Il Gruppo Stellantis guadagna miliardi mentre gli operai si ammalano sulle linee, a causa di ritmi infernali, per un salario medio sui 1250 euro al mese . Gli operai sono stanchi e arrabbiati. Le tre giornate di sciopero delle scorse settimane lo dimostrano chiaramente. Questo sabato, 27 maggio, la FIOM ha chiamato ancora 8 ore di sciopero. Le crescenti tensioni socioeconomiche e l’esigenza di una reale transizione ecologica fanno si che la vertenza vada al di là dei cancelli della fabbrica. È possibile trasformare questo malcontento in forza per continuare e vincere la lotta?


Tra il 10 e il 13 maggio, gli operai del FCA-Stellantis di Pomigliano hanno incrociato le braccia, bloccando la produzione della Panda e dell’Alfa Romeo Tonale, grazie a un’adesione alla mobilitazione molto alta – fino al 70%, secondo la FIOM, che ha guidato lo sciopero. La FIOM ha inoltre proclamato un nuovo stop di otto ore in tutti i turni per questo sabato, 27 maggio, mantenendo attivo lo stato di agitazione. I problemi sollevati sono molteplici: dalla messa in discussione di cambi turno non discussi con il sindacato nel reparto presse, a differenze salariali troppo marcate tra lavoratori con la stessa mansione nel reparto logistica, passando per i ritmi e le condizioni di sicurezza al montaggio.

Si tratta di una vertenza ancora circoscritta, ma potenzialmente importantissima, in un sito che con i suoi circa 6-7000 operai, rappresenta lo stabilimento produttivo più grande d’Italia. Stellantis nata dalla Fusione del Gruppo FCA col Gruppo PSA è invece il  IV gruppo automotive al Mondo, che nel nostro paese conta circa 47mila dipendenti, 5 stabilimenti auto e uno di veicoli leggeri commerciali.

Centrali saranno allora le strategie della multinazionale per l’intero settore automotive, quindi per la mobilità e la transizione ecologica. Una ripresa delle lotte alla “vecchia FIAT” potrebbe avere un impatto politico più generale anche guardando alla storia recente: la stagione di ristrutturazioni e arretramenti nelle condizioni di lavoro che ha caratterizzato gli ultimi 15 anni è infatti iniziata proprio a Pomigliano, con la sconfitta della vertenza contro il piano Marchionne. Nel 2010, infatti, la allora FCA è infatti uscita dal contratto nazionale collettivo metalmeccanico per imporre un’organizzazione del lavoro volta a spremere al massimo la manodopera e relazioni industriali dispotiche. La produttività è diventata il mantra non più solo del padrone, ma anche di sindacati come la FIM-CISL, che hanno firmato l’accordo aziendale, precludendosi in questo modo l’esercizio di un reale diritto di sciopero (per via delle cosiddette “clausole di raffreddamento” previste dal contratto).

Le ragioni degli scioperi

Nel I° trimestre del 2023 sono state prodotte, tra autovetture e furgoni commerciali, 188.910 unità contro le 180.174 del 2022, registrando un aumento del 14% dei ricavi netti, 42,7 miliardi di euro, nei primi tre mesi dell’anno. Pomigliano risulta lo stabilimento di autovetture con la maggiore crescita rispetto all’andamento dell’anno scorso, la produzione infatti nel corso del I° Trimestre del 2023 ha raggiunto quota di 46.700 unità, in aumento del +22,7%. La crescita dei volumi rispetto al 2022 è costituita in gran parte dalla salita produttiva del nuovo suv Alfa Romeo Tonale con 16.400 unità a cui si aggiungono le 30.300 autovetture di Fiat Panda.

