Riproduciamo il documento preparato dal SI Cobas come introduzione alla assemblea nazionale antirazzista che si svolgerà domenica a Bologna, alla quale invitiamo lavoratori, immigrati, militanti di sinistra, studenti e donne in lotta a partecipare: per l’unificazione della lotta e delle rivendicazioni di tutti gli oppressi e gli sfruttati con gli immigrati!


Premessa

 

Questo breve documento è il frutto di un confronto avviato da alcuni mesi all’interno dei lavoratori del SI Cobas sul tema-immigrazione; un tema che, come è evidente a tutti, sta diventando ogni giorno di più il cavallo di battaglia di quel fronte reazionario che ha nella Lega di Salvini la sua massima espressione politico-istituzionale e che, negli anni, non solo si è progressivamente radicato nel senso comune del “popolo italiano” genericamente inteso, ma tende ad attecchire anche in settori consistenti di classe operaia, semiproletariato e sottoproletariato autoctono.

Sottoponiamo il presente contributo all’attenzione dei lavoratori e di tutti quei militanti, attivisti e realtà di movimento che in questi anni, nelle forme e nei modi più svariati, si sono mobilitati a sostegno delle lotte degli immigrati (dentro e fuori i luoghi di lavoro), con l’obiettivo di mettere a fuoco in maniera sintetica (dunque non esaustiva) la natura dei fenomeni migratori, le loro reali cause e, soprattutto, le pesanti implicazioni che questo processo assume sia nella dinamica e negli equilibri interni dell’accumulazione capitalistica sia nelle trasformazioni della composizione di classe nel nostro paese e, più in generale, in Europa e nell’Occidente imperialista.

Il fulcro della nostra riflessione poggia sulla convinzione che l’immigrazione massiccia di proletari in fuga dalla miseria, dalle guerre, dalla barbarie e dal saccheggio sistematico di risorse perpetrati dal capitalismo nei paesi dominati e controllati sia, da un lato, “termometro” della crisi capitalistica internazionale e, dall’altro, ulteriore fattore di precipitazione e di inasprimento delle contraddizioni economiche, sociali e politiche del modo di produzione attuale.

Il ciclo ormai più che trentennale di sconfitte e di arretramenti sul piano sia politico che sindacale ha prodotto uno stato di generale passività della classe lavoratrice, negli ultimi anni ulteriormente alimentato dalla completa (e a nostro avviso irreversibile) trasformazione del sindacalismo confederale e della sinistra di stato (in tutte le sue varianti e accezioni) dalla loro originaria funzione di organi di “controllo” del movimento operaio a quella di veri e propri apparati al servizio del capitale, dei padroni e della loro macchina statale.

Tale situazione ha rappresentato il presupposto su cui la propaganda razzista ha trovato terreno fertile, iniettando dosi massicce di veleno all’interno del proletariato per dividerlo e fiaccare sul nascere ogni possibilità di azione unitaria contro le politiche di sfruttamento e di attacco ai salari; e, soprattutto, per impedire che il malcontento e la rabbia per il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita si indirizzino contro il vero nemico: padroni e padroncini, finanzieri e rentier che in questi anni si sono arricchiti aumentando lo sfruttamento del lavoro salariato.

Da anni si diffonde in tutta Europa il virus del razzismo contro i richiedenti asilo e gli immigrati, accusati di essere concorrenti sleali nel mercato del lavoro, di rubare il lavoro, di vivere a scrocco sul welfare, di importare criminalità, di attentare ai “nostri” valori e quant’altro.

Si inscena anche una finta “invasione” di emigranti dall’Africa per accendere gli animi contro di loro, proprio nel momento in cui l’immigrazione dall’Africa è ai suoi minimi storici: l’affermazione elettorale e la crescita esponenziale in gran parte d’Europa (Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Grecia, Austria, Ungheria, ecc.) di partiti razzisti, xenofobi o che si richiamano apertamente al nazifascismo, ne sono la fotografia.

Il governo giallo-verde, espressione nitida e coerente di tale tendenza, punta oggi ad aggredire gli immigrati e i proletari immigrati quali anello più debole della catena dello sfruttamento e della schiavitù salariata, e lo fa indirizzando contro di essi l’odio e il malcontento di ampi settori di proletariato e di piccola borghesia colpiti dalla crisi.

In questo clima, lo stato confusionale che regna nella variegata galassia della “sinistra” e tra i detriti del movimento operaio del secolo scorso arriva a tal punto che qualcuno, nel mentre fa sfoggio in maniera orgogliosa della falce e martello e giura fedeltà al proletariato “italico”, si aggrappa, al pari di una mosca sulla merda, alla marea populista e razzista, invocando la chiusura delle frontiere e lo stop all’immigrazione selvaggia quale misura necessaria per “proteggere” i salari dei lavoratori italiani dalla “concorrenza al ribasso” della manodopera straniera.

Questi rigurgiti rossobruni non possono che meritare il più profondo disprezzo per chiunque si collochi su un terreno classista e internazionalista.

Nelle scorse settimane, in risposta all’odioso e cinico attacco di Salvini e del governo Conte nei confronti dei rifugiati, culminato nel sequestro della nave “Diciotti” nel porto di Catania, migliaia di attivisti si sono mobilitati contro i respingimenti e in nome del principio dell’“accoglienza”.

Insieme alle iniziative NO Borders a Ventimiglia si tratta senz’altro di una prima, importante risposta di massa a questo governo.

D’altro canto, proprio queste mobilitazioni hanno messo a nudo come, sotto l’ombrello di un generico “antirazzismo” in nome dell’ancor più generica parola d’ordine della libertà di circolazione per tutti e tutte, si nascondano insidie e contraddizioni potenzialmente letali per ogni movimento che voglia porsi in maniera credibile l’obiettivo di ricomporre un fronte di classe unitario e senza distinzioni di nazionalità, di etnia, di sesso e di religione, che la propaganda razzista mira sistematicamente a dividere e distruggere.

