Sia questo venerdì (27 ottobre) che quello della settimana scorsa, migliaia di dimostranti hanno calcato le piazze delle principali città egiziane, incrinando l’atmosfera di pace sociale e stabilità che caratterizzava l’Egitto da almeno 5 anni. In realtà, già nel 2016 importanti proteste avevano scosso la leadership di Al Sisi, dopo che, nel tentativo di ritardare l’applicazione di un difficile piano di aggiustamento strutturale targato FMI, il dittatore aveva deciso di vendere due isole del mar Rosso ai sauditi che, a causa del calo del prezzo del petrolio e dei guai in Siria e Yemen, non sono più disponibili a concedere decine di miliardi “a gratis” come in seguito al colpo di stato di 6 anni or sono.

Anche se le mobilitazioni odierne sono state numericamente meno rilevanti di quelle che le hanno precedute, per la prima volta i manifestanti hanno chiesto esplicitamente la caduta del regime, “ispirati” dagli interventi su Twitter di un certo Mohammed Alì, imprenditore attivo nel settore delle costruzioni che, auto-esiliatosi in Spagna, è diventato famoso per le sue denunce al sistema di corruzione che unisce militari egiziani e oligarchi capitalisti. Interessante anche, come rilevano numerosi resoconti, la composizione anagrafica delle proteste che vedono protagonisti giovani di estrazione proletaria e sotto-proletaria attorno ai vent’anni. Si tratta insomma di manifestanti che non hanno partecipato attivamente alla rivoluzione del 2011 e che dunque non hanno subito il trauma della sua sconfitta, elemento centrale – insieme ai 60.000 arresti ai danni di attivisti politici perpetrati dal regime nel giro di pochi anni – nella stabilizzazione della controrivoluzione manifestatasi apertamente con il golpe del 3 luglio 2013.

Significativo, inoltre, come nella città di Suez, uno dei principali bastioni del movimento operaio egiziano, le proteste siano state più consistenti che altrove, mentre circolano in rete video di lavoratori della “città del canale” che si rifiutano di partecipare a contromanifestazioni organizzate dagli agenti del regime e, all’offerta di beni alimentari in cambio del sostegno ad Al Sisi, rispondono: “dateci i nostri salari”.

Gli operai di Suez si fanno beffe degli agenti del regime che cercano di coinvolgerli in manifestazioni pro-regime.

 

Fratture nella classe dominante, tra “opere inutili” e austerità

La risposta del potere ai recenti avvenimenti è consistita in migliaia di arresti ai danni di attivisti politici ed intellettuali, evidentemente nel tentativo di evitare la saldatura tra i moti spontanei e gli ambienti di opposizione. Tuttavia, è stato notato anche come la repressione di piazza sia stata tutto sommato morbida – almeno venerdì 20 e tenendo conto degli standard egiziani, mentre il 27 i luoghi simbolo della rivolta del 2011 erano blindati da un ingente dispiegamento di forze. Una realtà del genere, da un lato, si inserisce in un tentativo di creare uno sfiatatoio per la tensione che si sta accumulando da tempo e giustificare l’ennesimo giro di vite ai danni dei circoli militanti (oltre 2.000 gli arresti nelle ultime 72 ore); dall’altro lato, tuttavia, ciò evidenzia anche le spaccature all’interno del blocco di potere consolidatosi in Egitto dopo il colpo di Stato di 6 anni fa. Il piedistallo di Al-Sisi, infatti, non è più così stabile e vari segnali mostrano come l’unità intra-elitaria sia piuttosto precaria, ragion per cui l’emendamento costituzionale fatto approvare in aprile per eliminare i vincoli di ri-elezione per il presidente della repubblica è da interpretare più come un segno di debolezza che come un segnale di forza. In occasione delle presidenziali del 2017, ad esempio, due candidati appartenenti alle fila del vecchio regime di Mubarak (Ahmed Shafik) e delle alte sfere militari (Sami Annan) hanno tentato di sfidare il Feldmaresciallo, salvo essere arrestati. Se poi Al Sisi era riuscito a compattare la borghesia dietro di sé, schiacciando il conflitto sociale e il movimento operaio, da qualche anno ha molti problemi a sopire i malumori dei capitalisti che non accettano la primazia dell’esercito nei mega-progetti infrastrutturali imbastiti dal regime, dove le imprese controllate dai militari e il capitale internazionale (in particolare saudita ed emiratino) fanno la parte del leone, insieme al conglomerato Orascom della famiglia Sawiris, il cui rampollo Neguib – ex proprietario della Wind, uomo più ricco d’Egitto e principale sponsor borghese del Presidente – è ben connesso con i circoli finanziari italiani.

