La città di Napoli, così come tante altre città italiane, vive perennemente nell’enorme solco delle contraddizioni sociali, politiche ed economiche che questa società genera. Contraddizioni che tendono poi ad acuirsi, se non esplodere, durante le fasi di crisi economica che continuamente si generano nel capitalismo.

Una di queste riguarda, senz’altro, il Trasporto Pubblico Locale (TPL): sin dalla fine del XIX secolo, lo Stato, con tutti gli enti diramati a livello locale, si è fatto carico dello spostamento delle merci e dei lavoratori, finanziandone la gestione grazie alle tasse imposte ai lavoratori stessi.
Un onere per nulla gravoso, dunque, per il bilancio dei vari enti pubblici che lo dovrebbero gestire. Infatti, considerando che questa società è divisa in classi per nulla proporzionali e che il pagamento delle tasse è un “dovere” innanzitutto per la classe lavoratrice, che sorregge con le proprie forze la maggior parte dei tributi dello stato, vediamo come ulteriore salario estorto venga impiegato per sorreggere gli spostamenti degli stessi lavoratori verso i luoghi di lavoro (Eh sì, nel XXI secolo le persone che utilizzano il TPL lo fanno soprattutto per motivi di lavoro!).

Una situazione ribaltata, l’ennesima, dove anziché imporre l’onere del TPL ai vari capitalisti -lo spostamento delle merci forza-lavoro è parte del sistema produttivo ma non ha capitali fissi a suo finanziamento-, i lavoratori sono costretti a vedersi tassare il salario ed a dover pure pagare il biglietto!

In questa contraddizione, poi, ritroviamo ulteriori elementi che tendono ad incentivarne l’esplosione: primo fra tutti è l’inizio delle fasi di crisi economica. In questi casi, l’intero settore del TPL è tra i primi -unitamente a Sanità ed Istruzione- ad essere persino depotenziato: in sostanza, il salario estorto ai lavoratori non può più andare a finanziare il TPL. Al capitalista interessa quel capitale estorto per poter finanziare la sua speculazione sulla crisi (Dal rispetto del pareggio di bilancio sino al risanamento del credito delle banche strategiche, lo stato amministra il salario estorto come un capitale accessorio che va’ laddove occorra ai capitalisti. Capitale che trova il suo impiego, dunque, non più nei servizi ma nei crediti e nella finanza, oneri ben più gravosi per lo Stato).

Come se ciò non bastasse, la contraddizione poi può assume elementi ancor più singolari, ed è qui che ritroviamo il caso partenopeo.
Qui i lavoratori delle aziende di trasporto pubblico lo stanno vivendo da anni: oltre ai tagli al settore -ad opera dei vari governi nazionali, regionali e comunali-, e soprattutto alle pessime politiche di gestione, la sopravvivenza del servizio è continuamente minata.

È inaccettabile, ad esempio, che in un’azienda importante come l’ANM si continui ad insistere con sprechi, esternalizzazioni, superminimi e stipendi d’oro per funzionari e dirigenti, il tutto mentre si tagliano le corse degli autobus, dei treni e delle funicolari, oltre ai tagli agli stipendi dei lavoratori, tutto ad opera delle amministrazioni aziendali e dunque comunali –e qui dovremmo capire se queste siano dovute a fattori soggettivi di stupidità oppure se siano volontà politiche -. Così come in CTP, l’azienda di trasporto pubblico locale metropolitano che, per lo più, serve l’intera periferia di Napoli Nord (parliamo di oltre 70 Comuni e di oltre due milioni di abitanti) dove si continua a non fornire alcun servizio adeguato perché i vertici di Città Metropolitana sono in continuo conflitto con quelli della Regione Campania.

Ed eccoci, dunque, ai fattori secondari della contraddizione: De Magistris contro De Luca.

Il sistema dei finanziamenti al TPL crolla, gli enti non sanno più da dove poter trarre i capitali da immettere nella gestione del servizio (lo Stato non elargisce più le stesse somme pre-crisi) e tra il sindaco ed il governatore, tra Comune e Regione, tutti fanno a gara a chi dovrebbe o meno elargire i finanziamenti e gestire il servizio, utilizzando questa contraddizione quotidianamente per la propria campagna elettorale (tra un paio di anni ci saranno entrambe le elezioni e De Magistris annunciò una sua probabile candidatura alla Regione) sulle spalle di cittadini poveri esasperati e lavoratori del TPL preoccuparti per il loro futuro.