Non è un caso che dietro la vuota retorica dell’accoglienza e dell’antirazzismo “democratico” tentano di mimetizzarsi proprio coloro i quali, negli ultimi venti anni, hanno usato i movimenti migratori in nome e per conto delle esigenze del capitale, dapprima varando leggi razziste e discriminatorie quali la Turco-Napolitano, poi ingrassandosi sulla pelle dei migranti attraverso le politiche di gestione dei flussi e il vero e proprio bengodi dei centri di prima accoglienza, infine anticipando Salvini sul suo stesso terreno con le misure repressive e fascistoidi del “Pacchetto-Sicurezza” di Maroni nel 2009 e del decreto Minniti poi.

Il riferimento va non solo al PD, che ormai da tempo costituisce a tutti gli effetti l’espressione più diretta degli interessi del grande capitale in Italia (al pari dei suoi analoghi europei), ma anche a tutto quel sottobosco di associazioni, cooperative e onlus che in questi anni hanno trasformato la condizione di ricattabilità degli immigrati e della manodopera immigrata in una ghiotta occasione di lucro e di profitti.

Il movimento dei facchini della logistica, attraverso le lotte del SI Cobas, ha ficcato il dito nella piaga di una delle più redditizie oasi di supersfruttamento capitalistico in Italia sulla pelle di manodopera in larga parte immigrata. Esso ha in questi anni reso evidente come il reale terreno di scontro non sia tra razzismo e antirazzismo né tantomeno tra interessi degli italiani e interessi “stranieri”, ma tra una nuova e combattiva classe operaia proveniente dai quattro angoli della terra e accomunata dalla medesima condizione di oppressione, da un lato, e dall’altro un fronte padronale “a più strati”.

Tale fronte padronale agisce per scatole cinesi e utilizza il sistema delle cooperative come sua principale leva di accumulazione e di estrazione di profitto, attraverso filiere apparentemente inestricabili ma che fanno quasi sempre capo ai giganti multinazionali dei trasporti, del commercio e della grande distribuzione: così nella logistica come nel settore alimentare, nei magazzini dell’Emilia e della Lombardia e nelle campagne di Foggia o di Rosarno, dove un bracciante muore sotto il sole per 3 euro l’ora o viene ammazzato per essersi ribellato al padrone.

Si tratta di un sistema che si è sempre nutrito dell’appoggio e della compiacenza della destra più estrema o della cosiddetta sinistra, talvolta anche di quella che si camuffa dietro l’aggettivo “radicale” o sotto la maschera dell’antirazzismo e dell’accoglienza. 

Come abbiamo sottolineato con forza in piazza a Roma lo scorso 24 febbraio, gli operai e gli sfruttati non hanno né amici né possibili sponde “tattiche” all’interno delle istituzioni e dello stato borghese: il razzismo dell’attuale governo e l’“antirazzismo” liberaldemocratico dei governi che l’hanno preceduto non sono tra di loro alternativi bensì si alimentano a vicenda e, al di là delle farse elettorali e di qualche “misura-tampone”, in ultima istanza convergono nella medesima strategia di attacco alle condizioni di vita della classe lavoratrice e delle masse sfruttate.

Le lotte che in questi anni hanno visto in prima fila i proletari immigrati, per quanto parziali, dimostrano come i processi migratori, che il capitale ha usato e pilotato allo scopo di ottenere un generale livellamento verso il basso del salario diretto e indiretto nei paesi imperialisti, stiano diventando un boomerang per i padroni e stiano formando una nuova generazione di proletari combattivi, capaci nelle loro lotte di trascinare gli stessi lavoratori italiani perché liberi dal senso di sconfitta e di rassegnazione che si è diffuso tra questi ultimi.

Il nostro contributo al dibattito e al confronto con tutte quelle realtà (collettivi, reti, realtà sindacali e politiche) che si pongono sul terreno dell’antirazzismo e della lotta contro le politiche del governo “gialloverde” muove, da un lato, dall’urgenza di rilanciare a breve una mobilitazione su larga scala su basi anticapitaliste e internazionaliste; dall’altro, sulla necessità di definire piattaforme, parole d’ordine capaci di agire in contrapposizione sia al razzismo salviniano sia all’ipocrita, pelosa e strumentale retorica liberale dell’“accoglienza”, in nome di quello che è a nostro avviso il compito primario di chiunque si ponga in maniera chiara e coerente dalla parte degli sfruttati: impedire che si crei un fossato di incomprensione e di ostilità tra proletari italiani e immigrati, e costituire, nelle lotte, un fronte unico tra lavoratori italiani e immigrati.

 

Le caratteristiche dei fenomeni migratori oggi

Le attuali migrazioni internazionali si differenziano da tutte le altre migrazioni di popoli del passato precapitalistico, “volontarie” o forzate, anzitutto perché sono globali, coinvolgono cioè tutto il pianeta. Si tratta di un fenomeno sociale di crescente ampiezza, di lungo periodo, che non ha nulla di emergenziale.

Attualmente coinvolge almeno 260 milioni di uomini e donne (con un aumento del 50% rispetto all’anno 2000), dei quali 65,6 milioni sono considerati rifugiati, richiedenti asilo, profughi, e per oltre la metà hanno meno di 18 anni. A questi numeri vanno aggiunti circa 10 milioni di apolidi.

Un altro fondamentale carattere distintivo delle migrazioni contemporanee è che sono sempre più femminili. In passato erano pressoché sempre i maschi ad aprire la “catena migratoria” e spesso restavano da soli nei paesi stranieri anche per decenni.

Ora, in un certo numero di casi, sono le donne ad aprire la “catena migratoria” o a emigrare da sole, e i ricongiungimenti familiari avvengono, se le norme li rendono possibili, in tempi sempre più brevi. In Italia c’è una sostanziale parità tra donne e uomini immigrati.

