Dichiarazione delle organizzazioni socialiste rivoluzionarie della Frazione Trotskista e della Rete Internazionale di giornali online di 14 paesi verso il Primo Maggio, Giornata Internazionale dei Lavoratori.


In diversi paesi riconosciamo la formazione di una “prima linea” dei lavoratori nel campo della salute, dei trasporti, del cibo, delle forniture, dell’igiene urbana e di vari altri compiti. Sono esposti alla lotta quotidiana contro una pandemia che non è solo naturale, ma che ha profonde radici sociali e politiche. Per decenni i capitalisti e i loro governi hanno distrutto i sistemi sanitari pubblici e reso più precarie le condizioni di lavoro e di vita della maggioranza della popolazione, con il solo scopo di aumentare i loro profitti, generando brutali disuguaglianze. Si sono comportati in modo criminale non rispondendo agli avvertimenti e alle previsioni sulla pandemia, arrivati già anni fa. Quando è arrivata, la maggior parte di loro ha finito per applicare quarantene generalizzate, senza tamponi massivi o un’espansione della capacità ospedaliera, trasformando il necessario “isolamento sociale” in paralisi della produzione e del commercio mondiale, del mercato azionario e dei prezzi delle materie prime. Un crollo economico senza precedenti. Ci sono anche governi che si sono opposti o hanno adottato misure molto limitate di isolamento sociale con l’unico scopo di preservare i profitti del capitale, a costo di aumentare i contagi e di causare migliaia di morti aggiuntive. I grandi capi e i loro governi approfittano della crisi per moltiplicare i licenziamenti, le chiusure di aziende, le sospensioni con riduzioni salariali, una maggiore precarizzazione e il cambiamento delle condizioni di lavoro. Miseria e fame per miliardi. Di fronte a questa realtà, un’altra “prima linea” di lotte operaie e popolari sta emergendo in vari Paesi, anticipando quello che verrà quando i picchi della pandemia passeranno e emergeranno le sue conseguenze sociali, politiche ed economiche. Gli scribacchini della borghesia mettono in guardia dalle “insurrezioni” e dalle “rivoluzioni” della classe operaia e del popolo.

Le organizzazioni socialiste e rivoluzionarie di 14 paesi e la Rete Internazionale di giornali online, con un apparato mediatico in 8 lingue (giornali online, programmi in diretta, archivi video, podcast, ecc.), promuovono questa dichiarazione e convocano un Atto Internazionale simultaneo il 1° maggio, Giornata Internazionale dei Lavoratori, che trasmetteremo, con traduzione, dalle nostre piattaforme, prima dell’atto che si terrà quello stesso giorno (trasmesso anch’esso via internet) dal FIT-Unidad d’Argentina. Un atto a sostegno di tutti quei lavoratori e lavoratrici, ma soprattutto per rilanciare un programma e una strategia di lotta affinché questa crisi non sia più pagata dai lavoratori, ma dalla classe sociale responsabile dello sfruttamento, della depredazione indiscriminata del pianeta, del degrado della salute, dell’istruzione e della ricerca scientifica. Per questo motivo, chiediamo l’organizzazione e l’espansione della “prima linea” per preparare il trionfo di queste lotte, che si moltiplicheranno. Unire tutti gli sfruttati e gli oppressi contro le burocrazie che ci dividono e cercano di riconciliarci con i governi e gli Stati. Con questi obiettivi vitali, è necessario costruire partiti operai socialisti e rivoluzionari a livello nazionale e internazionale (la Quarta Internazionale).

1. Dalla crisi sanitaria al collasso economico: il virus non è responsabile

Diversi studi, che abbiamo pubblicato sulla nostra rete di giornali, hanno dimostrato che le pandemie causate da nuovi ceppi di influenza hanno avuto origine nello shock causato dalla brusca rottura degli equilibri ambientali ed ecologici derivanti dall’avanzamento sfrenato dell’agrobusiness “alle frontiere della produzione di capitale”. Nel frattempo, le grandi case farmaceutiche hanno dedicato le loro principali ricerche alle malattie più “redditizie”. Istituzioni “multilaterali” come l’OMS hanno agito secondo interessi geopolitici. I governi hanno lasciato cadere i precedenti avvertimenti e lo scoppio di questa pandemia in Cina.

