Il rifiuto da parte delle classi popolari delle politiche dell’Unione europea (UE) non è nuovo, anche se la sua espressione potrebbe toccare il 26 maggio una nuova soglia [l’articolo originale è stato scritto prima delle elezioni europee, ndt] nelle percentuali d’astensione. Ciò che si è realmente e drammaticamente aggravato negli ultimi cinque anni è la crisi “dall’alto”, che si traduce in una moltiplicazione di scontri e di attriti tra governi, di una tale portata che l’Europa dei capitalisti sembra oggi aver perso qualsiasi slancio.

Esaminiamo, in ordine cronologico, tutte le principali manifestazioni di questa crisi che oggi sta scuotendo l’Unione Europea.


I conflitti con il gruppo di Visegrad

Uno dei confronti è quello che vede opporsi al nocciolo centrale dell’Unione Europea il gruppo di Visegrad, con storiche origini (1335) e che si è riformato nel 1991 tra Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e la Slovacchia. Il primo conflitto è sorto con la cosiddetta “crisi dei migranti”, nel 2015-2016, quando i governi di questi quattro paesi hanno fatto arenare il piano di assegnazione dei rifugiati all’Unione Europea secondo le quote dei paesi, rifiutando ogni tipo di accoglienza e chiudendo i loro confini.

Si sono allineati con Trump e Netanyahu, moltiplicando il controllo sui media, sulle ONG, sull’insegnamento e sulla giustizia. Questi “illiberali” sfidano apertamente la doxa liberal-borghese che in teoria orienta gli Stati membri.

Le istituzioni europee hanno intrapreso una serie di azioni contro la Polonia e l’Ungheria, ma solo una ha sortito effetti finora, con il governo polacco che ha ritirato una disposizione sulla nomina dei giudici della propria Corte suprema. Diverse altre parti contestate della riforma del sistema giudiziario polacco, che la sottopongono più direttamente al potere politico, rimangono comunque in vigore. Le procedure sono lente e molti Stati membri non vogliono gravare più dello stretto necessario sui paesi in cui i loro gruppi capitalisti hanno interessi sostanziali, specialmente nelle fabbriche in cui impiegano manodopera qualificata a basso costo.

Ma la cosa più grave è che gli scontri, sempre meno ovattati, ora riuniscono i quattro principali paesi (i tre quando la Brexit sarà portata a termine) in termini di PIL e popolazione, Germania, Francia, Regno Unito e Italia.

 

La Brexit e le sue conseguenze

Qualsiasi sia la relazione futura che potrà stabilirsi con il Regno Unito, e aldilà delle numerose esenzioni rispetto al diritto europeo di cui quest’ultimo beneficia, la Brexit comporta un indebolimento qualitativo dell’Unione Europea. Una fonte di difficoltà che si espande se, per ciò che pare probabile, la fuoriuscita britannica si muoverà nel quadro di un “no deal” che creerà una serie di ostacoli ai canali commerciali e peserà sul tasso di crescita, nell’Unione Europea come oltre Manica. Senza contare i problemi politici che porteranno ad una ricostruzione di una  frontiera “dura” tra le due parti dell’Irlanda.

A livello politico interno, la Brexit e la sua interminabile “soap-opera” ha finito per inghiottire il governo di Theresa May, provocando una grande crisi nel Partito Conservatore, principale rappresentante politico della borghesia britannica. Nigel Farage, con il suo nuovo “Partito della Brexit” è proclamato vincitore del ballottaggio europeo (anche se i sondaggi gli concedono solo il 2% in caso di prossime elezioni politiche britanniche…). Per quanto riguarda i laburisti, che sembrano uscirne meglio, non sono risparmiati dal tumulto. Non è escluso che, come quello che è stato visto accadere altrove, il tradizionale bipartitismo sia presto minacciato, anche nel paese che si vanta di essere la più antica e stabile delle “democrazie liberali”.

