In quest’articolo tenteremo di fare un punto sul tema del riscaldamento globale da un lato inquadrandolo dal punto di vista scientifico per evitare semplificazioni e malintesi, dall’altro mostrando gli aspetti più critici e incoerenti di quello che, a vari livelli, si sta facendo per il clima e per l’ecosistema in generale. Tali temi si sono imposti al centro del dibattito politico a seguito delle recenti mobilitazioni. Proprio perché guardiamo senza snobismi a questa fiammata di movimento e interesse intorno all’ambiente e proprio perché vi intravediamo grandi potenzialità, pure avvertiamo l’urgenza di porre una prospettiva politica che metta al riparo dai limiti che riscontriamo nei movimenti ambientalisti presenti e passati.

L’aumento inedito della temperatura terrestre nell’ultimo mezzo secolo e le proiezioni di ulteriore riscaldamento.

In questi ultimi anni ne abbiamo viste per tutti i gusti. Si è passati dagli accordi di Parigi del 2015 all’uscita degli USA a causa di Trump nel 2017, fino ad arrivare all’esplosione mediatica provocata dalla giovane Greta Thunberg.

Verso la fine di giugno di quest’anno è stato dichiarato, per la prima volta in Francia, lo stato di allerta rossa a causa delle alte temperature. Il 28 giugno, infatti, è stato registrato il record assoluto per la citta di Gallargues-le-Montueux, nel sud del Paese, con ben + 45,8°C…un’altra prova a sostegno del riscaldamento globale?

Ma cosa s’intende per “cambiamento climatico”?

Per definizione, un cambiamento significativo e duraturo nella distribuzione statistica dei fenomeni meteorologici su periodi che vanno da decenni a milioni di anni. Può essere un cambiamento nelle condizioni meteorologiche medie o nella distribuzione del tempo intorno alle condizioni medie (come ad esempio un numero maggiore o minore di eventi meteorologici estremi). I cambiamenti climatici sono causati da fattori che includono processi oceanici (la circolazione delle correnti oceaniche), processi biotici (ad es. le piante, in grado di fissare CO2 sottoforma di legno e cellulosa), variazioni della radiazione solare ricevuta dalla Terra (moti millenari e variazione dell’attività solare), tettonica a placche ed eruzioni vulcaniche e alterazioni del mondo naturale indotte dall’uomo (emissioni di gas serra, deforestazione, acidificazione degli oceani).

Il riscaldamento climatico è diventato, in questi ultimi anni, un argomento sempre più “caldo”, ma le sue radici sono molto meno recenti di quanto si possa pensare.

 

Da dove nasce il dibattito sui cambiamenti climatici

La storia della scoperta scientifica dei cambiamenti climatici ebbe inizio agli albori del XIX secolo, quando si iniziarono ad ipotizzare le glaciazioni ed altri cambiamenti naturali del paleoambiente e, per la prima volta, venne identificato l’effetto serra naturale. Alla fine dello stesso secolo gli scienziati hanno asserito per la prima volta che le emissioni umane di gas serra potevano influire sul cambiamento climatico. Molte altre teorie sui cambiamenti climatici furono avanzate già all’epoca, coinvolgendo le forze del vulcanismo o la variazione dell’energia irradiata dal sole. Negli anni ’60 il nesso tra il riscaldamento e il biossido di carbonio (CO2) divenne sempre più convincente. Alcuni scienziati nel tempo hanno anche sottolineato che le attività umane che generano aerosol atmosferici (microscopiche particelle inquinanti disperse nell’atmosfera, p. es. PM10) potrebbero avere anche effetti di raffreddamento. Durante gli anni ’70 tuttavia l’opinione scientifica ha sempre più favorito il punto di vista del riscaldamento. Negli anni ’90, come risultato del miglioramento della fedeltà dei modelli elaborati dai computer e del lavoro di osservazione degli isotopi dell’ossigeno nei sedimenti marini e nelle calotte glaciali a sostegno della teoria delle ere glaciali di Milankovitch, si formò una posizione di consenso: i gas serra furono additati come fattori determinanti nella maggior parte dei cambiamenti climatici e, parallelamente, si instaurò un nesso tra le emissioni causate dall’uomo e il visibile riscaldamento globale.

