ai tempi dello Slai Cobas di Vittorio Granillo e Mara Malavenda, questo gruppo di avanguardie era il primo sindacato per iscritti. Riuscì a far eleggere la stessa Mara come deputata al Parlamento, da indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista nel 1996. Ciò la dice lunga sul riconoscimento di lotta che questi compagni avevano tra gli operai di Fiat. Per la loro tenacia – non si vollero mai vendere e non accettarono mai di scendere a compromessi – vennero attaccati e furono spediti nello stabilimento di Nola per isolarli dagli altri operai, con la complicità delle burocrazie sindacali, FIOM compresa. Uno stabilimento che loro stessi definivano – e definiscono – “reparto confino”, e dove ancora oggi non si svolgono attività lavorative particolarmente necessarie all’azienda (saranno tra i 2000 esuberi, infatti). 

Per Marchionne, un manager che ha preso FCA e l’ha portata da un light a un gold market, erano l’ultimo baluardo da spingere fuori dalle fabbriche del gruppo di proprietà della Exor, Holding della famiglia Agnelli-Elkaan. 
In queste fabbriche oggi vige un clima da lager. Vengono cronometrati i minuti per andare in bagno. I lavoratori vivono il dilemma per 8 ore se bere quando ne hanno la necessità o rimandare, per evitare di dover poi andare a urinare e quindi giocarsi la pausa di 10 minuti. La security passa sulle catene tenendo d’occhio tutti per evitare che gli operai parlino tra di loro. I ritmi di lavoro sono insopportabili. La pausa è stata spostata a fine turno per evitare che mangiando gli operai possano avere dei momenti di confronto. Ai lavoratori che s’infortunano durante le ore di lavoro viene “consigliato” di non denunciare all’INAIL, ma nel caso di andare dal medico di base.
Un clima di continuo mobbing che ha messo le briglie agli operai. I più forti resistono, i meno coscienti non se ne fanno un problema. Quelli che vorrebbero ribellarsi vivono la sfiducia della debolezza e alcuni cadono in depressione arrivando a suicidarsi, come successo ai tre operai a cui Mimmo e gli altri diedero la propria solidarietà.

Con questa sentenza si sancisce che non solo gli operai non possono neanche più avere opinioni politiche contrarie all’azienda, ma che se si suicidano per depressione legata ai licenziamenti, il padrone non ne ha nessuna colpa.
Concetti ribaditi da un lato dai Magistrati della Corte di Cassazione e dall’altro dall’Azienda stessa, che nelle ultime settimane ha inviato una mail ai propri dipendenti invitandoli a “seguire una condotta che tuteli e promuova il miglior interesse del Gruppo FCA”, chiedendo che “Qualunque situazione che costituisca un conflitto di interesse, anche solo potenziale, deve essere immediatamente comunicata come previsto dal Codice di Condotta”.  

Sotto un non meglio specificato “conflitto d’interessi” in “qualunque situazione”, si cela la richiesta da parte del Capo del Personale di segnalare chi “danneggia” l’azienda. Il caso potrebbe riguardare una concorrenza “sleale”, così come una battaglia di tipo sindacale. Considerato, però, il colosso che è FCA, risulta quantomeno difficile pensare che gli operai possano arrecare danno all’azienda con casi di “Conflitto di interessi”. Sicuramente potrebbero farlo organizzandosi per difendere salario e diritti. Lì nascerebbe un reale “conflitto d’interessi”: quelli dei padroni e quelli degli operai. Non è difficile, quindi, capire a cosa si riferissero in questa circolare.

Una sconfitta che brucia …

La notizia del licenziamento definitivo è piombata in pochissime ore in fabbrica durante i turni. Ha portato scoraggiamento tra tutti gli operai, anche tra le basi della FIOM, persino tra le burocrazie sindacali (anch’esse potrebbero essere oggetto dei prossimi licenziamenti). I 5 licenziati sono stati per 10 anni un simbolo, un presidio che stava lì a ribadire che si poteva resistere allo strapotere e alla spregiudicatezza degli Elkaan e di Marchionne, anche se l’azienda li dispensava dal lavoro. Gli operai aspettavano che scattasse l’ora in cui cambiando i rapporti di forza si fosse riusciti a farli rientrare e riorganizzarsi per alzare la testa. È la richiesta che a centinaia già oggi e da oramai 2 anni gli operai facevano a questi 5 licenziati quando li incontravano ai cancelli nel loro costante e instancabile lavoro di propaganda per difendere i diritti dei lavoratori.

Il gruppo dei 5 licenziati aveva, inoltre, messo in piedi un coordinamento intersindacale autorganizzato degli operai delle fabbriche FCA. A questo vi aderiscono compagni appartenenti alle più svariate sigle sindacali (dal Si Cobas alla USB e altri della FIOM), senza interessi particolari di bandiera. Un passo in avanti importantissimo nel il gruppo FCA, per la centralità che questa fabbrica riveste nel capitalismo italiano e nel conflitto di classe.

Purtroppo, si è persa una battaglia importante. L’abbiamo persa tutti: i 5 licenziati, gli altri 2000 che saranno messi in CIG a zero ore (l’anticamera del licenziamento, sostanzialmente) e tutti quelli che considerano la classe operaia come soggetto del cambiamento e della trasformazione sociale della società. 
Non per chissà quali qualità particolari di Mimmo e degli altri – che pure sono un patrimonio enorme sia umano che politico -, ma per ciò che la vittoria in Appello, la sentenza di reintegro, rappresentava nell’immaginario degli operai di FCA. Dava fiducia e speranza. La sentenza della Cassazione invece fa tornare a governare il terrorismo (padronale) in fabbrica.

