La mozione di sfiducia del Partito Socialista (PSOE) ai danni del premier spagnolo Mariano Rajoy ha riportato ieri la maggioranza nel parlamento, determinando la fine del governo del Partido Popular (PP), epilogo del “caso Gürtel”, un’indagine sul finanziamento illegale e la corruzione politica nel PP dalla quale è emersa una serie di dichiarazioni false di Rajoy stesso sugli scandali nel suo partito.

Il voto ha visto 180 voti a favore della sfiducia (di PSOE, Podemos e partiti minori regionali – necessari erano 176 voti), 169 voti contro (PP, Ciudadanos) e un’astensione.

La caduta di Rajoy ha aperto la via a un nuovo governo con Pedro Sánchez, leader del PSOE, premier, con l’appoggio di partiti nazionalisti baschi e catalani. Sánchez ha promesso di governare “in solitaria” con appoggi esterni al fine di convocare celermente elezioni anticipate. Ciudadanos, formazione “civico-populista” di destra, reclama direttamente le elezioni anticipate immediate, evidentemente temendo di rimanere troppo schiacciata sul PP, dal quale ha tratto la maggior parte del corpo elettorale che ne ha determinato l’ascesa. Pure Pablo Iglesias, leader di Podemos, non ha escluso di presentare una mozione per le elezioni anticipate subito.

L’affondo del PSOE e di Podemos al PP è insomma andato a segno, riuscendo a colpire il partito di governo nel suo momento di maggior fragilità, ma ciò non risolve le contraddizioni e gli aspetti di crisi della politica borghese nello Stato spagnolo: i paladini della (ex) opposizione parlamentare, ogni volta che le mobilitazioni dei lavoratori e delle masse oppresse hanno “passato la misura”, non hanno esitato a schierarsi dalla parte del re, della legalità borghese, della Costituzione del ’78, della mancata rottura col regime monarchico-fascista del generale Franco; così come la magistratura che ha condannato una trentina di dirigenti del PP è la stessa che ha appoggiato e strumentalizzato l’intervento poliziesco filomonarchico contro la Catalogna, facendo incarcerare i leader politici della mobilitazione repubblicana.

Sánchez, c’era da dubitarlo?, ha annunciato chiaramente che da parte sua non ci sarà alcuna messa in discussione dei trattati europei e delle politiché di austerità messe in atto indipendentemente dal colore dei governi nazionali europei; si limita a promesse demagogiche sul welfare che non avranno copertura entro i limiti di bilancio che la continuità istituzionale del PSOE garantirà, a un aumento delle pensioni definito “ridicolo” dalle stesse organizzazioni dei pensionati, e però non fermerà i tagli all’istruzione pubblica e alla sanità portati avanti dal PP.

Politiche contro la precarietà, rimozione della “Ley mordaza”, la pesante legge di censura della libertà di espressione introdotta dal PP? Nessuna proposta.

E i prigionieri politici catalani? Sánchez non ha risposto a Rajoy che lo ha incalzato in parlamento, accennando solo all’apertura di un dialogo – i diritti democratici per i politici indipendentisti, anche per Sánchez, ci saranno se e quando starà bene a Sua Maestà il Re e all’apparato delle forze repressive-militari.

Podemos conferma in questo frangente la sua convergenza, come neo-riformismo, col vecchio riformismo socialdemocratico del PSOE diventato, come i suoi “cugini” sparsi per l’Europa, un partito liberale perfettamente integrato nell’ordine borghese: rimane da vedere se si approfondirà senza scossoni una soluzione futura di nuovo centrosinistra tra PSOE e Podemos, o se la crisi politica spagnola genererà nuovi e imprevisti terremoti.

 

Giacomo Danielevic