Non è dunque un caso il fatto che il succitato Mohammed Alì sia un ex-contractor attivo nella costruzione della nuova capitale amministrativa. Inoltre, si intersecano con le frizioni tra businessmen e militari, quelle tra agenzie di sicurezza e tra fazioni dello stesso esercito. I servizi segreti e la polizia, infatti, conobbero un periodo di ascesa durante l’era Mubarak quando la privatizzazione dell’economia era andata di pari passo con un’espansione elefantiaca degli apparati, i quali hanno strette connessioni con gli oligarchi arricchitisi negli anni 90, mentre ora i principali punti di riferimento di Al Sisi sono il servizio di informazione e la polizia militari. Il dittatore, inoltre, fa parte di una nuova generazione di alti ufficiali dell’esercito, salita ai ranghi dell’organizzazione durante il governo Morsi, e non è mai stato ben accetto tra i gerarchi più anziani, mentre la disastrosa gestione dell’“emergenza terrorismo” in Sinai – sulla quale torneremo – ha generato più di una critica al Feldmaresciallo (che ha risposto lo scorso anno obbligando alle dimissioni alcuni alti papaveri dell’esercito). Esempio eclatante di tali frizioni è stata la diffusione a mezzo stampa della registrazione di un colonnello dei servizi segreti che in una conversazione con un diplomatico parlava dell’imminente intenzione di Al Sisi di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele (gennaio 2018); la stesso assassinio del povero Giulio Regeni è inoltre – a parere di chi scrive – da inserire nei contrasti tra i vari apparati – considerazione che tuttavia non giustifica per nulla il dittatore: anche se non è detto abbia ordinato di persona l’omicidio ,sicuramente sta impegnando tutte le sue forze per insabbiare le responsabilità.

Quanto detto fin qui, non vuol dire che le manifestazioni di questi giorni siano il frutto di una cospirazione: in ottemperanza ai diktat dell’FMI, infatti, è stata approvato circa due anni fa un aumento dell’IVA, il quale chiaramente colpisce i redditi più bassi (in Egitto il 40% della popolazione è sotto la soglia di povertà identificata dall’ONU con la cifra irrisoria di 2 euro al giorno). Sempre nell’ottica di garantire la sostenibilità del debito – 108% del PIL nel 2018 – e in particolare di quello estero, sono stati inoltre approvati tagli ai sussidi dei generi di prima necessità; questo mentre il regime riduceva la pressione fiscale per le imprese e si profondeva in opere tanto imponenti quanto inutili – almeno per i proletari, non certo per l’esercito e i suoi contractors – come il raddoppio del canale di Suez (la crescita del commercio globale è in calo da anni) e la costruzione di una nuova capitale amministrativa nel deserto. Un’impresa come quest’ultima, sia detto di passata, ha evidentemente lo scopo di arricchire i capitalisti e gli imperialisti, ma anche quello di dare corpo alla legittimità nazionalista-sviluppista del Presidente e di allontanare i palazzi del potere dalle future rivolte; un intento che ricorda molto la ristrutturazione delle strade di Parigi in grandi boulevard, promossa da Napoleone terzo dopo il 1848. Significativo, peraltro, ricordare come, se è vero che il raddoppio del canale di Suez ha permesso di tamponare la disoccupazione nella città con la classe operaia più potente e radicale del paese, durante la realizzazione dell’opera migliaia di persone sono state spossessate e centinaia di lavoratori sono morti o feriti a causa dello sfruttamento! Non è un caso, dunque se il tema dei mega-progetti sia oggi al centro dell’attenzione, anche se è chiaro che l’ostilità nei loro confronti da parte dei manifestanti non ha certo le stesse radici di quella del palazzinaro Mohamed Alì. Questi è infastidito dal fatto di non essere riuscito a mangiarsi una fetta abbastanza grande della “torta”, mentre – anche a causa dello spreco rappresentato dalle opere faraoniche – la torta della quale non può nutrirsi l’egiziano medio è tutt’altro che metaforica.