La nuova situazione economica e politica porterà anche ad un esacerbazione della competizione tra i capitalisti, che incrementerà la pressione sulle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari, anche se la loro situazione si è deteriorata bruscamente negli ultimi nove anni della gestione conservatrice. I Brexiters del Partito Tory hanno anche manifestato con sincerità la loro ambizione di trasformare il Regno Unito in una “nuova Singapore alle porte dell’Europa”.

Con l’impulso dato al razzismo e alla xenofobia, con l’annuncio della chiusura e del trasferimento all’UE di fabbriche e servizi, nonché la cancellazione di piani per nuove installazioni, la Brexit sta già dimostrando che una rottura con l’UE’ in una struttura capitalista e imperialista non può portare a nulla di positivo. Qualsiasi altra cosa sarebbe un processo di mobilitazione rivoluzionaria dei lavoratori, in uno o più paesi e più in generale in Europa, che affronterà questa costruzione intrinsecamente neoliberale (e necessariamente, in un momento o nell’altro, “rompere” con essa) in una prospettiva di emancipazione.

 

L’Italia, fonte di inquietudini e tensioni

In Italia, l’adesione al governo della coalizione “populista” del Movimento delle 5 Stelle (M5S) e della Lega ha provocato rapidamente scontri con le istituzioni europee. Il 23 ottobre 2018, la Commissione europea ha rifiutato di convalidare il progetto di bilancio 2019 dello Stato transalpino, giudicandolo irrealistico e pericoloso data la bassa crescita e il livello molto alto del debito pubblico (132% del PIL, solo Grecia con un rapporto più elevato nell’UE). La Commissione si riferiva in particolare ai 16 miliardi di euro da destinare al finanziamento dei due impegni elettorali dei nuovi partiti governativi, cioè la creazione di un “reddito di cittadinanza” pagato agli indigenti (per il M5S) ed a una revisione del sistema pensionistico al fine di aumentare alcune pensioni (per la Lega).

A seguito di questa ingiunzione, il governo italiano ha accettato di ridurre il deficit previsto proprio a partire dalle spese (di 6 miliardi per le due misure sopra menzionate) e un accordo è stato raggiunto alla fine di dicembre, prevedendo un deficit di bilancio del 2,04% invece del pianificato originariamente 2,40%. Ma l’Italia è appena rientrata in recessione [di oggi la notizia dell’Istat che prevede un PIl 2019 senza crescita, ndt] e la Commissione sta moltiplicando di nuovo gli avvertimenti …

Si noti per inciso che, se il deficit pubblico italiano del 2019 sarà stretto tra le grinfie delle norme maastrichtiane, il che è tutt’altro che sicuro, l’unico paese a superarlo sarebbe … la Francia, che detiene anche la cifra record del debito europeo assoluto. Ma Macron è stato in grado di discutere con i suoi pari portando un argomento forte, dal momento che il deficit di bilancio di quest’anno al 3,1% risulta… un nuovo e bellissimo dono ai padroni. I parametri scelti per la trasformazione del CICE (crédit d’impôt pour la compétitivité et l’emploi, credito d’imposta per la competitività e l’impiego, ndt) per favorire un costante declino per quanto riguarda il pagamento di imposte da parte dei padroni, ne raddoppieranno il volume per il 2019: ai 20 miliardi di credito d’imposta pagati nel 2018, si aggiungeranno altri 20 miliardi di spese, implementate quest’anno. Per quanto riguarda questi 40 miliardi, le “concessioni” fatte in seguito al movimento di gilet gialli (per un ammontare di circa 10 miliardi) sembrano finalmente poco.

 

Il disaccordo (sempre meno) cordiale della coppia franco-tedesca

Senza dubbio ancora più problematico, anche quello che dovrebbe essere il “motore” dell’Unione europea e della zona euro è ugualmente in panne. Per mesi, le divergenze tra i governi francese e tedesco non hanno fatto altro che approfondirsi.