Tutti gli organismi internazionali, a cominciare dall’ONU, prevedono una ulteriore espansione di questo fenomeno sociale nei prossimi decenni, fino alla soglia (nel 2050) di almeno 400 milioni di emigranti internazionali nel mondo.

Tale crescita è alimentata anche dall’enorme movimento migratorio interno ai singoli paesi, soprattutto ai paesi del Sud del mondo, che coinvolge attualmente circa 750 milioni di persone. 

Rispetto agli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, questo movimento migratorio è sempre più caratterizzato dalla traiettoria che va dal Sud verso il Nord del mondo.
 
Oggi come ieri, i processi migratori sono una manna per le classi dominanti dei paesi di immigrazione, le quali, oltre a depredare le risorse e le ricchezze dei paesi dominati e controllati, importano esseri umani che, avendo patito gli effetti della fame e delle guerre, sono disponibili, almeno in un primo momento, a vendere la loro forza lavoro a costi (salari) più bassi.

Mass media e governi sono fermamente contrari a qualsiasi tipo di discussione pubblica sulle cause delle migrazioni internazionali perché porterebbe direttamente al colonialismo e al neo-colonialismo e cioè ai meccanismi di oppressione e super-sfruttamento con cui i capitalismi/imperialismi europei, Italia inclusa, hanno sprofondato nella miseria e nella strutturale dipendenza vaste aree del mondo, che continuano tutt’oggi a essere schiacciate dal tallone di ferro delle multinazionali e degli eserciti occidentali. 

In estrema sintesi, le cause delle emigrazioni sono le seguenti:

1) la disuguaglianza di sviluppo tra paesi che caratterizza il mercato mondiale quale effetto del colonialismo che ha distrutto o devastato le possibilità di sviluppo: in Africa, prima con la tratta degli schiavi e poi con l’occupazione dei territori; in America del Sud, con un immane genocidio e il lavoro forzato di massa; in Asia, con la colonizzazione, le guerre di aggressione e i trattati disuguali;

2) la rapida trasformazione capitalistica dell’agricoltura del Sud del mondo, che sta avvenendo sotto il ferreo controllo delle società multinazionali e delle grandi banche occidentali che si occupano di agricoltura, a monte (macchine, sementi, fertilizzanti, ecc.) come a valle della produzione agricola (commercializzazione dei prodotti), e che produce ogni anno la rovina o la cacciata dalla terra con mezzi terroristici di decine di milioni di contadini e di braccianti. Questo per fare posto, in sostituzione delle produzioni per l’auto-sussistenza e per l’auto-sufficienza alimentare dei singoli paesi, alle monoculture per l’esportazione, alla produzione dei cosiddetti bio-carburanti, ecc. Qualcosa di simile sta avvenendo per la pesca: i mari e gli oceani del Sud del mondo sono ormai infestati dai pescherecci di alto bordo che stanno letteralmente saccheggiando i mari antistanti le coste dall’Africa occidentale, mandando in rovina decine di migliaia di piccoli pescatori africani. A tutto ciò si è aggiunto, nell’ultimo decennio in particolare, il fenomeno del land grabbing, cioè del furto delle terre africane, asiatiche e sud-americane dei paesi più poveri, che riguarda finora oltre 60 milioni di ettari e ha ulteriormente ingigantito l’esodo forzato dalle campagne;

3) il debito estero dei paesi dominati e controllati, che è il prodotto della loro spoliazione storica ad opera del colonialismo, e li ha costretti, acquisita la propria indipendenza sul piano politico, a chiedere degli “anticipi” necessari al proprio sviluppo moderno e industriale; a ciò si aggiungono gli oneri della corruzione dei ceti dominanti ad opera delle multinazionali. A chi? Esattamente a quelle stesse potenze che li avevano mandati in rovina. E con quale risultato? Con il risultato di trovarsi sempre più stretto intorno al collo il cappio del debito da ripagare al FMI, alla Banca mondiale, al Club di Parigi, ai singoli stati imperialisti e alle singole banche; cosa che è possibile fare solo a condizione di accrescere lo sfruttamento sui lavoratori locali e di distruggere quel minimo di welfare sorto in questi paesi dopo le indipendenze e di lasciar andare in malora anche parte delle infrastrutture costruite. Solo una cifra: nel 1973 l’Africa sub-sahariana aveva un debito estero di 13 miliardi di dollari, pari al 20% del PIL; tale debito è esploso fino ad arrivare ai 450 miliardi di oggi pari al 27% del PIL dell’area. Un debito estero di questa portata vuol dire che in decine e decine di paesi a decidere delle politiche di stato sono i creditori-usurai, ovviamente a tutto ventaggio degli interessi neo-coloniali: nella sola Africa, secondo la Banca mondiale, ci sono attualmente 100.000 “esperti” stranieri (in larghissima parte europei e statunitensi), quelli che Thomas Sankara definì giustamente “tecnici assassini”;

4) la interminabile catena delle guerre. Per l’Europa si parla solitamente di “Dopoguerra”, ma nei continenti “di colore” la guerra non è mai finita, anzi spesso si è accesa proprio dopo lo scoppio della “pace” imperialista sancita a Yalta. Tra guerre coloniali o neo-coloniali (Indocina, Corea, Algeria, Suez, Biafra in Nigeria, Congo, colonie portoghesi, Vietnam, Afghanistan, Malvinas, Grenada, Panama, guerre del Golfo, guerra alla Jugoslavia, Libia, Mali, Siria, per non dire dell’infinita guerra coloniale di Israele contro i palestinesi, ecc.) e guerre e massacri “locali” è evidentissima la mano delle potenze imperialiste: Etiopia-Eritrea, il genocidio in Ruanda, l’Ogaden (Sudan) e il Sud Sudan, e le due grandi guerre recenti nel Congo, tanto per dire. Decine di milioni di morti, decine di milioni di sfollati, profughi, emigranti. Andrebbe denunciato anche il traffico imperialista delle armi, nel quale Italia, Francia, Gran Bretagna sono protagoniste di prima fila;