I profitti di Stellantis hanno battuto nel 2022 ogni record; intanto a Pomigliano ci sono oltre 900 lavoratori in cassa integrazione, mentre centinaia di operai da Melfi e Cassino lavorano nello stabilimento in trasferta. Il lancio del Tonale – nuovo modello dell’Alfa Romeo – ha portato al raddoppio delle turnazioni, gli operai sono infatti “invitati” a garantire il doppio turno e obbligati al sabato “di recupero”. Senza nuove assunzioni, i ritmi sono diventati ancora più infernali, nel quadro dell’organizzazione del lavoro imposta da Marchionne, basata sulla minimizzazione di qualsiasi movimento fisico degli operai non collegato alla produzione e all’eliminazione delle pause. In questa situazione, oltre 1.000 operai, solo a Pomigliano, sono affetti da patologie muscolo-scheletriche; sulla catena di montaggio si lavora a ciclo continuo, le pause sono solo 3 e durano solo 10 minuti, mentre le condizioni igieniche e di vivibilità dello stabilimento sono pessime (come hanno segnalato gli scioperi contro il caldo in alcuni reparti questa estate).


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La FIOM al bivio

Dopo le tre giornate di sciopero iniziate mercoledì 10 Maggio, i lavoratori e la FIOM possono modificare i rapporti di forza a loro vantaggio. Il sindacato non ha infatti mai firmato il contratto aziendale voluto ai tempi da Marchionne, mentre da tempo chiede il ritorno del CCNL metalmeccanico e di essere riconosciuta dall’azienda. Grazie a queste posizione, i metalmeccanici della CGIL sono riusciti a mantenere la fiducia di una quota consistente di lavoratori e vincere le ultime elezioni le RLS (Rappresentanti sicurezza sul lavoro) nello stabilimento napoletano.

Nel suo ultimo comunicato, tuttavia, la FIOM dichiara che gli scioperi della settimana scorsa sono stati fermati “non per debolezza, ma per senso di responsabilità”. Certo, nello stesso documento si indice un nuovo sciopero per il 27 maggio; un segnale positivo per tenere viva la vertenza. Tuttavia organizzare azioni circoscritte, molto lontane nel tempo tra di loro, rischia di favorire la smobilitazione. In altri termini, la “responsabilità” può facilmente trasformasi in “debolezza” e condannare alla sconfitta. I delegati Stellantis sanno bene quanto è difficile convincere i lavoratori a scioperare, nel quadro di repressione e ricatto permanente che vige negli stabilimenti. Non si capisce quindi perché non si cerca di massimizzare una situazione eccezionalmente favorevole per alzare il livello dello scontro. Solo facendo male al portafoglio del padrone, sconvolgendone i piani di produzione, è possibile strappare concessioni.

La strategia della responsabilità è già stata tentata in passato dalle dirigenze FIOM, con risultati fallimentari. Nel 2018, ad esempio, si proponeva alla CISL e alla proprietà di discutere un contratto collettivo aziendale migliorativo, ma senza un programma di sciopero (oltre a rischiare di abdicare al principio del rientro nel contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici). Di fronte ai ricatti dell’azienda e all’influenza dei sindacati complici, la mobilitazione può avere allora continuità e vincere solo se si dota di un piano di lotta, quindi degli obiettivi e delle forme di auto-organizzazione dei lavoratori necessarie per consolidarsi ed estendersi. È possibile trasformare questo malcontento in forza? Quali sono gli strumenti necessari per foraggiare e sostenere la lotta operaia a Pomigliano? Cosa può fare la Fiom? Come far si che la vertenza esca dai “cancelli della fabbrica”, ottenendo un consenso più ampio nella società?


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Quale possibile piano di lotta per vincere?

Gli scioperi nello stabilimento di Pomigliano vanno proseguiti secondo un piano di lotta a intensità crescente, invece di circoscriverli e mantenerli lontani nel tempo, con il rischio di favorire la smobilitazione e la contro-offensiva dell’azienda. Per discutere i passaggi della vertenza vanno organizzate grandi assemblee che si sforzino di coinvolgere tutti i lavoratori, non solo quelli organizzati dalla FIOM. La CISL non va sfidata in accordi di vertice; è necessario invece costruire l’unità dal basso dei lavoratori.