Dagli anni ’90 la ricerca scientifica sui cambiamenti climatici ha incluso diverse discipline e si è espansa notevolmente. La ricerca ha ampliato la nostra comprensione delle relazioni causali, i collegamenti con i dati storici e la capacità di creare modelli statistici in grado di pronosticare i cambiamenti climatici. La ricerca svolta durante questo periodo è stata sintetizzata nelle relazioni di valutazione del Gruppo Intergovernativo di Esperti sui Cambiamenti Climatici (IPCC).

L’IPCC, organo delle Nazioni Unite istituito per studiare il riscaldamento climatico, è autore di un report consiglia “caldamente” ai governi del mondo di adottare misure affinché la temperatura media globale non aumenti oltre 1,5°C nei prossimi ottant’anni. Evitando le questioni di fattibilità, il rapporto si limita ad elencare le misure da adottare per far fronte al cambiamento; tali misure includono l’installazione di sistemi energetici a basse emissioni di carbonio, come l’energia eolica e solare, per fornire il 70-85 per cento dell’elettricità mondiale entro il 2050 e l’espansione delle foreste per aumentare la capacità di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera.

Il cerchio grande mostra la quantità totale di CO2 emessa se tutte le riserve di combustibili fossili note fossero bruciate (2.795 miliardi di tonnellate di CO2). Il cerchio piccolo rappresenta l’ammontare totale di combustibili fossili che possono essere bruciati per mantenere la temperatura entro i limiti (565 miliardi di tonnellate di CO2), considerando che nel solo 2018 sono state emesse circa 37,1 miliardi di tonnellate di CO2.

Resta il fatto che la comunità scientifica non è del tutto unanime. La maggioranza appoggia i risultati delle ricerche dell’IPCC, anche se non mancano le voci fuori dal coro. Da una parte ci sono i negazionisti, che appunto negano senza se e senza ma l’importanza dell’impatto delle emissioni antropiche. Altri preferiscono non esporsi più di tanto, sottolineando la complessità dello studio del clima. D’altronde due secoli di misurazioni termo-pluviometriche sono troppo pochi per poter fare pronostici sicuri e, anche se i modelli statistici sono in continuo perfezionamento, a volte per sistemi di variabili così complessi ci si porta dietro la soggettività di chi li applica; inoltre lo studio del clima del passato è tutt’altro che semplice da interpretare e più ci si allontana dal presente più i dati risultano caotici.

 

Uno sguardo alle ere geologiche

Le informazioni più significative riguardano gli ultimi cento milioni di anni, cioè il Cretacico, che rappresenta anche il periodo più caldo da quando sono presenti forme di vita complesse sulla terra. Tali informazioni sono state desunte dal rapporto degli isotopi di ossigeno presente in strati di sedimento marino attribuibili a tale periodo. Dai 70 ai 15 milioni di anni fa si registra un graduale raffreddamento, testimoniato anche da prove legate a flora e fauna terrestre, mentre il Quaternario è stato caratterizzato da importanti oscillazioni climatiche, con ripetute fasi glaciali e interglaciali.

Ci sono similitudini fortissime tra i profili isotopici ottenuti da carotaggi profondi in diversi oceani del mondo, sia per il numero che l’ampiezza dei cicli isotopici. Questo suggerisce che gli oceani nel loro insieme hanno risposto in modo coerente a un meccanismo comune che ha innescato le variazioni climatiche. Gli autori ritengono che questo meccanismo possa essere ricondotto a cause astronomiche (i cicli di Milankovitch), motivo per cui le variazioni dei segnali isotopici sono in buona parte sincroni in tutto il globo.

Il Quaternario inizia circa 2,58 milioni d’anni fa. È il periodo più recente, quello in cui viviamo, per il quale sono testimoniate 7 principali fasi glaciali (con rispettive interglaciali) e circa 110 stadi isotopici che segnalano variazioni di entità minore.