La fine della pandemia COVID 19 non è ancora in vista, poiché solo la Cina e il Sudest asiatico sembrano averla contenuta, nonostante il pericolo di ricadute. Gli effetti economici e sociali di una vera catastrofe si moltiplicano. Il calo della produzione e il balzo della disoccupazione, in particolare negli Stati Uniti, raggiungono livelli che superano quelli della crisi del 2008. Ci portano a pensare alla Grande Depressione dopo il crollo della borsa del 1929 (quando il PIL è sceso del 9% nel primo anno e del 27% tra il 1929 e il 1933, con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 25% in quell’ultimo anno). In sole cinque settimane, più di 26 milioni di persone hanno chiesto il sussidio di disoccupazione. Si stima che la disoccupazione stia raggiungendo il 20% (nel 2009 ha raggiunto un picco del 10%). Il calo della produzione in Cina nel primo trimestre è stato storico (-6,8%), come anche in Italia, Spagna e in quasi tutta Europa e negli altri continenti.

Il FMI prevede un calo del 3% del PIL mondiale quest’anno, enorme rispetto al calo dello 0,1% del 2009, che è stato definito “grande recessione”. A sua volta, il FMI annuncia, nel suo scenario “ottimistico”, una ripresa per il 2021, partendo dal presupposto che la pandemia finirà entro la seconda metà di quest’anno e, soprattutto, che i piani di salvataggio funzioneranno ed eviteranno il fallimento delle imprese e che questo colpirà, con una successione di inadempienze, il sistema finanziario. Nel suo scenario pessimistico, la caduta si aggraverebbe quest’anno e l’uscita sarebbe incerta. L’OCSE calcola 2 punti percentuali di calo del PIL per ogni mese di quarantena, quindi il prolungamento della pandemia ha costi e rischi molto elevati per le aziende e le banche. Ma anche se riuscissero ad ottenere una ripresa nel 2021, non ci sono motori economici in vista che possano spingere per una ripresa più sostenuta. Ricordiamoci che la Cina ha avuto alti tassi di crescita dopo il 2009, schiacciando tutti i paesi produttori di materie prime. Ora, il gigante asiatico stava rallentando e perdendo il dinamismo di inizio secolo. Dopo la pandemia, la sua economia dovrà affrontare una situazione catastrofica dei suoi principali mercati di esportazione.

La borghesia e le sue istituzioni sono state costrette a improvvisare misure sanitarie contrarie ai loro interessi economici di fronte a una crisi imprevista, ad eccezione di alcuni Paesi che sono stati in grado di rispondere in tempo senza essere paralizzati (come la Corea del Sud, Taiwan, la Germania in parte e altri, che saranno comunque colpiti dalla depressione mondiale). Ora, i governi e gli uomini d’affari stanno spingendo per l’abolizione delle quarantene senza organizzare test di massa, con una sconcertante mancanza di maschere e altre misure sanitarie elementari. I più sfacciati, che ritengono che i morti non li danneggino politicamente, fanno appello alla mobilitazione dei settori di estrema destra (Trump, Bolsonaro). Chi, a causa della propria base politica e sociale, vuole dimostrare di essere più preoccupato per la vita, non sa come uscirne, non avendo adottato misure preventive. Quando la pandemia è iniziata in Cina, dopo le menzogne e gli insabbiamenti della burocrazia di Pechino, hanno sprecato tempo. Non hanno cercato le forniture e i materiali necessari. Non possiamo dimenticare che, negli anni precedenti di alta crescita economica, i governi “progressisti” di Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia o Ecuador non hanno mai cercato di invertire il declino dei sistemi sanitari pubblici e hanno sempre promosso le imprese sanitarie private.

Sebbene gli infetti che hanno diffuso la malattia siano stati settori di ceto medio e dirigenti d’azienda che viaggiano regolarmente in tutto il mondo, non appena la malattia ha iniziato ad espandersi massicciamente in ogni paese, i più colpiti sono diventati, come non poteva essere altrimenti, i più oppressi. Così, negli Stati Uniti ci sono proporzionalmente più morti tra i neri e gli ispanici, così come tra i neri in Brasile.

Come abbiamo insistito sui nostri media, il coronavirus SARS-COV-2 non è responsabile di essere diventato la pandemia che ha causato la morte di centinaia di migliaia di persone e ha generato una depressione con brutali conseguenze sociali. Il virus ha fatto esplodere le contraddizioni che il sistema capitalista aveva accumulato nel suo declino storico.