Un budget della zona euro per sviluppare investimenti proficui e redditizi per tutti, come sostenuto da Macron? Sì, la Merkel ha finito con riluttanza per concederlo, ma sarà poca cosa. L’obiettivo di emissioni zero di carbonio nell’UE nel 2050? No, o forse sì, ma senza misure restrittive e tenendo conto della particolare situazione di ciascun paese, in particolare la Germania, il cui territorio è coperto da centrali elettriche a carbone. Il nuovo rinvio sostanziale – un anno – richiesto da Theresa May per la data della Brexit, dopo i suoi successivi fallimenti alla Camera? Per Macron era no ma sì per la Merkel; il Consiglio europeo (composto da capi di Stato o di governo) ha infine deciso a favore di sette mesi, cioè fino al 30 ottobre, ovvero quello che gli inglesi chiamano “Brexit-Halloween”.

Altri disaccordi hanno portato a degli “scontri” tra i dirigenti tedeschi e francesi. Ad esempio, per quanto riguarda un probabile coinvolgimento nelle negoziazioni commerciali con l’amministrazione Trump. Non se ne parla finché non ritornerà sui suoi passi riguardo il suo rigetto dell’accordo di Parigi inerente al riscaldamento globale, afferma il presidente francese. Naturalmente la cancelliera tedesca gli ha risposto: non c’è dubbio che la nostra industria automobilistica più importante, leader nel suo campo, soffra di restrizioni doganali sul suo primo mercato mondiale. Il Consiglio europeo ha adottato la proposta tedesca con 25 voti su 27.

Un altro conflitto porta alla scelta del prossimo presidente della Commissione europea. Con il fatto che la scelta è sempre ricaduta sul candidato della formazione in testa, Merkel difende l’elezione del rappresentante del suo partito (CDU), Manfred Weber, che si afferma come il guardiano dell’ordoliberismo. Macron vuole spingere la candidatura di Michel Barnier, un repubblicano abbastanza “macroniano”, che i circoli dominanti dei capitalisti europei hanno elogiato per la sua gestione della Brexit. La scelta finale, tuttavia, pone pochi dubbi.

Le Monde indica, nella sua edizione del 29 aprile: “Dopo l’amicizia manifestata dagli inizi tra Macron e Merkel, la realtà è che le strade di Francia e Germania stanno divergendo sempre di più”, dice un alto funzionario europeo di stanza a Bruxelles. Per quanto riguarda il nuovo “Trattato sulla cooperazione e l’integrazione franco-tedesca”, firmato il 22 gennaio da Merkel e Macron dopo che entrambi hanno ricevuto il “Premio Charlemagne” per il loro “impegno in favore dell’unificazione europea”, non ha alcun obiettivo specifico o nuovo.

Va notato che questo testo piatto e vuoto ha fornito argomenti all’estrema destra francese , Dupont-Aignan e Le Pen in testa, che ha affermato a sua volta che l’Alsazia e la Lorena sarebbero state praticamente cedute alla Prussia [quando queste regioni erano “ufficialmente” tedesche, erano comprese nell’impero tedesco fondato dalla Prussia, ndt] e quindi il tedesco diventerebbe la lingua obbligatoria ad est della Francia. Da questo tipo di dispute possiamo vedere fino a che punto l’illusionismo europeista, che non si basa su nient’altro che una fine retorica, alimenta la retorica sciovinista dell’estrema destra, mai a corto di fake news.

Quando lo ha ritenuto necessario, la Merkel si è mostrata esplicita stuzzicando il suo interlocutore francese, in un’intervista pubblicata il 15 maggio dalla Süddeutsche Zeitung e riprodotta da una rete di giornali europei, tra cui Le Monde del 17 maggio. Ad una domanda che si riferisce ad una dichiarazione del presidente Macron, ha risposto che il presidente “lui porta ancora in qualche modo qualcosa di nuovo. È positivo per noi vedere l’Europa da diversi punti di vista”. Poi aggiunge che “abbiamo dei confronti (…) Ci sono differenze di mentalità tra di noi e differenze nella concezione dei nostri rispettivi ruoli. È sempre stato così. E Emmanuel Macron non è il primo presidente francese con cui lavoro”.

