Il regista Daniele Vicari ed il produttore Domenico Procacci decidono, dopo aver letto gli atti processuali inerenti a quella notte del 21 luglio 2001, che Amnesty International definì “La più grande sospensione dei diritti umani dopo la seconda guerra mondiale”. Ben presto, regista e produttore, si resero conto che la pellicola non avrebbe potuto avere un solo protagonista ed un solo antagonista. Da qui, la scelta di dar vita ad un film corale, con più personaggi tutti protagonisti. Vicari, inizialmente, voleva girare l’evento storico nella città in cui ebbe luogo; tuttavia, il mancato l’appoggio economico delle case di produzione come Medusa e Rai cinema costrinse la troupe a spostarsi a Budapest. Perché tante difficoltà per dar vita ad un film? Analizziamo la realtà storica di cui si nutre il film.

Nell’estate del 2001, Genova fu la sede di un summit del G8. Questo portò all’unione di vari scioperi e continue contestazioni, più volte sfociate in atti violenti, dato che la polizia non esitava minimamente prima di caricare le folle. La svolta definitiva, arriva alla fine del G8: la notte del 21 luglio 2001. 93 persone di diversa nazionalità ed estrazione sociale trovano riparo all’interno della scuola Diaz: un luogo apparentemente sicuro per passare la notte, poiché messa a disposizione del comune di Genova come dormitorio comune. La Diaz è anche la sede del media center e dell’assistenza legale dell’organismo promotore. Ore 23.50: i poliziotti fanno irruzione nell’edificio. Sarà l’inizio di un vero massacro, che vedrà come vittime giovani ed anziani e come carnefici gli agenti di polizia. Finito l’attacco alla Diaz, coloro che saranno arrestati saranno trasferiti nella caserma di Bolzaneto, dove subiranno torture e umiliazioni (come restare nudi e sopportare sputi ed insulti da parte delle forze dell’ordine).

Il film di Vicari (uscito nel 2012), nelle sue due ore di durata, altro non è che un vero documento storico. Sia le scene che precedono l’attacco alla Diaz, sia le scene ambientate a Bolzaneto, sono riprese seguendo la tecnica documentaristica. Vicari non si sforza di intraprendere una regia sofisticata o avanguardista, poiché ciò che ci viene mostrato altro non è che la scomoda realtà che ha visto la “democratica” Italia come protagonista. La pellicola fu presentata al Bifest di Bari, dove ottenne 10 minuti di applausi. Il trionfo fu la 62esima mostra del cinema di Berlino, dove fu maggiormente apprezzato dalla critica straniera (guarda caso i critici italiani non furono affatto contenti del film). Il cinema politico esiste ancora in Italia, tuttavia cerca sempre di essere “oscurato” e, soprattutto, non viene finanziato. C’è sempre bisogno di finanziamenti esterni! “Diaz – Don’t clean up this blood” resta, ancora oggi, una delle testimonianze più forti di un momento storico non così distante dal nostro. Ancora oggi, non ci sono estranee quelle violenze, quelle torture. Non è necessario rivedere film come Salò o le 120 giornate di Sodoma o seguire i telegiornali per conoscere atti di barbarie in qualche paese esotico. Tutta quella violenza, quell’insistente necessità del potere di sopraffare i più deboli è ben radicata anche nella nostra amata società occidentale.

 

Sabrina Monno

 

Nata a Bari nel febbraio del 1996, laureata presso la facoltà DAMS di Bologna e studentessa presso Accademia Nazionale del Cinema, corso regia-sceneggiatura. Lavora prevalentemente in teatro, curando reading di lettura e sceneggiature.