2. Qualsiasi via d’uscita che preservi il capitalismo significherà regressione e miseria per la classe operaia e i poveri della città e della campagna

Questa crisi si basa sulle tendenze post-2008 di bassa crescita degli investimenti e della produttività, di alto indebitamento (degli stati e delle aziende) e di bolle borsistiche, per cui la possibilità di una recessione era in crescita. Ma il suo carattere straordinario è che ora è spinta e accelerata dalle risposte alla pandemia, trasformata in una depressione con un orizzonte di uscita e dinamiche difficilmente prevedibili. È condizionata dal fattore salute, dove una seconda ondata del virus costringerebbe a nuove misure di paralisi economica se non si trovasse un vaccino precedentemente disponibile per l’intera popolazione. L’economia che ripartirà non sarà più la stessa. Intere aree saranno limitate per un periodo di tempo significativo, come il turismo e l’aviazione, e il loro destino sarà in discussione.

La risposta a questa crisi da parte dei capitalisti è stata, da un lato, enormi pacchetti di salvataggio che stanno infrangendo tutti i parametri fiscali e monetari (molto più sostanziosi di quelli attuati a fronte della crisi del 2008) sotto la giustificazione dell’eccezionalità della crisi. Per i loro governi (in questo sono di destra e “progressisti”), l’obiettivo principale dei salvataggi sono le grandi imprese e le banche, perché il loro fallimento comporterebbe licenziamenti massicci e l’aggravarsi della crisi. Così, nell’interesse di mantenere “l’occupazione”, vengono dati loro miliardi di dollari che non ripagheranno mai o comunque in condizioni di favore (come è successo con i salvataggi dopo il 2008). Nessuno indagherà sulle loro trattative o sui “debiti odiosi” contratti dagli Stati per finanziare i vari meccanismi che li favoriscono, come la fuga di capitali (questo avviene con il debito argentino che viene rinegoziato dal governo di Alberto Fernandez, o il debito del Fobaproa [Fondo di Protezione del Risparmio] in Messico, prodotto del salvataggio delle banche, che è ormai miliardario e viene pagato dai lavoratori).

I salvataggi sono essenzialmente per i grandi capitalisti, e solo se avranno la garanzia di salvare i propri favolosi patrimoni, concederanno di mantenere una parte dei posti di lavoro più precari. In misura minore, vengono concessi aiuti alla popolazione, come la sovvenzione una tantum di 1.200 dollari a circa 70 milioni di americani e l’aumento del sussidio di disoccupazione. Queste misure sono chiaramente insufficienti, ma rispondono alla necessità di una casta politica screditata che deve evitare sconvolgimenti sociali e un’ulteriore paralisi dell’economia. Naturalmente ci saranno fallimenti e fusioni, aumentando così la concentrazione del capitale, e una concorrenza spietata e rafforzata, seguendo le leggi del capitalismo.

Ma i piani di salvataggio non sono ancora riusciti a fermare le tendenze depressive e il balzo della disoccupazione, cosa che continuerà almeno nei prossimi mesi. Ciò può ricadere sulle società indebitate e queste sulle banche (che per il momento rimangono a galla). L’attività borsistica ha subito fortissimi cali all’inizio di marzo ed è rimasta più o meno stabile, ma ha distrutto non meno di 4mila miliardi di dollari di asset finanziari. Il 9 aprile la Fed ha autorizzato l’acquisto di debito a basso tasso di interesse (altamente speculativo), cosicché praticamente nessun settore finanziario è rimasto fuori dai salvataggi statunitensi. I prezzi delle materie prime continuano a scendere, con l’evento senza precedenti del trading del petrolio WTI (negli Stati Uniti) a valori negativi, dato che i siti di stoccaggio sono praticamente pieni e nessuno vuole comprare in futuro, data la mancanza di prospettive. Un segno delle forti tendenze deflazionistiche dell’economia mondiale.