 

Una situazione di quasi-paralisi

Come sembra lontano, il tempo del discorso a La Sorbonne (26 settembre 2017), quando il nuovo presidente “in marcia” ha presentato il suo progetto per “una rifondazione europea”, “un’Europa sovrana, unita e democratica” per “restituire l’Europa a se stessa e restituirla ai cittadini europei”; senza di ciò, si tratterebbe di “lasciare un po’ più di spazio per ogni elezione ai nazionalisti, a coloro che odiano l’Europa e, in cinque anni, in dieci anni, tra quindici anni, saranno là” [al governo].

“Un budget più forte nel cuore della zona euro” e un ministro delle finanze della zona euro; una “forza d’intervento comune” europea, una “dottrina comune” e un bilancio militare comune; un ufficio europeo di asilo e una polizia di frontiera europea; “una Commissione europea [ridotta] a 15 membri”, con un Parlamento europeo eletto per metà su liste transnazionali; “Una nuova partnership” con la Germania… Nessuna di queste proposte ha preso vita nemmeno in parte, né è stata seriamente ripresa da altri.

Una caratteristica di tutti i summit europei svoltisi da allora (a Tallin, Bratislava, Bruxelles, Sibiu…) è che hanno adottato solo misure difensive: una posizione ferma nei confronti del Regno Unito al fine di evitare una dinamica di disgregazione dell’UE (ma “l’unità dei Ventisette contro la Brexit non nasconde le divisioni europee”, titolava il 26 aprile un articolo di Le Monde); il rinnovo delle sanzioni contro la Russia dopo l’annessione della Crimea e la sua occupazione nell’Ucraina orientale; misure per sviluppare la sicurezza informatica; altre miravano a reprimere ulteriormente i migranti e incoraggiare la Turchia a continuare a bloccarli sul suo territorio; una riforma omeopatica – perché è diventato impossibile non fare nulla, ma comunque con conseguenze che saranno ultra-limitate, sui lavoratori migranti…

D’altra parte niente, assolutamente nulla su questioni sostanziali come il bilancio UE o un possibile budget dell’area euro, il riscaldamento globale, la fiscalità o le istituzioni – aldilà, a volte,  di dichiarazioni di intenti.

Nel settore fiscale, il Consiglio europeo ha rifiutato di introdurre una tassa sulle operazioni GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple e altre importanti società digitali) nei paesi dell’UE, rinviando qualsiasi misura dopo un’ipotetica decisione… in tutto il mondo. La Francia, come altri paesi europei (in particolare il Regno Unito e la Spagna), applicherà presto la propria tassa, un importo ridicolmente basso, un piccolo 3% sul fatturato realizzato sul suo territorio.

Nel gennaio 2019, la Commissione ha proposto di trattare questioni fiscali, per le quali qualsiasi modifica può avvenire oggi solo dopo un voto unanime dei 27 Stati membri (come avviene anche per le politiche sociali), la regola dell’unanimità è sostituita da quella della maggioranza qualificata (il 55% degli Stati membri, che rappresenta il 65% della popolazione dell’UE). Ma per adottare un tale emendamento, secondo i trattati in vigore, c’è bisogno proprio… dell’unanimità. In altre parole, nulla cambierà.

 

La “costruzione europea” capitalista ha raggiunto i suoi limiti?

