Da Piazza Duca D’Aosta, lungo Corso Buenos Aires fino a Piazzale Oberdan, la marcia dell’orgoglio LGBT+, nel pomeriggio del 29 giugno, ha esposto le sue bandiere arcobaleno a Milano. La causa della liberazione sessuale e di genere, spesso ridotta ad una querelle per consensi politici e di marketing, in quest’occasione ha visto sfilare al suo fianco – oltre ovviamente ad alcuni esponenti del PD, della CGIL a ai calzini arcobaleno del sindaco Sala, nonché alcuni marchi di multinazionali come Microsoft, Google e Facebook, come se ciò non bastasse!–  per il secondo anno di fila anche il Movimento 5 Stelle con un suo carro e lo slogan “Movimento 5 Stelle Nessun passo indietro”. La consigliera regionale pentastellata Monica Forte ha giustificato così all’Ansa la loro presenza al Pride: “Saremo in piazza con orgoglio per celebrare con migliaia di cittadini i cinquant’anni di Stonewall, l’avvio del movimento LGBT globale […]”.

Decisione fin troppo ardita e facilmente smascherabile per un partito che governa ormai da più di un anno con la Lega di Salvini.

Le critiche infatti non han tardato a farsi sentire.
In primo luogo dal PD, che non perde l’occasione per catturare l’audience fingendo di difendere i temi cari alla sinistra attaccando i suoi presunti avversari, sloggiando tutto il suo populismo (quasi due settimane dopo, in regione Emilia-Romagna, proprio i consiglieri del PD si sono apprestati a sancire l’ennesimo attacco ai diritti della comunità LGBT+ attraverso le modifiche alla legge regionale sull’omolesbotransbifobia).

Ma anche alcun* attivist* LGBT+, senza indugi, hanno denunciato l’ipocrisia targata Movimento 5 Stelle.

In sostanza, per la seconda volta Milano ha mostrato un volto ostile al M5S. Ebbene sì, per la seconda volta, perché già in occasione del 25 aprile una rappresentanza del M5S era stata cacciata con forza dalla piazza dai centri sociali. La politica locale, ispirata ai principi della sinistra come l’antifascismo e al riconoscimento dei diritti LGBT+, non può coprire l’atteggiamento di questo stesso partito a livello nazionale! A poco serve fare satira con un’immagine di un bacio tra Salvini e Fontana, quando di quei personaggi e del loro partito razzista ed omofobo si è alleati e complici.

Il M5S non si è mai battuto realmente per i diritti LGBT+.
L’hanno dimostrato apertamente nel 2016 quando, all’ultimo momento, nonostante una linea inizialmente favorevole sia alle unioni civili che alle stepchild adoption, hanno deciso di fare totalmente retromarcia, soprattutto per quanto riguarda le stepchild adoption, astenendosi dal voto e appellandosi a quella che, nella loro in maniera opportunista, hanno chiamato “libertà di coscienza”. E come giustificazione a questa retromarcia improvvisa ovviamente hanno accusato il PD di aver voluto riproporre tale disegno senza la stepchild adoption.

Nel 2018, poi, al momento della formazione del cosiddetto “governo del cambiamento”, han solo dato riconferma di ciò con un contratto di governo dove dei diritti per la comunità LGBT+ non vi era nemmeno l’ombra. Al contrario, hanno permesso e sostenuto la nomina di un ministro leghista per la famiglia e le disabilità, Lorenzo Fontana, che dalla sua elezione ad oggi ha sempre sostenuto una visione di famiglia patriarcale, misogina ed omolesbotransbifobica.

Ovviamente, se da un lato il M5S e la Lega rappresentano l’avanguardia reazionaria della politica discriminatoria e patriarcale, dall’altro lato, nell’idea borghese della polarizzazione filo-PD, nella fantomatica area della “sinistra”, altro non c’è che la stessa sostanziale cloaca opportunista e populista.