La vulnerabilità dimostrata dalle catene del valore globalizzate in questa pandemia genererà pressioni per la rilocalizzazione e la riorganizzazione. Tuttavia, per tornare indietro a quella conquista capitalistica costruita negli ultimi tre o quattro decenni di espansione delle frontiere del capitale, essi avrebbero bisogno non solo di approfittare di questa crisi per “orientare” i rapporti di lavoro in Occidente – il che implicherebbe una sconfitta profonda per la classe operaia – e poter così rendere redditizi i loro investimenti, ma anche di fare nuovi investimenti di grande portata – il punto più debole del capitale nell’ultimo decennio – per modificare tutta la struttura produttiva e di commercializzazione molto estesa che ha permesso loro di massimizzare i profitti. Questa struttura era messa in discussione a causa dei suoi effetti economici e sociali su ampi settori che erano “perdenti della globalizzazione”. Questa crisi la sta scuotendo ancora di più. La globalizzazione non può più essere la stessa di prima. Le tendenze di regionalizzazione aumenteranno. Guerre commerciali come quelle incoraggiate da Trump (spesso come minacce ma che generano instabilità permanente e risposte da parte dei concorrenti) saranno all’ordine del giorno. Ma i grandi capitali “vincitori della globalizzazione” e i loro rappresentanti politici resisteranno, approfittando del fatto che i demagoghi nazionalisti come Trump o Bolsonaro non solo portano il peso di decine di migliaia di morti per la pandemia, ma non possono dimostrare che le loro politiche reazionarie significano un miglioramento delle condizioni di vita dei settori sociali “perdenti”. Di fronte a questa crisi, altrettanto utopici sono i progetti “sovranisti” del centro-sinistra, come quello rappresentato da Mélenchon in Francia, o il governo “progressista” del PSOE-Unidas Podemos nello Stato spagnolo, che non sono disposti ad attaccare coerentemente gli interessi dei grandi capitalisti. Ripetono la triste storia di Syriza in Grecia.

Come si vede, anche negli scenari più “ottimisti” (una ripresa nel 2021), la crisi muove attacchi alla classe lavoratrice e ai settori popolari, dove ogni conquista in condizioni salariali e sui posti di lavoro, per un’assistenza sanitaria universale e di qualità, contro la distruzione dell’ambiente posta dal cambiamento climatico, dovrà essere strappata con la lotta, in una prospettiva anticapitalista.

3. Un disordine mondiale come nel periodo tra le due guerre: la perdita dell’egemonia americana si approfondisce

In termini di relazioni tra gli Stati, il declino degli Stati Uniti come grande potenza si sta approfondendo. La risposta di Trump al COVID19 è stata catastrofica sul suo stesso territorio. A livello globale, a differenza di qualsiasi leadership, ha approfondito il suo percorso nazionalista-imperialista di “America First”. Contro ogni minimo gesto “umanitario”, ha approfondito il blocco criminale contro Cuba e il Venezuela nel bel mezzo della pandemia, oltre a minacciare un’azione militare contro l’Iran.

Da parte sua, l'”unità” europea si è dimostrata un’impostura, con la chiusura totale delle frontiere e ogni governo che cerca di salvarsi senza preoccuparsi degli altri, anche se ora chiede la cooperazione. In Italia, la gente considera la Cina e la Russia, con le loro politiche di “aiuto umanitario”, più “amichevoli” della Germania. Tuttavia, a causa della loro debolezza economica, le borghesie dell’Europa meridionale non hanno altra scelta che sottomettersi ai dettami degli imperialismi più forti.

Anche la Cina, che si presenta come una potenza emergente “vincente” per il controllo ottenuto sulla pandemia, ha mostrato le sue grandi debolezze. È lì che è nata la malattia mortale e il governo ha cercato di nasconderla sprecando settimane e mesi preziosi. Nessuno può escludere ulteriori ricadute. E, cosa ancora più grave, si trova ad affrontare un mondo diverso da quello che le ha permesso di emergere dall’inizio della restaurazione capitalista alla fine degli anni Ottanta.

Mentre la cooperazione rimane a livello della generalizzazione dei salvataggi finanziari e intorno ai “consigli” dell’OMS (a sua volta schiacciata dalle dispute tra Stati Uniti e Cina), la palese competizione per i fondi, il materiale medico ed eventuali vaccini, è solo un piccolo campione delle tendenze del “disordine” globale che ricorda più la situazione dopo la prima guerra mondiale, che la possibilità di creare un “nuovo ordine” come dopo la seconda guerra mondiale, come sostengono i “globalisti”.