 

La traiettoria del movimento operaio egiziano, tra passato recente e futuro

C’è molto di più, insomma, dietro alle odierne dimostrazioni degli intrighi di generali, sbirri e oligarchi, anche se già Lenin aveva compreso come il preludio delle rivoluzioni sia rappresentato dall’emergere di fratture all’interno della classe dominante; fuori discussione peraltro che la borghesia egiziana e il capitale internazionale, tra i beneficiari degli attacchi alle masse lavoratrici e ai giovani degli ultimi anni, siano in grado di fornire un programma che vada negli interessi di chi è sceso in strada. Detto questo, non è affatto scontato che l’attuale ciclo di proteste sfoci in un nuovo processo rivoluzionario. Diversamente dalle recenti manifestazioni, infatti, l’ondata del 2011 era stata preceduta da un lungo processo di accumulo di forze nella società civile che aveva avuto il suo picco con l’ondata di scioperi cominciata attorno al 2008 nelle principali aziende tessili del paese (in particolare la Spinning and Weaving di Mahalla Al Kubra).

Un interessantissimo documentario – in inglese, sottotitolato – sugli operi della Weaving and Spinning di Mahalla al Kubra, con 20.000 addetti, l’impianto più grande del Medio Oriente.

Le proteste anti-Mubarak, inoltre, erano state risolte a favore dei manifestanti dopo l’ingresso in campo dei lavoratori e in particolare di quelli del canale di Suez i quali – astenendosi dal lavoro – non mettevano in discussione solo l’economia egiziana, ma la stessa riproduzione del capitalismo globale tramite il fondamentale commercio marittimo, di cui l’istmo di Suez rappresenta uno dei colli di bottiglia strategici. Al giorno d’oggi, tuttavia, il movimento operaio pare ancora in una fase di riflusso, complice la durissima repressione, da mettere in relazione però non solo con la brutalità del regime, ma anche con la politica opportunista delle direzioni dei Sindacati Indipendenti, il cui leader, il socialista-nasserista Abu Aita, è diventato ministro del lavoro nel primo governo targato Al Sisi. “Fino ad ora i lavoratori egiziani sono stati campioni degli scioperi, da oggi dovranno diventare campioni della produzione!”; queste le sue prime parole da membro dell’esecutivo che ne hanno compromesso l’immagine di eroico organizzatore del movimento sindacale clandestino durante gli anni della feroce repressione di Mubarak [1].

Nel contesto delle presidenziali del 2014, poi, parte delle federazioni legate ai SI si erano pronunciate a favore della candidatura del Feldmaresciallo; tutto ciò nel bel mezzo di una sequela di astensioni dal lavoro (dicembre-gennaio 2014) durante la quale gli operai delle grandi fabbriche tessili e siderurgiche si erano coordinati per domandare la rinazionalizzazione delle imprese privatizzate sotto Mubarak [2]. Il risultato è stata la paralisi del movimento che ha permesso al regime di varare dapprima una legge atta a facilitare i licenziamenti nel settore pubblico, per poi approvare una regolamentazione molto stringente degli statuti dei sindacati indipendenti, ormai tali solo di nome (2017). Nel frattempo le infrastrutture pubbliche venivano dichiarate proprietà dell’esercito, anche nell’ottica di colpire una delle tattiche più frequenti del movimento operaio egiziano, ovvero quella di bloccare ponti e strade. I militari egiziani, inoltre, controllano una fetta rilevante dell’economia del paese, così non sorprende che la legge marziale si sia abbattuta in particolare sui lavoratori impiegati nel settore legato all’esercito, come ad esempio quelli dei cantieri navali di Alessandria, rinazionalizzati – proprio nell’ottica di giustificare la repressione – dopo il golpe del 2013.

 

Il ruolo della sinistra, i Fratelli Musulmani, le contraddizioni della “Lotta al terrorismo”

Fatte tutte queste precisazioni, l’importanza delle proteste di questi giorni potrebbe consistere proprio nel giocare un ruolo propulsivo rispetto a una ripresa della radicalizzazione tra i salariati, anche nella misura in cui, come ha documentato Mattia Giampaolo in un articolo già comparso sulla Voce, nelle settimane scorse sono stati numerosi, sebbene isolati, i fenomeni di insubordinazione operaia. Il regime, nel frattempo, oltre al giro di vite repressivo ai danni degli attivisti, sta denunciando il ruolo dei Fratelli Musulmani (FM) quali organizzatori delle mobilitazioni. In realtà, un’asserzione del genere pare, ancor più che propaganda strumentale, un vero e proprio desiderio inconfessato dei generali… Nel 2011, infatti, l’Ikhwana era stata funzionale per frenare le mobilitazioni e cedere l’iniziativa della “transizione democratica” all’esercito.