È necessario fin da subito accompagnare le rivendicazioni immediate dei vari reparti con obiettivi come una drastica riduzione dei ritmi, il ritorno al contratto collettivo nazionale metalmeccanico, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga e l’adeguamento del salario all’inflazione per tutti gli operai Stellantis: per massimizzare la sua efficacia, la lotta deve estendersi agli altri stabilimenti del gruppo. In questo solco, va creato un coordinamento tra i lavoratori delle varie fabbriche che discuta le tappe e i metodi dell’estensione della vertenza. Con rivendicazioni più generali, sarebbe inoltre possibile avere eco e ottenere la solidarietà anche tra settori più vasti di lavoratori che subiscono uno sfruttamento sempre più pesante e gli effetti del carovita.

Bisogna unire le rivendicazioni degli operai a quelle degli impiegati e scioperare tanto contro le condizioni di lavoro in linea, quanto contro l’esternalizzazione dei lavoratori della FCA services. In Francia, l’80% dei lavoratori di Peugeot-Stellantis sono interinali o in subappalto: oggi si colpiscono gli impiegati perchè sono più deboli. Più avanti gli operai?

Per vincere è necessario infine estendere il consenso della vertenza al di fuori dei cancelli della fabbrica, seguendo l’esempio della GKN di Campi Bisenzio. I lavoratori e la FIOM devono fare appello alla solidarietà del movimento ecologista e anche in quest’ottiva fare propria la domanda della riduzione e redistribuzione del lavoro a parità di salario. Incrementare i volumi e la produttività, quindi l’inquinamento, non è l’unico modo per salvaguardare l’occupazione. Non cadiamo nel tranello che oppone ambiente e lavoro!

In quest’ottica è anche necessario fare proprio l’obiettivo della nazionalizzazione del settore automotive sotto il controllo dei lavoratori e della collettività, in vista della riconversione ecologica e per la mobilità pubblica. Bisogna costruire autobus e ambulanze elettriche, non auto di lusso inquinanti come è nella strategia di Stellantis. Le auto elettriche hanno sì meno componenti, ma la strategia di produrre auto grandi e costose non cambierà. Questo impedirà di ridurre considerevolmente l’effetto dell’erosione dei pneumatici sulla strada, tra le principali cause degli elevati livelli di polveri sottili nell’aria.

Dal canto loro, i movimenti sociali, e quello ecologista in particolare, devono porsi il problema di sostenere la mobilitazione, aiutando gli operai a collegarsi con altri settori di lavoratori. Il fatto che i lavoratori non avanzino ancora apertamente rivendicazioni ecologiste non deve scoraggiare: ritmi più umani, vuol dire meno produzione e quindi meno inquinamento. Un movimento più largo nella società può inoltre aiutare la creazione di una cassa di resistenza, che la FIOM deve lanciare e pubblicizzare il prima possibile a livello nazionale per ridurre i costi dello sciopero per i lavoratori, già provati da salari da fame.

Massimizzare i danni e minimizzare le perdite: per un piano di lotta e scioperi a intensità crescente. No a scioperi isolati, massimo coinvolgimento dei lavoratori in assemblee generali per discutere i passaggi della vertenza.

Cordinamento tra i lavoratori dei vari stabilimenti per un’estensione della mobilitazione: no al contratto aziendale e reintegro nel CCNL metalmeccanico, no ai ritmi infernali. Per la riduzione dell’orario di lavoro e l’adeguamento dei salari all’inflazione.

Nazionalizzazione del settore automotive sotto il controllo dei lavoratori per una mobilità ecologica e pubblica. Per la fusione della questione ecologica con il movimento dei lavoratori. Per un ecologismo operaio e anti-capitalista!

Giuseppe Perozziello, Django Renato

Nato a Salerno nel 1994, vive Mercato San Severino, dove ha partecipato al movimento dell'Onda ed è stato rappresentante degli studenti del liceo Virgilio. In seguito, partecipa alle lotte e alle esperienze di autorganizzazione operaia in Campania.
Lavoratore precario e studente di filosofia all'Università di Salerno (Fisciano), è tra i fondatori de La Voce delle Lotte e della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria. Attivista sindacale tra le fila del SI Cobas.

Ricercatore indipendente, con un passato da attivista sindacale. Collabora con la Voce delle Lotte e milita nella FIR a Firenze.