Le tendenze belliche già delineate qualche mese fa, con l’esecuzione senza processo e all’aperto del generale iraniano Soleimani da parte degli Stati Uniti, sono proseguite con le minacce militari all’Iran e le esercitazioni navali al largo delle coste venezuelane. Queste tendenze possono accelerare con l’aggravarsi della crisi e ogni potenza è spinta ad agire in modo più aggressivo.

4. Le lotte in corso ci anticipano che il ciclo delle precedenti ribellioni rinascerà con maggiore forza. La “prima linea” e i lavoratori precari come possibili avanguardie

Dal punto di vista degli sfruttati, stiamo assistendo a una brutale dimostrazione della dipendenza del mondo capitalista dal lavoro umano, in particolare dal lavoro salariato, nonostante tutti i progressi della robotizzazione e dell’intelligenza artificiale, che rimangono essenzialmente appendici del lavoro e non la sua sostituzione. In questo quadro, ci sono stati (e ci sono) innumerevoli conflitti di settori della classe operaia che hanno chiesto permessi retribuiti e si sono rifiutati di essere considerati “essenziali”, contro la pretesa dei padroni e dei governi. Allo stesso tempo, all’interno dei settori chiaramente “essenziali” (come gli operatori sanitari, i trasporti, i prodotti alimentari, la pulizia urbana, alcuni negozi e banche, ecc. In Francia, come abbiamo sottolineato su Révolution Permanente, i settori della classe operaia che hanno continuato a lavorare e a guadagnare prestigio sociale (gli “eroi”) stanno accumulando odio contro la responsabilità del governo per la pandemia e contro i privilegi dei ricchi, percorrendo così la strada dei Gilet Gialli e la lotta contro la riforma delle pensioni che ha scosso il Paese.

Negli Stati Uniti, Trump ha approfittato della situazione disperata di coloro che sono rimasti senza lavoro per sostenere le mobilitazioni dei settori dell’estrema destra che chiedono l’abolizione della quarantena per riaprire le economie locali. Tuttavia, il livello di contagio e le terribili condizioni in cui devono lavorare coloro che hanno ancora il loro lavoro sono un segno del disastro che una cosa del genere comporterebbe. D’altra parte, le lotte e le proteste portate avanti da migliaia di lavoratori come quelli di Amazon, McDonald’s, Burger King, Dominos, Instacart, Walmart, Whole Foods, tra gli altri, per non parlare degli operatori sanitari di tutto il paese, sono un’anteprima di ciò che può accadere se milioni di lavoratori tornano al lavoro in condizioni di insicurezza.

Ciò che abbiamo denunciato con forza è che in tutto il mondo la borghesia e i suoi governi stanno già usando il salto della disoccupazione e della depressione economica per cercare di imporre orari di lavoro più flessibili e tagli salariali. Le aziende che sono paralizzate, soprattutto dove ci sono lavoratori precari, li pagano solo una parte del loro salario, violando anche le disposizioni dei governi. In Messico, milioni di lavoratori dell’industria maquiladora e dei servizi sono costretti a lavorare, nonostante le attività “non essenziali”, e ci sono proteste e scioperi in tutto il confine settentrionale. In Argentina stiamo cominciando a vedere lavoratori precari nelle catene di fast food (Mc Donalds, Burger King, ecc.) così come in altri settori di lavoratori (in stabilimenti di confezionamento carni, negozi, bar, ristoranti, ecc.) che si organizzano contro il pagamento parziale del salario o il licenziamento diretto. Ed è possibile che, con l’abolizione delle quarantene, i datori di lavoro chiedano “sforzi congiunti” per imporre orari di lavoro ridotti con salari ridotti, eccetera, oltre a tutti i sussidi e i benefici che i governi stanno dando loro in cambio dell’impegno a mantenere gli impianti. In Venezuela, i lavoratori e i poveri stanno conducendo rivolte contro la fame, l’enorme aumento dei prezzi e la mancanza di rifornimenti in alcune città.

Le burocrazie sindacali hanno serrato le fila dalla parte dei padroni e dei governi, entrando in quarantena assoluta per quanto riguarda l’ottenimento delle minime rivendicazioni difesa dei diritti dei lavoratori. Negli Stati Uniti, pubblicano persino dichiarazioni che si congratulano con i datori di lavoro per “aver trattato bene i loro lavoratori”. In Cile, la CUT, guidata dal Partito Comunista, ha appoggiato una legge del Congresso che stabilisce la possibilità di sospensioni senza retribuzione.