Gli FM, in effetti, grazie alla loro critica moralista al neoliberismo e al controllo di una fitta rete di moschee, istituzioni caritatevoli e ospedali privati, rappresentavano un grande movimento populista di massa, ma i loro quadri dirigenti erano e sono costituiti da membri di una vera e propria frazione della classe capitalistica egiziana, in rotta con il regime di Mubarak nella misura in cui avevano beneficiato poco delle privatizzazioni degli anni 90-2000. Si tratta di elementi meno legati al vecchio capitalismo di Stato nasseriano, “self made men” arricchitisi durante l’“Infitah” (“apertura economica”) di Sadat, investendo in attività speculative e commerciali i soldi guadagnati come emigrati nei paesi del golfo [2]. Ecco che una volta vinte le elezioni, la Fratellanza aveva cercato da un lato di avvantaggiare “i suoi” – tra cui i protettori internazionali Turchia e Qatar – scontrandosi con gli oligarchi creati da Mubarak e l’esercito – molto legato al capitale saudita ed emiratino – e dall’altro di tutelare gli interessi complessivi della classe capitalistica applicando politiche anti-operaie e di austerità che li hanno completamente screditati. In questo modo, i generali sono riusciti a cavalcare le enormi mobilitazioni del giugno 2013 e a portare a termine la contro-rivoluzione, con il pretesto di sbarazzarsi dell’Ikhwana.

Stavolta perciò il trucco di “mandare avanti” gli islamisti difficilmente potrà funzionare, anche perché uno dei puntelli della legittimità di Al Sisi è stata la liquidazione organizzativa dei Fratelli Musulmani, associati tout court al terrorismo (il jihadismo, in realtà, rappresenta una corrente diversa del salafismo dei FM). Purtroppo la mossa è stata anche il pretesto per stroncare il movimento giovanile e distruggere le reti di attivisti che avevano animato il processo rivoluzionario del 2011-2013, mentre le forze della sinistra egiziana rimangono sensibili agli appelli all’unità nazionale contro il “terrorismo islamico”. La corrente dominante nel panorama “progressista” del paese medio-orientale è infatti una sorta di riformismo anti-imperialista che punta a un ritorno alle politiche redistributive e al capitalismo di Stato costruito da Nasser a partire dagli anni 50, ma messo in discussione – ancor prima che da Mubarak – da Sadat, anche appoggiandosi sui Fratelli Musulmani per contrastare l’influenza della sinistra tra gli studenti e gli operai negli anni ’70. Da qui il fumo negli occhi nei confronti degli islamisti, sebbene la disponibilità degli ambienti radicali egiziani a cedere alle lusinghe dei militari vada spiegata anche con una cultura politica di matrice stalinista e nazionalista [3]. Eccezione va fatta per i Socialisti Rivoluzionari, una piccola formazione di origine trotskista legata al Socialist Workers Party inglese, che è riuscita negli anni attorno alla Rivoluzione a guadagnare una discreta influenza tra settori giovanili e operai, ma anche intellettuali, pur non mantenendo sempre una chiara politica di indipendenza di classe (ad esempio la sua sezione studentesca ha promosso per anni un fronte unico nelle università con i Fratelli Musulmani, prima di dare indicazione di voto per Morsi in occasione del ballottaggio delle presidenziali del 2012).

Certo, a loro onore vanno oggi le posizioni più avanzate sul terreno delle proteste (qui la loro analisi in inglese) e, 6 anni fa, il fatto di aver denunciato la natura reazionaria del golpe di Al Sisi, quando Hamdeem Sabahi, il principale personaggio delle sinistra nasserista egiziana – molto legata ai sindacati indipendenti – era tra i suoi sostenitori. Una scelta, quella di Sabahi, dettata – oltre che dal nazionalismo – anche dall’illusione che i generali avrebbero presto indetto nuove elezioni, veramente democratiche, nel contesto delle quali egli avrebbe potuto superare il risultato delle presidenziali dell’anno precedente, in cui era arrivato primo per numero di voti nelle grandi città (Cairo e Alessandria) e nei centri minori ad elevata concentrazione operaia. La storia è andata diversamente: le elezioni, nella primavera del 2014, si sono in effetti tenute, ma grazie alla repressione, alla stanchezza di vasti settori della piccola borghesia e all’ubriacatura nazionalista ed anti-islamista fomentata dalla stessa sinistra, il politico nasserista non ha potuto evitare che Sisi vincesse con una maggioranza bulgara. Nel frattempo, per sostanziare la sua legittimità anti-terrorista il regime ha imbastito una vera e propria guerra civile nel Sinai, che negli ultimi anni è diventato la roccaforte del radicalismo islamico. Il risultato è stato tuttavia un’escalation degli attentati, a partire dal 2015. Invece di sradicare i jihadisti, infatti, una repressione a suon di rastrellamenti e bombardamenti su interi villaggi ha finito per aumentarne il consenso nella regione desertica al confine con la Palestina, tra quelle economicamente più depresse del paese.