Per cercare correlazioni significative ed arrivare così ad una più completa ricostruzione delle glaciazioni quaternarie, lo schema ottenuto dalle sequenze di mare profondo è stato confrontato con i dati relativi alle terre emerse. Andando a ritroso nel tempo – prima dell’ultima epoca interglaciale – le correlazioni sono sempre più problematiche. Le informazioni sono invece soddisfacenti per le variazioni climatiche che vanno dai 130 000 ai 10 000 anni fa.

L’attuale impossibilità di arrivare a una sintesi logica coerente che dia all’uomo una capacità più completa di capire e persino prevedere i cambiamenti climatici nel tempo è un elemento di cui tener conto, soprattutto quando si ragiona su scale temporali differenti. Non sappiamo, effettivamente cosa potrebbe comportare un riscaldamento così rapido perché non è affatto semplice andare ad indagare nel passato geologico su scenari simili a quello che si prospetta oggi.

A questo riguardo uno studio interessante è quello condotto da Tzedakis ed altri autori (1997) su carotaggi di sedimento lacustre di diversi laghi europei. Dall’analisi dei pollini presenti nel sedimento emerge che, negli ultimi 500 mila anni, una copertura boschiva assimilabile a quella presente oggi alle medie latitudini persiste pressoché per un decimo del tempo trascorso.

Dunque, quel che vediamo oggi non è affatto “la normalità” solo perché siamo abituati da quando siamo nati a pensare al nostro paese come un’immensa lingua verde nel bel mezzo del mediterraneo.

Il concetto di cambiamento climatico viene utilizzato, forse troppo spesso e in modo troppo generico, per far riferimento alle conseguenze dell’impatto antropico sull’ambiente. In realtà tali conseguenze sono molto difficili da prevedere, ma quel che è certo è che la temperatura media globale attualmente sta aumentando. Questo non vuol dire che farà solo più caldo: i periodi interglaciali, come l’attuale, sono caratterizzati da escursioni termiche stagionali più marcate, con estati che non consentono la conservazione dei ghiacci formatisi in inverno. Questo vuol dire che ci sarà (come c’è già stato altre volte in passato) un cambiamento nell’assetto mondiale delle precipitazioni sia in termini geografici che di portata, con conseguente traslazione delle fasce climatiche (questo avverrà più marcatamente nelle regioni delle medie latitudini), nonché un innalzamento del livello degli oceani dovuto principalmente allo scioglimento delle calotte polari.

Il problema è che un cambiamento così repentino come quello che si sta prospettando avrà gravi, se non catastrofiche ripercussioni sull’umanità e sulla biodiversità.

Per quanto riguarda la biodiversità molte specie non avranno il tempo di adattarsi al cambiamento, altre migreranno, altre non riusciranno a farlo per tempo, altre ancora saranno avvantaggiate ed espanderanno il proprio areale (ovvero la superficie abitata); in ogni caso, anche se il bilancio delle perdite sarà alto, la natura col tempo saprà tornare a splendere sotto altre forme. Del resto, sono numerose le estinzioni di massa verificatesi nelle ere geologiche, ma resta il fatto che l’Homo sapiens è strettamente dipendente da una biodiversità formatasi nell’ordine delle decine di milioni di anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le più emblematiche estinzioni di massa del fanerozoico, note sotto il nome di “Big Five” (percentuali di specie animali estinte nel corso degli ultimi 600 milioni di anni).

 