Infine, dal punto di vista degli sfruttati, la crisi dei sistemi sanitari pubblici è diventata molto più evidente, non solo dove è stata ampiamente privatizzata, ma anche dove una buona parte di essa è stata mantenuta pubblica ma sottofinanziata e degradata (sia in paesi centrali come l’Italia o la Francia, sia in paesi dipendenti come l’Argentina e, peggio ancora, il Brasile). Tutte le richieste legate a sistemi sanitari universali e con attrezzature sufficienti per affrontare le future pandemie, così come le richieste di fronte al cambiamento climatico, emergeranno con forza dalla crisi.

I processi di lotta di classe che si sono sviluppati nel corso del 2018 e del 2019 anticipano probabilmente che il raddoppiato attacco alle condizioni di lavoro e di vita di miliardi di lavoratori e di settori popolari darà luogo a nuove e rinnovate ondate.

5. Il programma che difendiamo

Due giorni dopo la dichiarazione della pandemia da parte dell’OMS (11/3), abbiamo pubblicato una dichiarazione in cui abbiamo fatto avanzare il programma per il quale abbiamo combattuto in queste settimane di crisi. Abbiamo suscitato un’agitazione politica in diversi Paesi intorno alla richiesta di “tamponi di massa”. Ci siamo anche agitati e abbiamo partecipato alle lotte per la cessazione di tutte le produzioni non essenziali nei paesi dove sono stati imposti confinamenti di massa, contro i tentativi dei padroni di continuare la produzione di auto o aerei non centrali per la crisi sanitaria, come in Airbus in Francia. Esigiamo tutte le attrezzature mediche necessarie (letti per terapia intensiva, mascherine, ecc.), proponendo la centralizzazione e la confisca delle aziende che le hanno prodotte, sotto il controllo dei lavoratori.

Per quanto riguarda il sistema sanitario, dalla nostra organizzazione e dai giornali, così come i medici e gli infermieri militanti che fanno parte delle mobilitazioni degli operatori sanitari negli Stati Uniti, in Argentina, Cile, Brasile, Francia, Germania, Spagna e Messico, chiediamo la centralizzazione dell’intero sistema sanitario, compresa l’assistenza sanitaria privata, per assistere alla pandemia, nella prospettiva della sua nazionalizzazione per fornire servizi sanitari di qualità, con investimenti e salari adeguati, sotto il controllo dei suoi lavoratori.

Abbiamo promosso l’organizzazione di coloro che dovrebbero continuare a lavorare per esercitare il controllo sulle condizioni di sicurezza e salute, dai giovani dipendenti di Telepizza a Saragozza ai conducenti di autobus della RATP alla periferia di Parigi, così come i minatori, gli insegnanti, i medici, gli infermieri, gli operai portuali e i lavoratori industriali riuniti nel Comité de Emergencia y Resguardo ad Antofagasta e Santiago del Cile. Allo stesso tempo, in ogni posto di lavoro “non essenziale”, ci siamo battuti per un congedo pagato al 100%, contro le sospensioni con riduzioni di stipendio e contro i licenziamenti, esigendone il blocco.

Prestiamo particolare attenzione ai lavoratori precari, a quelli che lavorano senza diritti di lavoro, come quelli delle piattaforme-app o quelli delle piccole imprese che hanno dovuto chiudere, chiedendo sussidi o “salari di quarantena” per tutti loro, un reddito che permetta loro di coprire i loro bisogni minimi. Abbiamo difeso i diritti dei migranti, contro la chiusura indiscriminata delle frontiere, lasciando senza assistenza sanitaria chi voleva tornare a casa o non aveva un posto dove andare. Questo è quello che è successo in Bolivia con i lavoratori e le famiglie che volevano tornare.

Rifiutiamo il rafforzamento dell’apparato repressivo degli Stati, dopo il ricorso alla polizia, alle forze di sicurezza o direttamente alle Forze armate per garantire il “compimento” delle quarantene. Rifiutiamo lo spionaggio e il controllo della polizia e dello Stato sulle persone, con il presunto scopo di “controllare il virus”. Ci schieriamo a favore della più ampia auto-organizzazione degli sfruttati e degli oppressi per esercitare l’autocontrollo e la disciplina.