5) i cambiamenti climatici. Solo nei primi anni 2000 è stato coniato il termine “eco-profughi” ma, data la rapidità con cui sta cambiando il clima globale, e dato che è proprio sull’Africa che per ora incide più fortemente il riscaldamento globale accentuando il processo di desertificazione, la siccità e le carestie, le previsioni per i prossimi decenni sono apocalittiche. Secondo uno studio dell’OIM (organizzazione mondiale delle migrazioni) è possibile che al 2050 ci siano nel mondo 200 milioni di eco-profughi. Anche in Italia c’è stato un riflesso di questi processi nel 2006 e 2007, con migliaia di lavoratori del Bangladesh in piazza a chiedere il permesso di soggiorno umanitario dopo lo tsunami, che il governo di Roma non concesse;

6) il bisogno vitale di forza-lavoro immigrata, maschile e femminile, da parte di Italia e UE. Ne hanno bisogno le imprese di ogni ordine e grado per sostenere la propria competitività; gli stati, per colmare i buchi demografici crescenti, per ammortizzare, in parte, la distruzione del welfare scaricandone i costi sulle famiglie (assistenza anziani, disabili, bambini, ecc.), per tenere in piedi i sistemi pensionistici in paesi che invecchiano e perdono abitanti, per svolgere i lavori domestici e di cura. Nonostante dal 1986 (trattato di Schengen) si parli di chiudere le frontiere dell’Europa agli immigrati, la massa degli immigrati presenti sul territorio europeo non cessa di aumentare. Nel raffronto con gli altri maggiori paesi europei, l’Italia ha il minor numero di immigrati dopo la Francia negli anni che seguono la crisi del 2009, pur essendo il paese di più facile approdo, perché gli immigrati vanno dove c’è richiesta di forza-lavoro (la Germania ne ha assorbiti 1,5 milioni nel 2015 e oltre 1 milione nel 2016).

7) la crescita delle aspettative delle popolazioni del Sud del mondo, e in particolare delle donne del Sud del mondo. Questa crescita viene da lontano, dal grande e irriducibile moto di liberazione anti-coloniale iniziato alla fine del Settecento, nel quale centinaia di milioni di sfruttati dei continenti colonizzati, dai Caraibi fino all’Indonesia passando per il mondo arabo e l’Africa nera, hanno espresso nelle lotte e nelle guerre anti-coloniali la propria volontà di riscatto. Questa spinta si è materializzata nel corso del Novecento nella conquista dell’indipendenza nazionale. Ma poiché in molti paesi all’indipendenza nazionale non è corrisposto lo sperato miglioramento delle condizioni di vita, questa possibilità è stata ricercata nell’emigrazione verso i paesi ricchi, gli Stati Uniti, l’Europa, l’Italia, ecc.

 

Il razzismo, arma di distrazione di massa e di divisione tra i proletari

Il tema immigrazione è divenuto tema centrale della politica italiana ed europea.

I governi, non solo quelli “populisti” come quello italiano, fanno della politica anti-immigrazione l’asse principale di una campagna per la creazione di una “identità nazionale” (italiana, tedesca, francese, britannica, magiara, polacca, ecc.; si noti bene: ognuna ben distinta e addirittura ostile alle altre!) che accomuni operai e padroni, ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori contro l’“invasione” in atto dai 5 continenti che “snatura le culture nazionali”, “ruba” il lavoro, le case popolari, i posti negli asili nido agli autoctoni, “abbassa i salari”, porta criminalità e financo malattie, ruba e violenta le “nostre” donne; e l’elenco non finisce certamente qui, perché secondo i Salvini e i Di Maio & C pressoché tutti i mali di cui soffre “la gente” sono riconducibili a “loro”, agli “stranieri”, neri, arabi, latinos, indiani o cinesi che siano, e perfino i romeni o ucraini, i “diversi”, i “clandestini” che s’aggirano con impudenza per le “nostre” strade, sui “nostri” autobus. 

Fandonie a buon mercato, che tuttavia (come la campagna di Hitler contro gli ebrei) hanno facile presa in una società ad alta disoccupazione, precarietà del lavoro e incertezza dell’esistenza soprattutto per i giovani, sfruttamento crescente e spesso umiliante nei luoghi di lavoro, a fronte di una difesa sindacale ormai inesistente tra appalti e subappalti, lavoro a termine e l’abdicazione di CGIL, CISl e UIL che hanno rimosso la lotta dal loro dizionario laddove se alzi la testa contro il padrone sei licenziato: è facile per padroni e governi indirizzare la rabbia e la frustrazione di chi lavora o, ancor più, di chi non trova lavoro, contro di “loro”.

Il problema allora non è più il padrone che ti sfrutta, il governo che gli ha dato mano libera nella precarizzazione con il Jobs Act di Renzi, sostanzialmente confermato dal “decreto dignità” di Di Maio, il fatto che per tirare avanti uno con famiglia deve lavorare 10 o 12 ore al giorno e quindi un altro resta senza lavoro…

Mentre per affrontare queste questioni occorre una lotta generalizzata di tutti i lavoratori, italiani e immigrati insieme, vogliono far entrare nella testa della gente che il problema sono “loro”, gli stranieri, gli immigrati.

Con questa operazione, portata avanti con sapienza dai media, dai politici e anche da molti pulpiti in barba all’ecumenismo del Papa (che avendo più pecorelle fuori che dentro l’Europa non può essere eurocentrico), i padroni, il loro governo e i loro rappresentanti politici realizzano a buon mercato (senza neanche una minima concessione di briciole) l’obiettivo di dividere la classe lavoratrice tra italiani e immigrati per accrescere lo sfruttamento e l’oppressione su entrambi, e impedirne una lotta comune in quanto lavoratori contro i comuni sfruttatori, il governo che li sostiene, e contro il sistema.