L’aumento degli attentati, d’altro canto, è stato ed è funzionale ad incrementare il consenso nei confronti del regime, in sinergia con la paura – suscitata ad arte dalla propaganda governativa – che l’Egitto possa fare la fine della Siria, nel caso venga meno il sostegno al Presidente. Anche questo espediente, tuttavia, si sta ritorcendo contro la classe dominante: un aumento degli attacchi terroristici, infatti significa mettere in pericolo le entrate derivanti dal turismo, necessarie in un’economia dipendente dal capitale internazionale per procurarsi valuta estera come quella egiziana  (si tratta del 12% del PIL nazionale). Il risultato di introiti turistici che non hanno ancora raggiunto il livello pre-2011 è una costante pressione sul tasso di cambio, quindi sui prezzi dei prodotti importati, tra i quali si annovera, in particolare, il grano che costituisce un elemento di base della dieta della maggior parte degli egiziani (si sottolinea, in questo solco, come l’aumento dei prezzi del cibo fosse stato uno degli elementi scatenanti della rivolta di 8 anni fa)[3]. In altri termini, il tentativo operato dal regime di spostare le contraddizioni politico-economiche alla sfera ideologica è sempre più precario, anche se – guarda caso – le proteste di venerdì 27 pare siano state accompagnate da un tragico attentato in Sinai (la voce non è ancora confermata, nda). Il gioco del potere, tuttavia, è pericoloso, dato che in una situazione di contestazione aperta le masse potrebbero dedurre da un attacco terroristico l’incapacità di chi li governa, piuttosto che la sua necessità. Del resto poi, con la sconfitta dell’Isis in Siria agitare il timore del “Caos” non deve far più così presa; forse è ora più forte l’ispirazione proveniente dai processi rivoluzionari cominciati in questi mesi in Algeria e Sudan.

 

La necessità della solidarietà internazionalista

Ci sono insomma, per dirla alla Gramsci, tutti gli elementi caratteristici di una crisi organica, ma come già accennato, non sappiamo ancora se si attiverà un processo rivoluzionario. Tutto dipenderà dalla capacità della nuova generazione di attivisti che si stanno formando in queste settimane; una considerazione del genere, però, non ci dispensa – qui in Italia – dal fare la nostra parte. L’Imperialismo con base a Roma infatti è uno dei principali sponsor internazionali di Al Sisi, mentre non solo l’ENI, ma anche altre multinazionali italiane, come Intesa San Paolo – a cui un decennio fa Mubarak regalò la principale banca privata del paese – hanno grossi interessi in Egitto. Solidarizzare con i fratelli egiziani è dunque dovere per i giovani e i lavoratori Italiani: lottare contro Al Sisi, infatti, è lottare per la Verità per Giulio Regeni e contro il nostro imperialismo che, mentre permette alle multinazionali di fare profitti sulle spalle dei popoli, ci massacra con austerità e precarizzazione del mercato del lavoro. Non bisogna poi dimenticare l’impulso che dettero le rivolte arabe allo sviluppo di grandi movimenti sociali, come quello degli Indignados in Spagna e le proteste di Piazza Syntagma – ma anche la grande manifestazione del 15 ottobre 2011 che portò oltre 700.000 persone in piazza contro il governo Berlusconi.

 

Lorenzo Lodi

Note

[1] Per avere un resoconto sul periodo rivoluzionario 2011-2013, i migliori testi sono: G. Achcar, The People Want, California University Press, Los Angeles, 2013. G. Achcar, Morbid Symptms, Saqi Press, London 2015. B. De Smeet, Gramsci in Tahrir: Revolution and Counter-Revolution in Egypt, Brill, Leiden, 2016. A. Alexander & M. Bassiouny, Bread, freedom, social justice: Workers and the Egyptian Revolution, Zed Books, London, 2014. Mi permetto anche di citare, per avere un “riassuntone” in italiano la mia tesi di laurea magistrale.

[2] Sulla struttura della classe capitalistica egiziana si veda: S. McMahon, Class War in Egypt, Zed Books, London, 2016. Sulla storia dell’Islamismo politico e sulla struttura dei Fratelli Musulmani: N. Ayubi, Political Islam: Religion and Politics in the Arab World, Routdlege, 1993. H. Kandil, Inside the Brotherhood, Polity, Cambridge, 2015.

[3] Per le radici economiche delle rivolte arabe si veda A. Hanieh, Lineages of Revolt:Issues of Contemporary Capitalism in the Middle-East, Haymarket, Chicago, 2013.