In molti ricorderanno Joan Jett principalmente per due sue hit songs: “I love rock n roll” e “Bad reputation” (a cui fa riferimento il titolo stesso del documentario). Quello che in pochi sanno, è che la vita pubblica e l’attività musicale di questa donna hanno creato, dagli anni ’70 fino ad oggi, un archetipo del rock al femminile. Il documentario che ripercorre la nascita di questo mito, diretto da Kevin Kerslake, sfrutta gli eventi e le scelte professionali della cantante per tracciare un percorso storico di una specie di “femminismo musicale”, iniziato già alla fine degli anni ’60. Una vicenda di cui esponiamo qui diversi tratti salienti all’interno del loro contesto storico.

 

Gli anni ‘70: gli inizi

Il luogo in cui tutto ha inizio è la Los Angeles del 1974. Tramite l’utilizzo di fotografie d’epoca e di video d’archivio, la L.A. che il regista mostra, è una città governata da un branco di freaks. L’ondata glam-rock aveva travolto gli Stati Uniti, dopo aver quasi abbandonato il territorio britannico, pronto a dar vita al movimento punk. Il luogo che promuoveva maggiormente questo tipo di musica era un club presente sul Sunset Strip, di nome Rodney Bingenheimer’s English disco.
Questo night “malfamato” era frequentato da omosessuali, travestiti, drogati, uomini sempre più femminili e groupie. Joan Larkin aveva solo 14 anni e, proprio in questo clima di euforia generale, decide di formare la prima rock n roll band completamente al femminile: le Runaways, alle quali sono stati dedicati un documentario (Edgeplay – A film about The Runaways) e un biopic (The Runaways). Tuttavia queste pellicole tendono maggiormente a concentrarsi su una narrazione corale, mostrando i vari punti di vista delle componenti della band, creandone un ritratto decisamente stereotipato: la formazione del gruppo, la scalata per arrivare al successo, la Runaways-mania e, infine, il declino dovuto al consumo di droghe e alcool. Nel documentario di Kerslake, invece, il punto di vista è principalmente quello di Joan Jett, la quale sottolinea che lo scopo del progetto Runaways non era quello di mettere in scena i corpi mezzi nudi di cinque folli californiane. Al contrario, lo scopo primario di questa band era quello di urlare e dimenarsi in un universo totalmente fallocentrico, dal mondo del rock n roll al mondo lavorativo in genere. Le Runaways non furono mai prese sul serio dai discografici, i quali tendevano più ad abusare (anche sessualmente) delle ragazze che a promuoverle per quanto riguardava la musica prodotta. Il gruppo si scioglie definitivamente nel 1979 a causa di divergenze artistiche e, soprattutto, di manager che incitavano le ragazze ad una lotta continua tra di loro.

 

Gli anni ‘80: il successo

Dopo lo scioglimento della band, l’industria discografica americana pensava di aver vinto, tanto da non voler più produrre nessuna canzone della Jett, nonostante la notorietà raggiunta: una donna non può e non deve suonare un genere come il rock, perché già inquadrato come troppo sessuale ed estremo. Questo porta la cantante ad affrontare un lungo periodo di depressione e alcolismo, interrotto da un’infezione al cuore.

L’America di quel tempo affronta una forte crisi, caratterizzata da inflazione, scandali di governo, “incidenti” in politica estera (prima fra tutti la guerra in Vietnam). Il mandato di Jimmy Carter era, ormai, al termine e gli Stati Uniti erano pronti ad affidarsi totalmente a Ronald Reagan, che avrebbe inaugurato la stagione americana e mondiale del neoliberismo. In questo clima, nasce la collaborazione tra Joan Jett e Kenny Laguna, un giovane new yorker che le fa sia da co-song writers che da manager. Jett e Laguna registrano alcuni pezzi: “I love rock n roll”; “Bad reputation”; “Crimson and clover” e “Do you wanna touch me?”. Laguna tenta inutilmente di promuovere i nuovi brani, inviandoli a diverse case di produzione (23, per essere esatti). Tutte le majors rifiutarono il materiale, suggerendo a Joan Jett di “togliere di mezzo la chitarra” e di modificare i testi delle canzoni. Arrivati al limite, Joan Jett e Kenny Laguna decidono di fondare una casa di produzione indipendente: la Black Hearts Records, guidata dalla stessa Jett. L’economia americana, caratterizzata in quel periodo dalle “Reaganomics”, si trovava in ripresa, con tagli delle tasse (e del welfare pubblico), un boom di consumismo e un raddoppiamento del deficit (che avrà ripercussioni sull’apparato industriale durante il secondo mandato di Reagan).