Per i piccoli commercianti, i lavoratori autonomi e altri che hanno perso il loro reddito, chiediamo anche sovvenzioni statali, condono dei debiti e credito a basso costo. Esigiamo che le organizzazioni della classe operaia rilancino un programma per egemonizzare le classi medie impoverite, sia in città che in campagna, contestando tale influenza a coloro che cercano di incanalarle verso l’estrema destra.

Proponiamo tasse progressive sulle grandi fortune che i capitalisti non sono disposti a mettere a rischio in questa crisi. Denunciamo che i miliardari, l’1% più ricco del pianeta che accumula un osceno 82% della ricchezza globale (secondo Oxfam), devono iniziare a pagare per la crisi, essendo a loro volta indagati per tutti i negoziati di cui si sono storicamente serviti. Nei paesi dipendenti proponiamo il rigetto sovrano del debito estero. Proponiamo che le banche e il capitale finanziario non possano continuare ad affondare paesi e regioni, né gravare lo Stato con debiti non pagabili. Si impone la nazionalizzazione delle banche sotto il controllo dei lavoratori, al fine di centralizzare il risparmio nazionale secondo le esigenze popolari e lo sviluppo di ogni paese e regione, contemplando allo stesso tempo la lotta al cambiamento climatico. Anche il monopolio statale del commercio estero è una necessità in tutti i paesi. In quei paesi che esportano materie prime, impedirebbe a una manciata di multinazionali dell’agro-esportazione, dell’estrazione mineraria o della pesca, di prendersi i ricavi.

Questi punti sono presentati, in ogni paese, come parte di programmi di lotta che promuoviamo nelle organizzazioni della classe operaia, dei giovani e delle donne. Combattiamo contro tutte le burocrazie che vogliono tenere isolate le lotte e limitare le richieste di ogni settore a interessi corporativi. Promuoviamo il fronte unico dei lavoratori, chiedendo ai dirigenti delle reali organizzazioni operaie accordi di lotta che ci permettano di “colpire uniti, marciare separati”.

Nei paesi imperialisti ci troviamo di fronte al patriottismo reazionario che mette i popoli uni contro l’altro, così come il razzismo o qualsiasi forma di discriminazione nei confronti degli immigrati, che sono stati abbandonati o direttamente espulsi con le quarantene. L’antimperialismo è una bandiera essenziale in questi paesi, le cui grandi aziende e stati monopolistici esercitano la più brutale oppressione sulla maggior parte delle nazioni oppresse. Chiediamo la fine delle sanzioni contro il Venezuela, Cuba e l’Iran. Denunciamo il sostegno di Bernie Sanders all’offensiva imperialista statunitense contro il Venezuela, dietro il velo delle “missioni umanitarie”; o la posizione pro-imperialista di Jean Luc Mélenchon che rifiuta gli interventi militari … senza un mandato dell’ONU; o l’impegno di Podemos a favore della partecipazione spagnola alla NATO. Ci appelliamo all’internazionalismo dei lavoratori, per unire la classe operaia al di sopra dei suoi confini contro i nemici di classe.

6. Il nostro intervento nella lotta di classe e nella Rete Internazionale di giornali online al servizio del compito strategico centrale: partito, partito e più partito

Proprio quando è scoppiata la pandemia, avevamo fatto un passo unitario molto importante tra le correnti che si dichiarano socialiste e rivoluzionarie: la Conferenza latinoamericana che si sarebbe tenuta alla fine di aprile, convocata dal Frente de Izquierda y de los Trabajadores d’Argentina (PTS, Partido Obrero, Izquierda Socialista y Movimiento Socialista de los Trabajadores), a cui aderivano le correnti internazionali di cui ogni partito fa parte. Le discussioni erano iniziate con altri che erano d’accordo sulla chiamata. Questa dichiarazione e lo svolgimento della Conferenza, quando le circostanze lo permettono, rappresentano accordi molto importanti per avanzare su un terreno comune di intervento nella lotta politica internazionalista e di classe.