Tutti questi eventi si sviluppano in un contesto specifico: la fine del periodo di espansione dal 1990 al 2000 e gli effetti della crisi del 2007-2009 (per non parlare delle contraddizioni interne del sistema che, lungi dall’essere risolte, sono potenzialmente più esplosive); il discredito dei partiti politici tradizionali, di destra e di sinistra, che hanno applicato nell’ultimo decennio ancora più politiche di austerità e precarietà; il disorientamento dei lavoratori e delle classi popolari, che non hanno trovato nuovi strumenti politici che potrebbero servire i loro interessi (per quanto è stato proposto); una profonda instabilità che genera effetti caotici e, in questo contesto, conseguenze imprevedibili e persino indesiderate del grande capitale – come nel caso della Brexit o dell’installazione in Italia del governo Conte-Di Maio-Salvini.

Gli effetti della crisi generano tra le varie divisioni della borghesia nazionale degli interessi economici sempre più marcati. Non è vero che i crescenti disaccordi tra i governi tedesco e francese avrebbero radici soprattutto – come suggeriscono vari commentatori – in ragioni politico-elettorali interne a ciascun paese. In questa prospettiva, la Merkel assumerebbe una posizione di cautela sotto la pressione che l’AfD di destra esercita sul suo partito come in generale sul mondo politico (e la sua posizione cambierebbe se questa complicazione fosse risolta), mentre Macron farebbe di tutto per l’affermazione di una posizione che invece non è ancora consolidata…

Tali fattori possono certamente giocare un ruolo, ma ciò che agisce molto più profondamente è l’interesse materiale immediato delle classi dominanti: la Germania ha una struttura industriale ed esportatrice che la Francia non può neanche sognare e che intende difendere a tutti i costi; il capitalismo francese, che ha interessi molto più strategici in Africa che nell’Europa dell’Est, chiede (con un costo minimo) alla Germania di compiere uno sforzo di generosità per “salvare l’Europa”. Nelle condizioni di crisi che persistono, ognuno difende in realtà la sua grossa “fetta”.

Un altro fattore da prendere in considerazione nello spiegare la stagnazione e persino la paralisi dell’UE è il fatto che ciò che era il suo obiettivo fondamentale, ovvero la costituzione del mercato unico europeo (con la libertà di circolazione di beni e capitali, e incidentalmente dei cittadini dell’UE), è stato raggiunto e persino completato. Non c’è ancora molto da fare, a maggior ragione dato che l’UE non è stata progettata con precisione ed è da una parte in contraddizione coi suoi “ideali” (un’Europa sociale, democratica e unita), dall’altra un’utopia capitalista (l’illusoria capacità delle varie borghesie di relativizzare i propri interessi riversandoli nel piatto comune dell'”integrazione europea”).

Se l’attuale stallo mette in evidenza qualcosa, è l’incapacità dei capitalisti di unificare veramente l’Europa, al di là della difesa dei loro interessi comuni contro i loro rispettivi proletari. Questi ultimi, che non hanno nulla da perdere se non le loro catene, avrebbero la possibilità di rivalersi costruendo propri partiti politici, liberandosi dalle false coscienze e dall’influenza delle correnti che le propagano. “Un obiettivo vasto”, certamente.

Eppure non esiste un’alternativa percorribile. Per i marxisti rivoluzionari, questo implica più che mai una strategia di costruzione di organizzazioni indipendenti, che si coordinino e si uniscano su scala europea e internazionale, rinunciando al riformismo e all’opportunismo di qualsiasi tipo che vediamo costantemente riprodursi. Come oggi il laburista Corbyn e il suo ritorno ai chiari di luna della vecchia socialdemocrazia; La France Insoumise e le sue posizioni istituzionali-borghesi, nazionaliste per non dire pro-imperialiste; il Bloco de Esquerda e il suo persistente sostegno al governo social-liberale del PS portoghese; Podemos totalmente istituzionalizzato, che chiede di far parte del nuovo governo ugualmente social-liberale del PSOE, come è stato detto giovedì 23 maggio da Pablo Iglesias, in un meeting a Madrid alla presenza di Eric Coquerel, rappresentante della France Insoumise … Ma tutto ciò apre evidentemente altri dibattiti.

 

Jean-Philippe Divès

Traduzione di Annalisa Esposito da Révolution Permanent