A diversi decenni di distanza, gli anni ’70 rimangono vivi nella memoria come un periodo che ha segnato profondamente la società dell’epoca, e che ancora oggi tira dietro con sé ricordi e fantasmi. L’Italia si era appena lasciata alle spalle le contestazioni del biennio 1968-1969 e si preparava ad affrontare un altro decennio di lotte e terrorismo. Se dal punto di vista politico gli anni ’70 furono gli anni di piombo, dal punto di vista musicale furono gli anni d’oro, sono molte infatti le formazioni a nascere in quegli anni. Fra queste riesce a emergere particolarmente quella degli Area (o meglio AREA: internazional POPular group), che da lì a poco avrebbe fatto molto discutere negli ambienti della sinistra extraparlamentare.

Il primo nucleo della band si forma sul finire del 1971 su idea del batterista di origini turche Giulio Capiozzo e dal cantante greco-egiziano Demetrio Stratos, entrambi già precedentemente membri del gruppo beat I Ribelli. Col finire dell’era del rhythm & blues, si fa strada in Italia la prima ondata di rock, che si lega perfettamente alla presa di coscienza politica. Si unirono in seguito anche Leandro Gaetano alle tastiere, Victor Busnello ai fiati (principalmente sassofono), Johnny Lambizi alla chitarra e Patrick Djivas al basso.

Le prime apparizioni live, come era solito per molte band italiane del periodo, si svolgono a fianco di celebri artisti inglesi che passavano in tournée per la penisola. Il coerente legame con gli ambienti della sinistra giovanile, affiancato a un lavoro di profonda ricerca sonora, rende però gli Area un caso a sé stante nello scenario italiano dell’epoca: rifiutano qualsiasi dipendenza dal romanticismo inglese a favore di una musica radicale e di rottura.

L’obiettivo dichiarato del gruppo è il superamento dell’individualismo artistico per creare una “musica totale, di fusione e internazionalità”.

Come disse lo stesso Stratos in uno speciale RAI nel 1976: “la nostra musica vuole coagulare diversi tipi di esperienze: fonde jazz, come il pop, la musica mediterranea e la musica contemporanea elettronica. La problematica qual è? Abolire le differenze che ci sono fra musica e vita. Gli stimoli che trae questo gruppo vengono direttamente dalla realtà, trae spunto dalla realtà, e dalla strada, chiaramente”.

Nasce così una fabbrica delle idee che funge proprio da “casa” per il gruppo, il quale viene assistito in ogni sua fase di vita e creazione. Per Gianni Sassi avere una propria etichetta discografica è il mezzo per “condurre le avanguardie storiche (di cui si faceva portatore) a contatto non con il pubblico colto e raffinato delle gallerie d’arte ma con la massa dei giovani, con il popolo del Movimento. A Sassi non interessava fare il discografico in senso stretto, la sua intenzione era di intervenire nel processo culturale valorizzando la qualità di idee musicali anche estreme, sposandole con la forza seduttiva dell’immagine e ancorandole fortemente a questioni sociali e politiche, sovvertendo lo status quo

Questa missione prende il via nel 1973 con la pubblicazione del loro primo disco Arbeit Macht Frei (la scritta all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz), con il quale gli Area danno un vero e proprio schiaffo ideologico al mondo. La title track dell’album è un riferimento alle condizioni lavorative nella società capitalistiche, tema che si riprende nella traccia seguente Consapevolezza, la capacità critica che deriva dalla appunto consapevolezza dei fatti che ci circondano.

Nel 1975 uscì Crac!, un disco dal titolo onomatopeico che sta ad indicare l’ennesima rottura degli schemi della band. In quello stesso periodo molte nazioni erano riuscite a compiere finalmente la loro liberazione dal giogo delle dittature e delle guerre, e da questo la band trasse nuovi spunti ideologici, con i quali riuscì a scrivere dei veri e propri inni alla militanza. Tra questi abbiamo L’elefante bianco, un invito a ad inquadrare quello che succede intorno a noi per poi entrare nel vivo della lotta. La mela di Odessa racconta del dirottamento di una nave tedesca nel porto della città ucraina di Odessa nel 1920, dove nel bel mezzo dei festeggiamenti per la rivoluzione fu fatta saltare in aria. Ultima ma solo in questo elenco è Gioia e Rivoluzione, un vero e proprio canto alla rivoluzione e alla lotta popolare.

Gli Area si resero autori di una loro versione de L’internazionale (il canto dei lavoratori per eccellenza) nel 1974, il 19 giugno dello stesso anno gli Area accompagnarono Joan Baez in un concerto al velodromo Vigorelli di Milano dedicato ai prigionieri politici vietnamiti. Nello stesso periodo gli Area partirono per una tournée in Portogallo, per celebrare la caduta del regime di Salazar, e una per dare supporto al Cile, appena reduce dal golpe di Pinochet.

Nel 1979 Stratos abbandonò lentamente gli Area per dedicarsi principalmente a progetti personali, che non ebbe il tempo di compiere: ad aprile gli fu diagnosticata una anemia aplastica. Da allora le sue condizioni andarono via via peggiorando fino a spegnersi il 13 giugno, a causa di un attacco cardiaco. Morì a solo 34 anni. Fu organizzato un concerto che inizialmente era finalizzato a pagargli le cure mediche, ma che si trasformò in un concerto in suo onore.

Nel 1985 Capiozzo crea la formazione degli Area II, con i quali pubblica due discreti album di fusion. Continuerà poi, fino alla morte avvenuta nel 2000, un percorso originale e brillante di innovazione dello stile e delle sonorità delle percussioni, dando vita a collaborazione con artisti provenienti da paesi e generi di tutto il mondo.

Senza alcun dubbio gli Area sono stati, e sono tutt’ora, una vera pietra miliare della musica italiana e non solo. Hanno lasciato un solco profondissimo, stravolgendo il modo di pensare e di esprimersi musicalmente. Ma soprattutto hanno avuto un ruolo fondamentale nelle lotte del movimento studentesco e operaio internazionale, non come figure esterne e distaccate, ma combattendo in prima linea, stimolando tramite la loro musica l’intero movimento. Purtroppo al giorno d’oggi, con un proletariato ideologicamente disarmato, si sente la mancanza anche di un’avanguardia musicale, capace di alterare gli abituali connotati politici in vista di una molto prossima rivoluzione proletaria mondiale.

Edoardo Iannucci