Le cronache lavorative degli ultimi tempi sembrano parlare di un’Italia negli aspetti sociali molto simile a quella del Ventennio fascista.
Dopo il caso di discriminazione contro il ragazzo di origini brasiliane in costiera romagnola da parte di un albergatore, un nuovo episodio razzista balza alla cronaca.

Un commerciante di Torino ha esaminato il curriculum di Chiara, una proletaria di 18 anni. Più che valutare le sue esperienze lavorative pregresse ha esaminato a fondo il profilo facebook della ragazza. Nel vedere che fosse fidanzata con un ragazzo di origini africane, le ha inviato un messaggio su facebook dove la invita a non evidenziare la sua relazione.

Alla replica infastidita della ragazza il commerciante ha risposto che per lui sarebbe meglio Pacciani, il Mostro di Firenze, piuttosto che un africano.

Ciò che è capitato alla giovane di Torino è soltanto uno dei tantissimi episodi di razzismo con cui padroni, commercianti e albergatori discriminano i lavoratori. Altri non hanno lo stesso clamore mediatico, ma quotidianamente i proletari vengono discriminati per il colore della loro pelle.

Tra migranti che muoiono in mare a causa di leggi criminali che impediscono il soccorso, aggressioni di stampo razzista, leggi come quella Minniti che inaspriscono la guerra degli apparati repressivi contro venditori ambulanti, espisodi d’intolleranza della popolazione verso gli immigrati, l’Italia ha istituito un regime di ordinamento giuridico ostile allo straniero, configurando un profilo di regole sociali da apartheid fascista.

È possibile opporsi a questa ondata reazionaria soltanto ponendo le basi per l’unità tra lavoratori autoctoni e immigrati a partire dalle sedi di lavoro e organizzazione del movimento operaio, unificando nel concreto le lotte della logistica con quelle dei trasporti e degli operai dell’industria. Soltanto costruendo questo legame organico sarà possibile porre un livello adeguato di autodifesa dei lavoratori agli attacchi dei padroni, teppaglia e lacchè.

 

Douglas Mortimer