Il disco “Bad reputation” piomba sul mercato americano, raggiungendo in fretta le vette delle classifiche musicali, sia americane sia europee. Il pubblico pare non disprezzare la figura di Joan Jett, cioè l’immagine di una ragazza dalle sembianze androgine che suona una chitarra elettrica. Dopo il grande successo e una serie di tour mondiali, le Major tentano nuovamente di impedire la produzione di un secondo disco firmato dalla cantante/chitarrista. I testi successivi a “I love rock n roll”, trattano temi completamente differenti e posseggono una tonalità più “morbida”. Le Major, le quali pretendevano una Joan Jett icona rock, tentano di nascondere la Joan Jett che tratta temi vicini alla gente comune. “Everyday people” non diventa propriamente una hit, ma raggiunge ugualmente un discreto successo.

In contemporanea con l’uscita di questo mal voluto disco, la Jett accetta il ruolo nel film “La luce del giorno”, al fianco di Michael J. Fox. I due protagonisti sono un fratello ed una sorella, operai e vittime di un tipo di povertà urbana americana. Il film, nonostante la regia di Paul Schrader, non ottenne da subito una distribuzione internazionale e, anche in patria, non ebbe un successo ridondante. Il filo rosso che lega “Everyday people” a “La luce del giorno”, è la figura del cittadino comune, il quale utilizza ogni oggetto della società dei consumi come aggeggio necessario ad ogni azione quotidiana. Tuttavia gli oggetti restano oggetti, e il cittadino-consumatore, a fine giornata, si ritrova stanco ed infelice. A gridare tutto ciò è il rock n roll stesso, incarnazione stessa del disagio di ogni “persona comune”. A chiudere gli anni ’80, è la hit “I hate my self for loving you”, che permette a Joan Jett di riacquisire una notorietà internazionale.

Gli anni ’90: Riot Grrrl movement e attivismo

Con l’affacciarsi degli anni ’90, quella generazione X che amava i Nirvana si scontra con un nuovo tipo di punk-rock: il Riot Grrrl Movement nasce grazie ad una serie di gruppi musicali composti principalmente da donne (L7, Bikini Kill, Babes in Toyland, The Gits) che traggono ispirazione da pionieri del genere, come la stessa Joan Jett e dalla così definita etica DIY (Do It Yourself).
A differenza delle Runaways e della stessa Jett, i testi di questo movimento femminista affrontano temi sociali quali: lo stupro, gli abusi domestici, il patriarcato, il sessismo e la sessualità (compresa l’omosessualità). Joan Jett diviene da subito una fervente sostenitrice del movimento, occupandosi anche della promozione e distribuzione di molti brani, soprattutto con le Bikini Kill. Joan Jett ripete più volte quanto, ai tempi, trovasse di fondamentale importanza l’aiuto tra donne nel mondo del rock n roll, un mondo dove la sponsorship di un veterano, di un pioniere era necessaria per poter raggiungere una distribuzione globale e appropriarsi di una metodologia lavorativa.
Il 7 luglio 1993, verso le 2 della notte, la cantante dei The Gits, Mia Zapata, viene trovata morta lungo una strada. L’autopsia rivelerà che Mia fu prima stuprata, poi picchiata e strangolata a morte.
L’intero movimento, turbato dalla notizia, organizza concerti di protesta cedendo il ricavato ad associazioni per la sicurezza delle donne, che comprendevano anche corsi di autodifesa. I concerti, capitanati da Joan Jett, avevano anche l’obiettivo di urlare contro una giustizia che indugiava nelle indagini per scovare lo stupratore. Improvvisamente, sembrava che, nuovamente, il potere stesse punendo le donne rocker, dicendo loro: ”una vostra leader è morta, con quelle canzoni se l’è cercata”.  L’assassino verrà arrestato solo dieci anni dopo e condannato a 36 anni di carcere. Nel 2000, sfortunatamente, in pochi ascoltavano ancore le grida del Riot Grrrl Movement.