Le nostre organizzazioni promuovono questo tipo di accordi in ogni Paese, cercando di avanzare il più possibile in accordi concreti per combattere battaglie comuni. Ma lo facciamo sempre sottolineando chiaramente che il nostro nord strategico è quello di costruire l’organizzazione di cui la classe operaia ha bisogno per sconfiggere non solo la borghesia e il suo stato, ma anche i suoi agenti burocratici e riformisti all’interno della classe operaia, del movimento delle donne e dei giovani. Le burocrazie e le correnti concilianti con i regimi borghesi stanno solo cercando di riformare il capitalismo decadente. Ci opponiamo anche alle correnti che, definendosi di sinistra e rivoluzionarie, cercano accordi senza principi con i riformisti. Queste battaglie richiedono partiti combattenti, socialisti e rivoluzionari, radicati nella classe operaia. Questo è ciò per cui ci battiamo in ogni Paese, nell’ambito della rifondazione del partito mondiale della rivoluzione socialista, la Quarta Internazionale.

Al servizio di questa battaglia ci sono i giornali della Rete Internazionale, che hanno conosciuto un’enorme crescita. Contando solo il mese di marzo, abbiamo avuto 4,4 milioni di visite in Argentina, 2,2 milioni in Francia, 1,5 milioni in Brasile, 1,4 milioni in Cile, 1,2 milioni in Messico, 650.000 nello stato spagnolo (50.000 nell’edizione catalana), 200.000 negli Stati Uniti e molte decine di migliaia in Germania, Italia, Bolivia, Venezuela, Uruguay. Quasi 12 milioni di visite in un solo mese. Le visite di aprile continuano questa dinamica. Abbiamo inaugurato La Izquierda Diario Costa Rica, e presto faremo lo stesso in Perù.

Abbiamo iniziato a trasformare i giornali in “multimedia”, realizzando programmi televisivi in diretta su Internet, oltre a video on demand, podcast, occupando tutti i terreni di diffusione possibili, con reportage e interviste a compagni di altri Paesi, promuovendo un internazionalismo pratico e militante.

Ma la cosa più straordinaria è che, nella foga della crisi, i giornali sono diventati, con logiche disuguaglianze, canali di espressione di migliaia di lavoratori che li hanno presi come canale per diffondere denunce, lotte, rivendicazioni, attraverso la nostra militanza nella classe operaia e nei giovani o inviando le loro denunce direttamente ai giornali. Crediamo che in questo modo i giornali svolgano la funzione di agitatori e organizzatori nella migliore tradizione leninista.

Nel campo fondamentale della lotta ideologica contro le correnti postmoderne, populiste, non socialiste o riformiste di ogni tipo, pubblichiamo riviste di dibattito teorico non solo in politica, ma anche di storia, filosofia, arte e scienza, così come organizziamo corsi online di teoria marxista, femminismo socialista e altri, consultabili sulle pagine dei nostri giornali.

7. Organizzeremo un grande evento internazionale simultaneo

Il 1° maggio, Giornata Internazionale dei Lavoratori, terremo un evento internazionale simultaneo, con relatori delle organizzazioni che hanno firmato questa dichiarazione, tradotto nelle varie lingue, che trasmetteremo via internet prima dell’evento del FIT-Unidad dell’Argentina. Entrambi possono essere visti dalle piattaforme di ognuno dei nostri giornali, negli orari che corrispondono ad ogni paese. In questi atti si esprimeranno le battaglie che abbiamo combattuto in ogni paese e a livello internazionale, come abbiamo sottolineato in questa dichiarazione.

Invitiamo tutti i compagni e le compagne a partecipare a questi atti, a fare un altro passo nella costruzione della “prima linea” dei combattenti per un’uscita di scena, della classe operaia, socialista e rivoluzionaria.

La Frazione Trotskista è composta dalle seguenti organizzazioni:

Argentina: Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS), Brasile: Movimento Revolucionário de Trabalhadores (MRT), Cile: Partido de Trabajadores Revolucionario (PTR), Messico: Movimento de Trbajadores Socialistas (MTS), Bolivia: Liga Obrera Revolucionaria (LOR-CI), Stato spagnolo: Corriente Revolucionaria de Trabajadoras y Trabajadores (CRT), Francia: Courant Communiste Révolutionnaire (CCR), facente parte dell’NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste), Germania: Revolutionären Internationalistischen Organisation (RIO), Stati Uniti: Left Voice, Venezuela: Liga de Trabajadores por el Socialismo (LTS), Uruguay: Corriente de Trabajadores Socialistas (CTS).

Firmano anche le seguenti organizzazioni simpatizzanti: Italia: Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR), Perù: Corriente Socialista de las y los Trabajadores (CST) eCosta Rica: Organización Socialista.