Il celebre matematico Piergiorgio Odifreddi è stato licenziato due giorni fa come collaboratore del giornale La Repubblica dal direttore Mario Calabresi a causa di una sua critica aspra a Eugenio Scalfari e alla testata stessa. Il fondatore di Repubblica, infatti, ha pubblicato un’intervista al papa i cui virgolettati sono stati smentiti dall’ufficio stampa del Vaticano: Bergoglio non aveva rilasciato nessuna intervista a Scalfari, né le parole riportate erano attribuibili a Bergoglio, il quale effettivamente aveva avuto una conversazione col giornalista. Già nel 2013 e nel 2014 si erano verificati episodi simili di smentita da parte del Papa delle dichiarazioni attribuitegli da Scalfari.

Questa situazione piuttosto ambigua ha destato il dissenso di Odifreddi, espresso con l’articolo Le “fake news” di Scalfari su papa Francesco lo scorso 2 aprile, proprio nella giornata internazionale del fact checking (la verifica delle fonti delle notizie giornalistiche) indetta da giornalisti di tutto il mondo. Il matematico ha puntato il dito contro il metodo “giornalistico” rivendicato da Scalfari, forse più affine a quello del cortigiano che riferisce voci di palazzo:

 

Quando, travolto dallo scandalo internazionale seguìto alla prima intervista, Scalfari ha dovuto fare ammenda il 21 novembre 2013 in un incontro con la stampa estera, ha soltanto peggiorato le cose. Ha infatti sostenuto che in tutte le sue interviste lui si presenta senza taccuini o registratori, e in seguito riporta la conversazione non letteralmente, ma con parole sue. In particolare, ha confessato, “alcune delle cose che il papa ha detto non le ho riferite, e alcune di quelle che ho riferite non le ha dette”.

 

Sottolineiamo, già qui, che Scalfari non poteva non prevedere che l’intervista sarebbe stata smentita, mentre Calabresi non si è nemmeno scomodato di accertarne la veridicità.

Un intellettuale riconosciuto a livello nazionale e non solo viene dunque privato di un’importante tribuna dalla quale esponeva il suo pensiero: perché? Le frasi incriminanti del coinvolgente divulgatore piemontese sarebbero: “perché mai Repubblica non metta un freno alle fake news di Scalfari, e finga anzi addirittura di non accorgersene, quando tutto il resto del mondo ne parla e se ne scandalizza”. E ancora, “in fondo ai giornali della verità non importa nulla”.

Volendo entrare seriamente nel merito della questione della rincorsa alle notizie-effetto, agli scoop da parte anche dei grandi giornali “storici” e “autorevoli”, andrebbe notato innanzitutto notato che, specie dopo l’adozione generalizzata di versioni online degli organi di stampa, le notizie escono non solo giorno per giorno ma ora per ora, con un uso smodato come fonti di una platea di agenzie più o meno serie, e un progressivo abbandono del fact-checking che effettivamente dovrebbe essere la base condivisa di ogni lavoro giornalistico. L’importante è coprire quanti più argomenti possibile e produrre quante più notizie “sensazionali” possibili. È perciò ragionevole pensare che i giornalisti che vanno avanti nella carriera siano quelli che prediligono la visibilità della notizia, quindi la sua “commerciabilità”, piuttosto che la veridicità.

Ma poi, anche per la seconda frase, se vogliamo eccessiva, iperbolica, depressiva ma anche ironica, sarà giustificata l’espulsione, o cacciare Odifreddi è un modo per coprire e far dimenticare la gaffe di Scalfari, e l’ennesima caduta di Repubblica? Non pare un caso che, nella replica del direttore all’addio a Repubblica di Odifreddi, non si tratti minimamente la questione posta da quest’ultimo del progressivo inchinarsi del giornale alla curia vaticana; non si tratti la questione seria del disamore di massa per un’informazione sempre più viziata non solo politicamente (come è sempre stata, ora più ora meno), ma anche in tutte le sue fondamenta, nei suoi metodi.

Molto più modestamente, Calabresi ha sacrificato un capro espiatorio per coprire un casino più grande. E provoca in noi come un déjà vu…

 

M. D.