Cominciamo con lo smontare e smascherare la campagna razzista:

Gli immigrati rubano il lavoro agli italiani?

Falso!

Senza la presenza di quasi 6 milioni di immigrati che acquistano alimenti, vestiario, automobili, che abitano in una casa che altrimenti sarebbe vuota, che si spostano, mandano i bambini all’asilo, quanti posti di lavoro dovrebbero essere cancellati nelle fabbriche, nei trasporti, nell’edilizia, nell’agricoltura, nella scuola, nei servizi?

Senza i 6 milioni di immigrati non ci sarebbero neppure i circa 3 milioni di posti di lavoro che occupano!

La disoccupazione non è dovuta agli immigrati, è dovuta alla crisi del sistema capitalistico (che in Italia non ha ancora recuperato i livelli produttivi di 10 anni fa), alle tante ore di straordinari, non agli immigrati!

Gli immigrati ricevono dallo Stato più di quanto pagano alle sue casse?

Falso!

Gli immigrati, proprio perché sono più giovani e più attivi, pagano più tasse e contributi di quanto ricevono in welfare e pensioni. Secondo l’INPS gli immigrati pagano la pensione a 600 mila italiani (e il calcolo appare riduttivo); e quasi un milione di badanti (quasi tutte immigrate) e baby sitter fanno da ammortizzatori alla distruzione dell’assistenza sociale per gli anziani, i disabili, i bambini.

Gli immigrati abbassano i salari?

Falso!

Gli immigrati sono costretti ad accettare condizioni peggiori e salari più bassi quando sono in condizione di ricatto, per assenza del permesso di soggiorno o minaccia di non rinnovo.

Quando si sono organizzati e hanno lottato sono stati ad aver conquistato davvero aumenti salariali, anche per i colleghi italiani, come avviene tuttora nella logistica.

Il guaio, per i padroni e gli stati europei, è che questi lavoratori e lavoratrici sanno difendersi, sanno lottare, sanno perfino insegnare ai lavoratori autoctoni (che l’hanno dimenticato) come ci si fa rispettare sui luoghi di lavoro e nella società.

Le politiche razziste hanno proprio lo scopo di impedirlo!

Gli immigrati delinquono più degli italiani e sono un pericolo?

Ancora falso!

Sono gli immigrati tenuti nell’irregolarità dallo Stato che, non potendo trovare un lavoro regolare, sono costretti a lavori in nero e ad “arrangiarsi” ai margini della legalità, o a diventare pedine delle reti di spacciatori.

Al contrario, gli immigrati regolari delinquono meno degli italiani, anche perché un reato potrebbe privarli del permesso di soggiorno o della possibilità di ottenere la cittadinanza.

Su 6 milioni di immigrati ne sono in carcere 20 mila (poco più dello 0,3%), e una metà lo sono per reati di immigrazione ossia per il fatto di aver messo piede in Italia: è la politica dei governi che mantiene sistematicamente una quota di immigrati (circa 600 mila) in condizione di illegalità a spingerli a delinquere per sopravvivere.

Si dia il permesso a tutti, e la delinquenza crollerà drasticamente!

“Siamo invasi dagli stranieri, non possiamo accoglierli tutti”?

Ancora falso!

In Italia la popolazione di origine italiana sta diminuendo a vista d’occhio: nel 2017 le morti hanno superato le nascite di ben 251.537 unità.

Con questo trend destinato ad accentuarsi (con i nati nel “baby boom” postbellico che arrivano al capolinea, mentre le nascite stabiliscono ogni anno un minimo storico) e senza immigrazione, secondo le proiezioni ONU nel 2050 l’Italia avrebbe 20 milioni di abitanti in meno, con una quantità sproporzionata di vecchi…

Gli stessi padroni ammettono che hanno bisogno di almeno 200 mila lavoratori immigrati ogni anno solo per mantenere gli attuali livelli produttivi, nonostante l’assenza di una vera ripresa.

E questa manodopera arriva gratis: i costi della crescita e dell’istruzione di questa forza-lavoro sono stati sostenuti dalle famiglie e dagli stati di provenienza, non dall’Italia!

Del resto gran parte dei migranti va là dove c’è richiesta di forza lavoro.

I flussi maggiori in Italia vi sono stati nel 2007-2008 (oltre 500 mila l’anno) quando l’economia aveva altri tassi di sviluppo.

In Germania, in presenza di una ripresa economica, nel 2015 sono entrati 1,5 milioni e nel 2016 1 milione di immigrati, e ciononostante la disoccupazione è ai minimi, mentre in Italia solo circa 300 mila.

Gran parte degli immigrati, spesso anche quelli con alto livello di istruzione, sono adibiti ai lavori meno qualificati e peggio pagati. 

Gli immigrati che lavorano in Italia sono ufficialmente quasi 2,5 milioni, il 10,5% del totale degli occupati, per l’87% salariati, per il 76% operai.

Ma data l’ampia quantità di immigrati che lavorano in nero, con e senza permesso di soggiorno, la stima più realistica è di 3 milioni.

