Riceviamo e pubblichiamo un interessante contributo sulla questione dell’eros e del soggetto rivoluzionario, sotto forma di recensione a “Amore e rivoluzione, Idee di una comunista sessualmente emancipata“, antologia di scritti di Aleksandra Kollontaj, edita da Redstar Press.


Ci sono libri che non possono essere letti in modo semplice, lineare, perché proiettano i lettori in percorsi tortuosi, fatti di avanzamenti, retrocessioni e lunghe soste; libri dove bisogna leggere tutte le parole, quelle che ci sono e quelle che mancano, per giungere soddisfatti alla fine del viaggio. Amore e rivoluzione. Idee di una comunista sessualmente emancipata (Redstar Press, 2017), di Aleksandra Kollontaj (1872-1952), è senza dubbio uno di questi. Non tanto perché quanto vi è scritto sia difficile da afferrare, ma perché potente è l’impatto delle sue parole sulle nostre esistenze, sulle lotte quotidiane e, soprattutto, su quelle future.

Aleksandra Kollontaj – come è noto – è stata una rivoluzionaria femminista e bolscevica, il primo ministro donna (commissario per l’assistenza sociale) del primo governo sovietico, una strabiliante e infaticabile propagandista, studiosa arguta, amica fidata e sincera di Lenin, donna libera. Non è stata l’unica femminista della rivoluzione socialista del 1917, accanto a lei spiccano i nomi di Ines Armand (1874-1920), Nadezhda Krupskaja (1869-1939) e di tante altre ancora, ma nessuna di loro è oggi celebrata dai movimenti femministi e socialisti di tutto il mondo come lo è lei.

La ragione si deve cercare soprattutto nelle sue posizioni poco ortodosse circa il rapporto tra amore, sesso, emancipazione e rivoluzione. Posizioni che le costarono non poco, sia in termini personali che politici, perché avversate perfino dai compagni e dalle compagne di partito:

In seno al Partito c’erano delle divergenze d’opinione. E fu proprio a causa di una divergenza di principio con la politica di allora che decisi di ritirarmi dalla carica di commissario del popolo (p. 41).

Vale la pena, dunque, provare a indagare, seppur in modo sintetico, proprio queste posizioni –sacrificando in parte la ricchezza del suo discorso sul ruolo delle donne nella società e sulle lotte femministe –anche per verificare la consistenza del loro fascino e della loro utilità oggi.

Si può affermare che buona parte della vita della Kollontaj fu spesa per la «creazione delle premesse per una nuova morale sessuale»(p. 46)e per l’affermazione di un nuovo amore, che fosse completo e multiforme, all’altezza della donna e dell’uomo nuovi nella società socialista.

L’amore, o meglio l’eterno «enigma dell’amore» – come scrive la Kollontaj nella lettera di risposta a un giovane compagno e pubblicato sul terzo numero di “Molodaja Gvardija” (1923) con il titolo «Largo all’Eros alato» – non è soltanto «un fattore imperioso della natura»,una mera questione della biologia, ma anche un fattore psico-sociale, poiché, nella sua essenza, l’amore è un sentimento «profondamente sociale» (p. 52). In quanto tale, esso è vitale nella costruzione della solidarietà collettiva e, dunque, della società comunista, essendo questa«fondata sul principio di solidarietà» (p. 62) e non certo sul principio di competizione, sul quale si fonda la società capitalistica. Ragione per cui il movimento proletario non può non porlo al centro del suo progetto rivoluzionario.

L’amore può avere molte forme ed essere rivolto a diversi soggetti (l’amore per i figli, per gli amici, per i compagni, ecc.), ma ciò che preme alla Kollontaj è far capire – in primis al suo giovane interlocutore – come può e dovrebbe essere l’amore e il sesso tra compagni. Spiega, infatti, che «ogni epoca ha il suo ideale di amore» (p. 63) e, di conseguenza, ogni classe sociale si adopera per introdurre nella nozione morale dell’amore i contenuti che le sono propri. La morale borghese, ad esempio, attribuisce dignità al solo amore coniugale, alla coppia legittima, bollando come “malsana libidine” la normale attrazione sessuale al di fuori di esso.

Così, nella società borghese, dominata dalla cultura proprietaria e dall’istinto del possesso, si crea una dicotomia, una lacerazione dell’Eros, il quale viene diviso in Eros alato (dove l’attrazione è accompagnata dal trasporto emotivo) e Eros senza ali (attrazione sessuale senza radici spirituali). Da tale lacerazione nascono molti dei tormenti psicologici e irrisolvibili del soggetto nella società capitalistica. Il problema con questi drammi che realmente affliggono le vite delle persone nella quotidianità, dice la Kollontaj, dipende dal fatto che «la chiave della loro soluzione»si cerca, vanamente, «nell’ambito del pensiero borghese» (p. 65), ossia nell’ambito di quel pensiero che concepisce l’amore come “amore totale ed esclusivo”, cioè in termini proprietari.