Fallimenti e svendite: cosa bolle in pentola?

Ebbene, vogliono rendere sempre più “debole” il trasporto pubblico locale per poi “giustificarne” la svendita ai privati, in una logica di riduzione del costo del lavoro, di ulteriore taglio del diritto alla mobilità per gli utenti e di aumenti incontrollati dei biglietti. Ma questa prospettiva è, però, un effetto collaterale del sistema dei servizi italiano ben gradito al capitalista.

Infatti, il capitalista vorrebbe che il costo del TPL sia interamente a carico della classe dei lavoratori, non un peso gravoso sui propri capitali. Però la sua volontà viene minata dall’incombenza della crisi economica dove lo Stato, che fino a poco prima era garante del pieno autofinanziamento dei servizi, dunque, corre ai ripari, sviando parte dei finanziamenti del TPL, che, consequenzialmente entra in crisi portandosi appresso tutti gli enti locali e regionali deputati a sostenerlo.
Il capitalista, allora, trova delle aziende locali, complete di personale, mezzi e infrastrutture, svendute sul mercato… quale investimento potrebbe essere più fruttuoso?
Se poi aggiungiamo che lo Stato eroga ugualmente una piccola parte di capitali per il sostentamento, BINGO!

L’unico “problema” sarebbe, dunque, quello del capitale da investire per quelli che erano gli stipendi dei lavoratori pubblici… nulla di più facile da amministrare.
Divenendo a gestione privata, infatti, il capitalista adotta la contrattazione privatistica, che in Italia è parte di quella contraddizione tra Capitale e Lavoro dove il padrone può speculare: Job Act, licenziamenti, contratti part-time, aumento dei carichi di lavoro, tutto ciò riduce il capitale privato costante da investire a confronto dei profitti che ne risulterebbero.

Busitalia ne è la prova: la Regione Campania finanzia il servizio di trasporto pubblico su gomma a Salerno e la gestione di quella che era l’azienda pubblica è nelle mani di un ramo di Trenitalia (ibrido pubblico-privato), così come i profitti, in primis quelli sui biglietti.

Alcuni, però, verranno ad obiettare che se è vero che il capitalista dovrebbe sostenere il trasporto dei lavoratori, è quindi la privatizzazione l’unica via, spacciandone la coerenza persino col marxismo.

Eh no! Il privato avrà un unico interesse: fare cassa, guadagnarci.

La politica borghese, di destra, centro e sinistra ha già provato (in molti casi ci è pure riuscita, come a Milano ed in altre città italiane) a giustificare la privatizzazione come unico strumento per poter garantire l’esistenza del servizio, peccato che la realtà continua a mostrare gli effetti di questa logica scellerata: A Milano, a fronte di enormi profitti e di continui investimenti pubblici, ATM rincara il prezzo del biglietto, estorcendo ulteriori profitti ai lavoratori-utenti e le condizioni di lavoro (tempi di lavoro e salario dei ferrotramvieri) sono peggiorate rispetto a quella che era la condizione pre-privatizzazione.

Per rompere, dunque, con questo vicolo cieco del guadagno sempre e comunque a danno degli sfruttati, anche sui servizi essenziali, ci serve una prospettiva rivoluzionaria basata sul concetto che la crisi deve essere pagata dai padroni, dalle aziende e da quelli che sia in prima persona sia tramite il loro controllo sullo Stato causano la crisi e il peggioramento dei servizi di trasporto, del TPL: questi servizi possono essere garantiti a tutti e portati ad alti livelli di efficienza aumentando le imposte ai ricchi e sulle loro aziende mentre le si toglie ai poveri, così come è possibile rendere questi servizi completamente gratuiti per gli utenti a basso reddito.

Misure che possono essere messe in atto solo se le aziende di TPL saranno messe sotto controllo dei lavoratori e degli utenti stessi, che non avranno alcun motivo di distruggere i servizi di cui essi stessi usufruiscono tutti i giorni, né di farsi dettare le priorità dalle esigenze di profitto di un qualche padrone o di un suo funzionario. E tutto ciò in un grande piano di riorganizzazione della società, dove i capitali vengono estorti e non più i salari, nell’enorme macchina della riorganizzazione sociale ad opera dei lavoratori.

Marco Sansone – RSA USB Azienda Napoletana Mobilità
Michele Sisto