Mentre l’ISTAT considera “italiani” gli immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza, Il Sole-24 ore stima che in Italia su 100 occupati 15 sono immigrati. In realtà ci sono mansioni lavorative e settori di attività in cui questa percentuale è molto più alta: le lavoratrici e i lavoratori immigrati sono il 74% dei domestici, il 56% delle “badanti”, il 52% dei venditori ambulanti, il 40% dei pastori, dei boscaioli, dei pescatori, il 30% degli operai edili e dei braccianti agricoli, tutte stime probabilmente riduttive: per conoscenza diretta sappiamo che nelle cooperative della logistica o nelle ditte di pulizia, gli immigrati costituiscono la stragrande maggioranza, perlomeno nel Centro-Nord dove si trovano in larga parte…

 

La “chiusura delle frontiere” del Governo italiano e dell’UE non è contro l’immigrazione, è contro i proletari immigrati! Ed è solo un tassello di una politica contro il lavoro, più complessiva, da combattere

Da almeno tre decenni si parla in Europa di chiudere le frontiere, di “immigrazione zero” o, almeno, di rigido controllo dell’immigrazione perché di immigrati ce ne sono già troppi per cui vanno rispediti indietro in massa.

È una truffa colossale.

Il duo Salvini-Berlusconi aveva giurato in campagna elettorale di rimandarne indietro tra 600.000 e un milione: l’anno scorso, con Minniti, ne sono stati rimandati indietro 6.340, nel 2015 5.300, circa 1 su 100.

In realtà i respingimenti di centinaia di migliaia di immigrati non convengono, sono costosissimi e richiedono trattati internazionali che non ci sono. 

Se i respingimenti di massa promessi da Salvini avvenissero per davvero sarebbe per l’Italia e per l’Europa: a) una catastrofe demografica; b) una catastrofe economica per il crollo di competitività (il lavoro degli immigrati in una fase iniziale riescono a pagarlo meno, finché non si organizzano) e per il crollo dei consumi (bene o male anche gli immigrati sono consumatori); c) una catastrofe sociale per il totale scompaginamento dell’assistenza alle persone anziane, ai disabili, ai bambini.

Quindi, per le esigenza del sistema economico-sociale capitalistico, i lavoratori e le lavoratrici immigrati non solo non devono diminuire ma devono aumentare: come già detto le stime padronali sono, per l’Italia, di un fabbisogno annuo aggiuntivo intorno alle 200.000 unità.

 

Ma allora come si spiega tutta la demagogia “anti-immigrazione” di Salvini e dei suoi amici Cinque Stelle, di Le Pen e di tutti gli altri simili?

Si spiega in primo luogo con l’intento di abbassare le aspettative dei lavoratori/lavoratrici immigrati in arrivo, di abbassare il valore della loro forza-lavoro e di azzerare preventivamente i loro diritti.

Da anni ci sforziamo di spiegare che lo slogan “immigrazione zero” va tradotto così: “immigrazione sì, ma a zero diritti”.

Rendere il percorso migratorio più difficile, più lungo, più rischioso, più costoso per i nuovi immigranti serve a rendere i candidati all’immigrazione più docili e disponibili ad accettare, almeno per un certo numero di anni, il super-sfruttamento e le privazioni a cui sono destinati.

Non dunque il totale impedimento dell’immigrazione ma l’immigrazione selezionata e preventivamente bastonata.

In secondo luogo, la condizione di ricatto e di supersfruttamento assicurata ai padroni con le leggi Turco-Napolitano, Bossi-Fini e col pacchetto-sicurezza di Maroni e di Minniti, serve a questi ultimi per agitare lo spettro della competizione al ribasso dei salari e tenere così a bada ogni possibile pretesa di miglioramenti salariali da parte dei lavoratori autoctoni.

L’assenza in questi anni di un’opposizione di classe all’altezza della situazione ha favorito dapprima il disarmo unilaterale dei proletari nel loro insieme e ha permesso poi che il cancro del razzismo attecchisse tra i lavoratori spingendoli in una spirale di odio fratricida.

Il razzismo di Lega e Cinquestelle, per rendere più efficace la sua propaganda, giunge al punto di negare che l’immigrazione oggi in Italia sia lo stesso fenomeno sociale – e umano – dell’emigrazione di quasi 30 milioni di italiani durata un secolo!

Gli emigranti dal Sud e dal Nord Italia verso le Americhe a cavallo tra Ottocento e Novecento, e nell’ultimo Dopoguerra verso l’Argentina, la Francia, la Germania e le miniere del Belgio (ma a milioni anche dal Sud verso il Nord industriale) fuggivano una miseria non meno nera, ed erano mediamente meno istruiti dei migranti che giungono oggi in Italia; ed erano accompagnati dalla fama di essere “mafiosi”, “delinquenti” (vedi riquadro), per la quale erano spesso discriminati e posti ai margini della società, a svolgere i lavori meno qualificati, più sporchi, pesanti e meno pagati, spesso soggetti ad attacchi razzisti (nell’agosto 1893 ad Aigues Mortes in Francia 10 immigrati italiani furono uccisi).

I Salvini-Di Maio non possono ammettere che anche gli italiani sono passati per le stesse peripezie, perché ciò farebbe crollare i loro cliché razzisti.

Il razzismo è sempre fondato sulla menzogna e ha bisogno di far dimenticare la storia.

I leghisti, che negli anni Novanta scrivevano sui muri “Forza Vesuvio” e “Forza Etna!”, e i cui precursori scrivevano fuori dai bar di Torino “Vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali”, ora che hanno bisogno dei voti del Sud cercano di scatenare lo stesso odio nei confronti degli stranieri.

Il bersaglio cambia, l’obiettivo è lo stesso: mettere lavoratori contro altri lavoratori, per impedire che la loro rabbia si rivolga verso i veri responsabili del peggioramento delle loro condizioni: padroni e parassiti, i capitalisti e i loro governi.

In questo mondo dai crescenti squilibri le migrazioni sono un fenomeno in continua e inarrestabile crescita.

Non ci sono muri, mari, eserciti che possano fermare i milioni di persone che fuggono la miseria e la guerra. La maggior parte, centinaia di milioni, sono emigranti – e profughi – interni a singoli paesi.

Un’altra parte importante rimane all’interno di una regione (la maggior parte dei rifugiati siriani sono in Turchia, Giordania e Libano; la maggior parte degli emigranti africani rimane all’interno dell’Africa).