Del doman non v’è certezza

Il fatto è che gli stessi studi degli esperti governativi, i loro dati e i loro allarmi sulle prospettive del genere umano restano fini a sé stessi in una realtà capitalistica. La sorte dei vari convegni internazionali, da Kyoto a Parigi, è alquanto emblematica. Pur celebrati da una grande esposizione mediatica essi si sono per lo più risolti in clamorosi fallimenti e questo non deve coglierci di sorpresa. Ragionare di problemi ambientali e di come il nostro modello di produzione e di consumo possa prendere una piega più sostenibile vuol dire ragionare in una prospettiva di lungo termine. Il sistema di produzione capitalistico dal canto suo richiede invece profitti il più ingenti possibile e macinati nel minor tempo possibile a causa della competizione sfrenata, della continua evoluzione tecnologica e sociale e dalla sempre crescente difficoltà a valorizzare il capitale che vanifica in buona parte gli stessi progressi tecnologici. Come cresce la produttività la competizione si fa ancora più selvaggia e questo è ben provato dal fatto che, a fronte dell’aumento esponenziale della capacità produttiva delle fabbriche nell’ultimo secolo, tanto i profitti quanto i salari non si sono affatto moltiplicati in modo corrispondente. È una condizione di anarchia che rende impossibile ogni prospettiva di pianificazione. A poco varranno quindi gli studi che mostrano le perdite, a livello economico, che un’economia non sostenibile causa, come anche i discorsi sulle ricadute in termini di salute dei cittadini o di devastazione ambientale. Questi ed altri “effetti collaterali” dell’economia di mercato verranno in larga parte scaricati sullo stato, cioè per lo più sulle tasse dei lavoratori. Qualcosa di simile in fondo lo vediamo puntualmente nell’economia finanziaria: speculazione selvaggia, bolla finanziaria e infine salvataggio con soldi pubblici. Qualcuno dirà che ci sono le class action milionarie e che ogni tanto qualcuno paga, ma si tratta di voci di bilancio calcolate in partenza per le grandi multinazionali e che non ne intaccano i profili plurimiliardari.

Che fare dunque? Troppo facile guardare con spocchia settaria al crescente movimento ambientalista. È vero, senza una pianificazione socialista è ben difficile sperare in un’economia sostenibile, ma è anche vero che ogni esplosione di malcontento verso lo status quo getta discredito verso il sistema capitalistico e, pure con diversi gradi di consapevolezza, ne rileva le contraddizioni. Ogni movimento reale è una forza viva che noi dobbiamo saper nutrire e incanalare. Questo non vuol dire santificare il movimento e accodarsi ad esso, ma avere consapevolezza che se un movimento si configura come un semplice gruppo di opinione e di pressione su istituzioni e grandi aziende esso è destinato a incidere ben poco. La borghesia e le sue istituzioni hanno ben poca intenzione di dialogare se non con chi è in grado di minacciare i loro interessi. È chiaro che per minacciare interessi che sono in primis economici occorre una sinergia della classe lavoratrice, cioè di chi crea il valore e, in definitiva, i profitti di chi inquina. Bisogna mostrare come la radice dello sfruttamento e quello della devastazione ambientale sia la stessa e che i primi a fare le spese dell’inquinamento sono proprio i lavoratori più sfruttati. La spontaneità di un movimento tuttavia non approderà mai a prospettive di questo tipo né si farà convincere dall’esterno da sette illuminate. La giusta linea portata dall’esterno non esiste: per influenzare una lotta bisogna conquistarsi elementi di direzione al suo interno.

La povertà politica del movimento ambientalista in effetti è anche figlia del ritardo e della mancanza di interesse che molte organizzazioni comuniste hanno mostrato negli ultimi anni verso tali tematiche, facendosele scippare dalla sinistra riformista e piccolo borghese. Certo, la strada per dirigere il complesso di un movimento così ampio e interclassista e per togliere terreno alla sinistra riformista è lunga; la fase non lo consente, dirà qualcuno. Tutto questo è vero, ma dalla nostra abbiamo da un lato l’estrema confusione teorica di ogni discorso che propone un’inversione di rotta in senso della sostenibilità salvando la proprietà privata dei mezzi di produzione e la libertà d’impresa, dall’altra il clamoroso fallimento di una tale impostazione dal momento che, da svariati decenni, la devastazione ambientale procede in una corsa sfrenata.

Non ha senso rimandare questi problemi a quando si sarà fatta la rivoluzione. Come si fa per i salari, per la sicurezza o per l’orario di lavoro già da ora bisogna avanzare rivendicazioni immediate legate all’ambiente e lavorare affinché esse siano fatte proprie dalla classe lavoratrice. Se una parte di queste rivendicazioni si mostrerà inconciliabile con lo stato borghese e con la società capitalista ciò sarà un ulteriore argomento, e forse il più persuasivo, per mostrare come lo status quo sia inaccettabile. La salute del nostro pianeta, in definitiva, ci fa comprendere come lla lotta per costruire un nuovo e più equo ordine sociale spazzando via il vecchio sia una necessità impellente per tutto il genere umano.

 

Bierre