FCA fa sempre scuola. È in questa fabbrica che è nato il Piano Marchionne – diventato poi Legge dello Stato col nome di Jobs Act – ed è dai metodi del suo managment che il resto di Confindustria ha preso spunto per riorganizzare le relazioni tra sindacati e azienda.

… ma la talpa continuerà a scavare: un’agenda per rilanciare la lotta

La domanda che oggi si pone chi da anni lotta dentro e fuori i cancelli di FCA è come proseguire la battaglia.
La storia della lotta tra proletari e borghesi è sempre stata segnata da cocenti sconfitte, poche volte da vittorie. Cosa importante è che le sconfitte diventino esperienza accumulata per avanzare in una prima strategia di difesa composta di colpi mirati. 

1. il coordinamento degli autorganizzati va mantenuto e fatto crescere. È lo strumento di unità di base dei lavoratori e vi sono dentro diverse avanguardie combattive, che negli stabilimenti rappresentano dei riferimenti se non dei presidi di operai combattivi. Sono, inoltre, il metodo giusto per lottare contro settarismo e burocrazia che dirigono le organizzazioni sindacali.

2. Chi ha rivendicato solo a parole la lotta a Marchionne deve porsi il problema di cosa fare dinanzi agli annunciati 2000 licenziamenti di Pomigliano e le migliaia che vi saranno negli altri stabilimenti. Devono assumersi non solo la rivendicazione del no alla cassa integrazione, ma pure quella di una nuova riassunzione dei 5 licenziati. Il principio deve essere “se toccano uno, toccano tutti”, ben espresso dai metodi vincenti dei facchini della logistica. La FIOM è oggettivamente l’unica struttura sindacale che può assolvere a questo compito, ma la sua direzione – specialmente in FCA – è assolutamente insufficiente. Se vuole essere conseguente con le cose che rivendica in astratto costruisca una mobilitazione vera, con sciopero e picchetti ai cancelli. Avranno il sostegno di sempre più lavoratori, ma pure di tutte le avanguardie politiche che lottano per la classe operaia. 

3. È vitale porre sull’agenda della lotta la nazionalizzazione senza indennizzo di tutto il gruppo FCA, perchè quest’azienda ha preso per 100 anni i soldi pubblici (salario indiretto dalle buste paga dei lavoratori) per investimenti e per ammortizzatori sociali, per poi dare agli operai il benservito delocalizzando e licenziando. 

Se i padroni rivendicano il diritto a licenziare i lavoratori, allora gli operai rivendicheranno il proprio diritto a licenziare i padroni.

4. Allo stesso tempo, la mera nazionalizzazione non basta. In genere i capitalisti dicono che sono in crisi. È la solita scusa che utilizzano approfittando del fatto che nessuno può accedere ai conti dell’azienda, perchè lo Stato – e la Costituzione, quindi – tutela la libera iniziativa privata. Per questo non solo la nazionalizzazione di FCA, ma pure il controllo operaio sui conti dell’azienda è necessario. I lavoratori nomineranno dei propri consulenti finanziari e così potranno verificare i soldi di queste aziende che continuamente delocalizzano e licenziano. 

5. Chi lotta può andar incontro alla possibilità di essere licenziato. Per questo motivo è fondamentale dare a chi perde il lavoro per motivi di lotta la possibilità di ricevere sostegno economico. È fondamentale finanziare la cassa di resistenza che servirà a permettere a Mimmo, Marco, Antonio, Massimo e Roberto di vivere e continuare a lottare. Inviamo somme di denaro al c/c n° IT57T 02008 32974 023309421592, intestato a Antonio Barbati.

Abbiamo perso una battaglia (importante), ma la guerra è ancora aperta e dipenderà fondamentalmente da un fattore: il protagonismo della classe operaia stessa e dalla sua capacità di organizzarsi come classe, cioè in ultima istanza dalla sua direzione. I 300 trasfertisti a Cassino che scioperarono lo scorso anno ne sono una dimostrazione. Lo fecero in maniera completamente spontanea, stanchi dei soprusi dei dirigenti aziendali e del modo in cui venivano trattati. In quella occasione FCA perse capitale accumulato, le burocrazie sindacali si precipitarono (letteralmente) ai cancelli, disorientati dal fatto che degli operai senza di loro potessero scendere in lotta. Il ruolo di agitazonisti di Mignano e gli altri licenziati fu in quella occasione fondamentale.

Probabilmente Marchionne adesso ringrazierà i giudici che si sono fatti garanti dei suoi diritti “morali sanciti dalla Costituzione”. Farà verosimilmente lo stesso coi suoi dirigenti per l’ottimo lavoro svolto nell’opprimere gli operai e nell’essere riusciti dopo 10 anni a sbarazzarsi di Mignano e gli altri compagni, ma in politica e nella lotta di classe i conti si fanno sul lungo periodo. 

Noi non ci arrendiamo!

@Douglas Mortimer

3 Commenti

  1. Splendido e chiarissimo articolo,al quale nulla si può aggiungere!

  2. Un tempo si facevano manifestazioni e scioperi: è ora di tornare a lottare . Il lager deve essere liberato. punirne 5 per educarne 2000? Quei 2000 devono bloccare tutto . L’unione fa la forza.

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