Ma un numero crescente, in genere i più intraprendenti, va verso le metropoli d’Europa e del Nordamerica, dove c’è la speranza di ottenere con il lavoro un tenore di vita migliore e di aiutare la famiglia a casa (come gli emigrati italiani d’un tempo).

Le ragioni delle attuali emigrazioni sono in parte analoghe a quelle che spinsero i nostri bisnonni, nonni e zii a lasciare l’Italia (il capitalismo che provoca l’esodo dalle campagne, la mancanza di lavoro) ma, come abbiamo visto, altre se ne aggiungono, collegate all’invasione – questa sì – coloniale e neocoloniale delle potenze imperialiste in Africa, Asia e America Latina, che ha teso solo a rapinare materie prime minerarie e agricole, non a sviluppare industria e infrastrutture di comunicazione (strade, ferrovie, porti, ecc.) e che ancora si accaparra le terre migliori per pochi dollari, euro o yuan (land grabbing). 

Le potenze imperialiste, tra cui l’Italia, ancora condizionano finanziariamente questi paesi, con crediti che sono serviti a pagare prodotti e ottenere investimenti delle multinazionali, senza peraltro portare lo sviluppo promesso. 

Allo stesso tempo, continuano gli interventi militari diretti e indiretti per il controllo di Stati e materie prime, e anche con il pretesto di arrestare i flussi migratori (piano italo-tedesco, in concorrenza con la Francia per campi di concentramento in Niger).

Milioni di uomini, donne e bambini in fuga dalla morte e dall’oppressione sono in massima parte il prodotto dell’imperialismo.

Lo slogan “aiutiamoli in casa loro” di Salvini oggi come di Minniti ieri è in realtà la continuazione di queste politiche imperialiste, il pretesto per (ri)entrare “in casa loro”, accaparrarsi materie prime (petrolio, uranio, coltan, ecc.) e sfruttarne la forza-lavoro, in concorrenza con i nuovi arrivati cinesi che, oltre ad invaderne i mercati con i propri prodotti che spiazzano l’artigianato locale, costruiscono infrastrutture e anche prime fabbriche.

Il nostro “aiutiamoli in casa loro” ha un significato diverso: stendiamo una rete di solidarietà e collegamento con i sindacati e i movimenti che stanno crescendo in quei paesi per la lotta comune contro la classe capitalistica, in particolare contro i capitalisti e i governi di casa nostra che “invadono” casa loro e per un miglioramento delle condizioni lavorative e salariali.

Questo quadro delle cause delle emigrazioni mette in chiaro un fatto: i proletari non lasciano le terre in cui sono nati e cresciuti, strappando le radici familiari, spesso rinunciando agli affetti, per una libera scelta di girare il mondo!

La grandissima parte delle migrazioni è forzata, per un modo o per l’altro: per salvare la vita da guerra e repressione o per fuggire fame, miseria, disoccupazione.

E di questa costrizione sono in buona parte responsabili proprio i paesi imperialisti verso i quali questa emigrazione si dirige, che in buona parte cercano questa forza lavoro immigrata, sebbene vorrebbero averne le sole braccia senza le persone e le loro famiglie!

La chiusura delle frontiere da parte dei paesi europei, degli USA e dell’Australia non ferma queste migrazioni, le rende solo più difficili, rischiose (oltre 30 mila morti nel solo Mediterraneo, solo per contare quelli noti) e costose, a vantaggio dei trafficanti.

Chi riesce ad arrivare è in balìa degli apparati statali di controllo che li selezionano e filtrano per immetterli sul mercato del lavoro; la maggioranza si vede rifiutare la richiesta di protezione umanitaria e viene lasciata in un limbo in cui l’unica possibilità è il lavoro nero; diviene oggetto di speculazione da parte di pseudo cooperative sociali e albergatori ai quali vengono dati centinaia di milioni mentre essa riceve 2 o 3 euro al giorno con cui far fronte alle proprie necessità.

In larghissima parte gli immigrati sono proletari poiché giungono nel nuovo paese con null’altro che le braccia per lavorare: spesso tutti i loro averi e quelli delle loro famiglie sono stati investiti nel viaggio.

Una volta stabiliti in un paese come l’Italia entrano a far parte integrante della classe lavoratrice italiana, non sono più “stranieri” per noi.

Sono i nostri compagni di lavoro e fratelli di classe, sfruttati dal nostro stesso padrone, con i nostri stessi interessi, che hanno bisogno di organizzarsi insieme ai lavoratori nati in Italia per una lotta comune.

In decine e centinaia di luoghi di lavoro, della logistica ma non solo, i lavoratori immigrati sono stati i protagonisti delle lotte che hanno conquistato importanti miglioramenti per tutti, italiani e immigrati.

Le politiche razziste dei governi che si sono succeduti, in particolare del governo Salvini-Di Maio, cercano di impedire questa saldatura di classe e di tenere i lavoratori immigrati un gradino al di sotto degli italiani per sfruttarli più brutalmente e tenerli in disparte: in molte fabbriche e magazzini parte dell’attività è data in appalto a finte cooperative che usano immigrati pagati meno dei lavoratori diretti per carichi di lavoro più pesanti, spesso trattati come schiavi.

Il ricatto del permesso di soggiorno serve a tenerli nel costante timore che se perdono il lavoro rischiano di perdere il diritto di restare in Italia, anche dopo molti anni e dopo aver cresciuto i figli in Italia.

I sindacati di regime CGIL, CISL, UIL e UGL spesso in queste situazioni si fanno complici dei padroni organizzando solo i lavoratori italiani, nell’illusione che ad essi possano arrivare delle briciole dal supersfruttamento degli immigrati.