Il PD, il partito che in Italia ha concesso le unioni civili, una ciliegina sulla torta dei ricatti sociali, dell’attacco alla classe dei lavoratori ed ai diritti di chi, pover*, emarginat*, migrante e discriminat*, non può sul piano economico, quindi politico e sociale, competere e conquistarseli.

Un PD che non è affatto interessato a sostenere le lotte e le battaglie della comunità LGBT+, che scende a compromessi nel difendere innanzitutto l’istituzione patriarcale e l’oppressione sociale dominata dalla classe borghese e dalla sua etica cattolica reazionaria.

Il famoso ddl Cirinnà è stato approvato, infatti, solo dopo mesi di dibattiti interni e rinvii, anche ad opera dallo stesso Partito Democratico, con un testo di legge misero, smembrato e depotenziato, dalla stepchild-adoption e dalla mancata equiparazione delle “unioni civili” al matrimonio eterosessuale.
Il DDL Cirinnà appare, dunque, come un contentino del Governo Renzi per continuare ad assicurarsi populisticamente l’appoggio di una larga fetta della comunità LGBT+ e del popolo della sinistra; una vera e propria strategia di pinkwashing, per attenuare la dolente modifica dell’art. 18 con l’introduzione del Jobs Act. E poco importa se quest’ultimo ha facilitato i licenziamenti sul posto di lavoro e favorito la pratica dei contratti a tempo determinato (340 mila unità di contratti a tempo determinato su un aumento di 800 mila, dati Istat 2015 – 2017), per molti estimatori  della sinistra liberale e per i movimenti LGBT+ più prestigiosi, il PD è stato elevato a valido baluardo nella difesa e nella promozione dei valori della sinistra.
Un disegno di legge tutto sommato che non può essere sbandierato come un vanto da parte della comunità, ridotta formalmente –sintomo di una ghettizzazione sociale- ad avere un diritto di “serie B”, che quindi diritto non è.
Se poi consideriamo che a poca distanza dall’approvazione del DDL Cirinnà sono stati approvati, poi, sia il Decreto Minniti ché il JobAct, beh, qualche dubbio dovrebbe sorgere in chi, dall’interno della comunità LGBT+, continua a sostenere la teoria del male minore e quindi del voto utile e dell’appoggio alla politica reazionaria borghese, colorata arcobaleno.

E nonostante che, ora, alcuni esponenti della comunità LGBT+ siano indignati contro questa partecipazione del M5S al Pride di Milano – ma ovviamente non contro il PD – vi è chi ancora fa affidamento sul Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Pari Opportunità e Giovani, Vincenzo Spadafora, del M5S.

Lui, infatti, nonostante i suoi buoni rapporti con il Vaticano, si sarebbe pronunciato a favore delle adozioni da parte delle coppie omosessuali attirandosi le simpatie dei burocrati delle varie associazioni LGBT+, iniziando proprio da Arcigay. Peccato che, celebrato per la costituzione di un tavolo permanente di movimenti LGBT+ all’interno del governo gialloverde, sembra essersi accorto solo ora di aver a che fare con un ministro dell’interno che “alimenta l’odio”. Peccato che egli stesso sia stato il primo a riproporre il mantra del “no agli eccessi” con cui la portata rivoluzionaria delle manifestazioni per la liberazione delle sessualità e dei generi viene continuamente soffocata.

In tutto ciò, dunque, una reale soffiata da vento rivoluzionario potrebbe sorgere soltanto con la cacciata dai Pride, attuali e futuri, di tutti questi personaggi opportunisti della politica borghese, abili nel propagandare false speranze ed a svilire e sminuire le nostre esigenze, dai diritti civili a quelli economici.
Cacciare il M5S, il PD e chiunque volesse fare della nostra esistenza un proprio tornaconto politico-populistico per gettare questa decadente società ancor più nella barbarie della sottomissione di classe e dello sfruttamento.

Lorenzo Montanari
David Primo
Michele Sisto