Se così è, allora l’unico soggetto che può mettere fine alle infelicità e ai dolori amorosi dei singoli è il proletariato, il soggetto incaricato dalla Storia di distruggere il capitalismo e di costruire la società solidale e cooperativa, il comunismo. Soltanto una simile società può ricomporre la scissione dell’Eros e, infine, del soggetto. Come? Creando le condizioni per una piena accettazione del carattere multiforme dell’amore, vale a dire dell’“Eros trasfigurato” e, nel contempo, cancellando l’esclusività proprietaria dell’ideologia borghese dell’amore:

Il fatto che l’amore sia multiforme non è, di per sé, in contraddizione con gli interessi del proletariato. Al contrario, esso facilita il trionfo di quell’ideale di amore nei rapporti tra i sessi che sta prendendo forma e cristallizzandosi in seno alla classe operaia. Si tratta precisamente dell’amore da compagni (p. 67)

[…] Per ciò che concerne gli obiettivi della classe del proletariato, è del tutto indifferente che l’amore assuma la forma di un’unione duratura o legalizzata o che si esprima semplicemente in una relazione passeggera. L’ideologia della classe operaia non impone alcun limite formale all’amore (p. 68).

[…] In questa società nuova, collettivista sul piano spirituale ed emozionale, Eros occuperà, sullo sfondo di una gioiosa unità e fratellanza tra tutti i membri del collettivo, un posto d’onore, come sentimento destinato a decuplicare la gioia degli uomini (p. 70).

In questo mondo nuovo, la forma riconosciuta, normale e auspicata di unione dei sessi sarà probabilmente fondata sull’attrazione sessuale sana, libera e naturale (senza eccessi né perversioni), insomma su un ‘Eros trasfigurato’ (p. 70).

L’Eros trasfigurato, come scriverà in seguito la Kollontaj nell’articolo «Il comunismo e la famiglia», pubblicato sul numero 2 di «Kommunistka», porterà inevitabilmente alla scomparsa della famiglia nella società comunista, nonché alla divisione dei ruoli fondati sul genere, perché non sarà più necessaria ai suoi stessi membri (p. 87).

L’orizzonte (dei sensi) che dipinge la Kollontaj dà le vertigini, eccita, perché costruisce un immaginario di liberazione delle relazioni umane (anche sessuali) dai condizionamenti imposti dalla dicotomica e infelice morale borghese e, soprattutto, perché pone al centro del progetto rivoluzionario gli affetti, le passioni e le energie sessuali dei soggetti, intesi come propellente indispensabile nella costruzione di una società comunista.

Dimentica però di menzionare i corpi. È davvero singolare constatare come nel saggio dove lei maggiormente si concentra a trattare il tema dell’amore e della sessualità – «Largo all’Eros alato»– la Kollontaj utilizzi soltanto due volte la parola “corpo” e, quando lo fa, è soltanto per denigrare le ipocrite attenzioni sul corpo da parte della borghesia:

«[…] la borghesia assume la difesa dei diritti del corpo fino ad allora scherniti» (p. 58); «Gli ideologi della borghesia, i riformatori, riconoscevano la legittimità dei normali bisogni del corpo […]»  (p. 59).

Dopodiché i corpi diventano dei fantasmi nel testo della Kollontaj, perdono di consistenza, evaporano.

Il corpo è, quindi, il grande assente nella riflessione della rivoluzionaria. Si tratta di un’assenza rivelatrice, che parla proprio perché nasconde. Discorrere dell’attrazione sessuale, come fa la Kollontaj, invocando la sola “energia sessuale”, ci dice di un forte bisogno di occultamento dei corpi, proprio nel momento in cui questi dovrebbero esultare.

Su questo punto, l’autrice, che pur spinge la Rivoluzione e la Storia nella giusta direzione, facendo dell’amore il fattore organizzativo del lavoro, delle relazioni e dell’intera società, sconta i limiti teorici della teoria rivoluzionaria del movimento proletario della sua epoca. Una teoria in cui il soggetto rivoluzionario, il proletario, era rigorosamente senza corpo, composto di sola ferrea e prometeica volontà della mente. Il corpo, infatti, era considerato soltanto il luogo della malattia, del peccato, della sofferenza, della fatica, della resistenza e mai, invece, il luogo della gioia, della felicità dei sensi e del piacere. E dunque il corpo doveva essere cancellato dall’elaborazione teorica, nascosto o, al massimo, sostituito dalla grande corporeità astratta della classe.

Il corpo del soggetto, con tutta la sua storia sociale e nella sua complessità di corpo fisico-emozionale, come ci è stato rivelato da quella tradizione di pensiero che va da Spinoza e arriva a Freud, è il luogo fondativo del senso. La mente, infatti, è pur sempre la mente di un corpo.

Senza mettere esplicitamente in campo i corpi, con tutti i loro bisogni e limiti, senza fare del corpo l’oggetto prioritario dell’attività di vita e di pensiero del soggetto rivoluzionario, l’esplosivo, futurista e gioioso discorso della Kollontaj ci tarpa le ali e ci fa precipitare rovinosamente sul terreno dell’astrazione. Un materialismo disincarnato e purificato dalle passioni non può che produrre pensieri e azioni astratti, poiché si fonda sulla (astratta) scissione tra mente e corpo.

Il rinnovamento e l’evoluzione della teoria rivoluzionaria, di conseguenza, potrà dirsi a ragione materialista partendo dalla corporeità dei soggetti rivoluzionari, e non ignorandola o sottovalutandola.

 

Melania Piccolo