Totalmente asserviti alla politica “divide et impera” dei padroni, frantumando l’unità, riducono la capacità di lotta e la forza contrattuale di tutti i lavoratori. 

Per tutte queste ragioni riteniamo si debbano porre una serie di obiettivi che affrontino la questione immigrazione dal punto di vista di classe, che va oltre l’aspetto unicamente umanitario:

1) Rivendicare l’effettiva, totale parità di condizioni e di diritti tra proletari autoctoni e immigrati (salari, orari, istruzione, sanità, pensioni, casa, ecc.) e la più stretta unità tra i proletari di tutte le nazionalità, le “razze” e i colori nella comune lotta al padronato e ai suoi governi e nella comune organizzazione di classe.

Tutto ciò che è contro i proletari immigrati è contro tutti i proletari: nessuna discriminazione ai loro danni può essere giustificata e accettata.

Dunque:

a) il diritto alla cittadinanza per chi nasce, cresce o lavora in Italia (ius soli);

b) garanzia di un salario (lavoro o non lavoro) e dell’accesso ai servizi sociali, in primo luogo alla scuola, ai trasporti e alle cure sanitarie;

c) rispetto integrale delle tutele previste dai CCNL di categoria e abolizione delle forme di lavoro sottopagate e del sistema di sfruttamento delle cooperative;

2) smascherare la funzione delle campagne di stato e di stampa contro gli immigrati in quanto portatori di disoccupazione, insicurezza sociale, criminalità, ecc., e contrapporre a questa retorica razzista, finalizzata a gerarchizzare e dividere i lavoratori per intensificare lo sfruttamento di classe, la vera origine di questi mali sociali;

3) immediata regolarizzazione di tutti i richiedenti asilo e degli immigrati costretti a vivere in Italia e in Europa senza documenti.

Permesso di soggiorno europeo incondizionato, cioè non sottoposto al contratto di lavoro né alla residenza né a scadenza, per quanti sono oggi sul suolo italiano ed europeo, come precondizione per unire nella lotta proletari europei e immigrati;

4) lottare per l’abolizione di tutta la legislazione speciale contro gli immigrati, la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, il pacchetto sicurezza, i decreti Orlando-Minniti, così come le leggi (decreto Lupi 43/14) che privano della residenza e dei diritti sociali coloro, italiani o immigrati, che non hanno un titolo riconosciuto di occupazione di un immobile;

5) denunciare e opporsi al militarismo italiano ed europeo, dire no ai respingimenti e ai trattati che li prevedono (che vanno annullati), alle espulsioni, alle deportazioni, ai campi e ai Cie, Cas e alle altre strutture di detenzione amministrativa, che vanno smantellati;

6) denunciare la militarizzazione e l’esternalizzazione delle frontiere (con relativa costruzione di lager in Africa, in Turchia, nei Balcani e il ruolo centrale delle organizzazioni criminali in combutta con gli stati in questi processi) come forma di guerra agli emigranti e strumenti per produrre “irregolarità”, e come pretesto per una nuova occupazione coloniale dell’Africa. Mobilitarsi per il ritiro delle truppe italiane dalle missioni militari e l’annullamento delle spese militari;

7) lottare per miglioramenti salariali uguali per tutti, per il rifiuto del Patto di Stabilità e del pareggio di bilancio;

8) denunciare le cause profonde delle emigrazioni internazionali contemporanee, i meccanismi capitalistici e neo-coloniali che costringono ad emigrare decine e decine di milioni di nostri fratelli e sorelle di classe;

9) rivendicare l’abolizione della Convenzione di Dublino e del relativo Regolamento III e la garanzia per i richiedenti asilo di ottenere un permesso di soggiorno europeo incondizionato, che non li vincoli a restare nel paese di arrivo. Smantellare l’attuale “sistema di accoglienza” affaristico, clientelare e spesso mafioso (vedi Roma Capitale e parecchi altri esempi).

Combattere il lavoro gratuito per i richiedenti asilo (oggi sempre più di frequente richiesto).

Assegnazione di strutture abitative pubbliche idonee (parte dell’immenso patrimonio pubblico sfitto) ai richiedenti asilo, istituzione di strutture pubbliche finalizzate all’integrazione lavorativa e sociale di chi è appena arrivato in Italia.

A partire da questa ipotesi di piattaforma, lavoriamo per costruire un fronte di lotta anticapitalista il più ampio possibile, con iniziative e campagne di mobilitazione antirazziste, che coinvolgano lavoratori, giovani, donne, italiani e stranieri e che si colleghino con analoghe iniziative nei vari paesi europei.

La politica anti-immigrati e razzista del governo Salvini-Di Maio è la forma del suo carattere borghese e antioperaio.

La lotta contro il razzismo per l’unità tra lavoratori italiani e immigrati è centrale nella lotta contro padronato, governi e capitalismo e per l’affermazione di un movimento di classe internazionalista a livello europeo.

Per queste ragioni riteniamo che tutte le realtà sociali, politiche e di movimento, e in primo luogo il sindacalismo di base, debbano porre la lotta al razzismo e allo sfruttamento degli immigrati in cima alle loro rivendicazioni.

Ogni sciopero e ogni iniziativa di lotta politica o sindacale non può eludere o tacere questo tema, che riguarda il futuro di milioni di lavoratori e proletari del nostro paese, non solo immigrati: ciò anche a costo di apparire in un primo momento “impopolari” tra qualche nostro iscritto e simpatizzante che ha abboccato alla propaganda del governo.

Oggi più che mai è necessario battersi in ogni sede ed occasione utile per far sì che i lavoratori italiani non si accodino al governo o non restino indifferenti, ma si uniscano a noi nella lotta al razzismo e alle politiche anti-immigrati, poiché tutto ciò che colpisce i lavoratori immigrati colpisce anche i lavoratori autoctoni.

Contro il razzismo di stato, per l’unità di classe tra proletari immigrati e autoctoni!