 

Gli anni 2000: la memoria

L’inizio del nuovo millennio porta ad alcuni cambiamenti, come la cessione della direzione della Black Heart Records alla figlia di Kenny Laguna, la quale crea maggiori occasioni di promozione (soprattutto dopo il 2008 con l’avvio dell’attività social). Contemporaneamente a questa svolta, lo stesso internet comincia a far girare voci di una possibile reunion delle Runaways, dato anche il forte impegno di Kenny Laguna nel trovare un produttore per il libro autobiografico firmato da Cherie Currie e la distribuzione nei circuiti indie del documentario Edgeplay – a film about the Runaways.
La Jett ignora le voci e prosegue con la carriera solista, continuando autonomamente a scrivere di temi politici e sociali (come nel periodo Riot Grrl). Si espone pubblicamente per la prima volta nel 2004, supportando le elezioni del democratico Howard Dean e incitando al ritiro della truppe americane dall’Iraq. Nel 2010 il rilascio del film The Runaways fa tornare la Jett sulla cresta dell’onda e, indirettamente, anche le Runaways stesse. Questo la porta al rilascio di un Greatest Hits, che permette agli ascoltatori più giovani di ripercorrere tutto quello che è stato il percorso artistico di Joan Jett.

Il riconoscimento finale arriva nel 2015. Molti artisti sono presenti nella famigerata Rock and Roll Hall Of Fame, tra cui anche artisti dichiaratamente pop (Madonna è un esempio eclatante). Tuttavia l’inserimento di Joan Jett ha sempre subito procrastinazioni inspiegabili. Fortunatamente dopo l’omaggio ai Nirvana, in cui la Jett canta Smells like teen spirit accompagnata dai due ex membri della band, la commissione inizia a riconoscere e valorizzare il lavoro di questa donna. Nel 2015, quindi, ottiene il suo posto d’onore nella Rock and Roll Hall Of Fame.

 

Una star fuori dal canone dello star system

Alla fine della visione di questo documentario, ciò che resta impresso nello spettatore è il percorso di vita di una donna che non esalta mai il suo proprio valore. Joan Jett, durante tutto il documentario, mantiene una modestia di base che non viene mai meno, anche quando nelle interviste di repertorio: una donna ambiziosa, ma non aderente a quel modello di star femminile vanitosa “canonico”, compatibile con gli schemi patriarcali classici dello star system. Un altro aspetto che colpisce è il rapporto con Kenny Laguna: nel mondo della musica le rotture tra produttore e artista sono all’ordine del giorno, pochi rapporti lavorativi durano per tanti anni; Kenny Laguna, invece, è un uomo che ha creduto in Joan Jett sin dall’inizio, quando non si parlava tanto di soldi, quanto di meritocrazia e femminismo. Laguna racconta più volte delle difficoltà riscontrate quando tentava di promuovere la musica di Joan Jett, arrivando a dover ascoltare domande del tipo: “Ma quando suoni ti senti più uomo o più donna?”. Il dover combattere giornalmente con domande misogine di questo tipo ha rafforzato il rapporto tra i due, i quali hanno compreso che, in definitiva, volevano e vogliono combattere la stessa battaglia, rivendicando la piena libertà di espressione della donna anche in campo artistico.

 

Sabrina Monno