Ovunque nel mondo gli sfruttati e gli oppressi cominciano a mobilitarsi, ma è proprio la loro organizzazione, capace di sconvolgere tutto e mettere fine al dominio di un élite privilegiata e sempre più autoritaria, che è insufficiente.


A più di una settimana dopo le più grandi manifestazioni antigovernative organizzate in Libano da più di un decennio, le manifestazioni non hanno ancora nessun leader e nessuna lista ufficiale di rivendicazioni. E questa può essere la loro più grande forza.

È cosi che la recente contestazione popolare in Libano è stata presentata in un articolo di Foreign Policy.

In effetti, possiamo intendere questa dichiarazione in diversi modi. Ad esempio, potrebbe essere l’espressione di una grande diffidenza (totalmente giustificata) da parte dei manifestanti di fronte ai leader politici che hanno conosciuto negli ultimi decenni, i quali hanno promesso loro mari e monti ma che effettivamente hanno saputo solo offrire sofferenze e condizioni di vita sempre più degradate. In questo senso, la sfiducia dei manifestanti nei confronti dei “leaders” è salutare. Ma c’è un’altra maniera di leggere questo passaggio, ovvero come una manifestazione della mancanza di una propria direzione e di un programma di movimento che risponda agli interessi ed alle richieste di centinaia di migliaia di giovani, di lavoratori e di donne.

A tale proposito, contrariamente a ciò che afferma l’articolo di Foreign Policy, questa assenza di “leaders”, frutto della diffidenza del movimento rispetto a ciarlatani e opportunisti in Libano, non è semplicemente la sua “forza”: allo stesso tempo ne rappresenta anche una debolezza. I capitalisti sono preoccupati per l’assenza di “interlocutori” con cui collaborare per fermare il movimento. Ma allo stesso tempo sono coscienti che la mancanza di un’organizzazione specifica per una mobilitazione e di un programma dà loro ancora un certo vantaggio. Non è un caso che l’articolo di Foreign Policy, una delle principali riviste geopolitiche “mainstream” più importanti al mondo, definisce questa carenza di leadership come “la più grande forza” del movimento.

I capitalisti sono preoccupati

Questa caratteristica dei movimenti di massa privi di una direzione, di una struttura auto-organizzativa, di un programma definito, non concerne solo il Libano. Al contrario in numerosi paesi, che sono attualmente scossi da massicci movimenti di contestazione o che lo sono stati in questi ultimi mesi, si è potuto riscontrare la medesima caratteristica: in particolare in Cile, Iraq, ma anche in Algeria, Sudan, in Francia con i gilets jaunes.

Ma ciò che preoccupa oggi i capitalisti e i loro governi è che in tutto il mondo comincia a svilupparsi e rinforzarsi un’enorme diffidenza, persino una rottura tra i popoli e i dirigenti politici, dovuta in particolare alla crisi economica del 2008 e dei suoi effetti tutt’ora presenti, ma anche espressione di un più profondo disincanto.

Così, in un recente articolo, l’ex premio Nobel di economia, Joseph Stiglitz, scrive:

La credibilità della fede neo-liberale nei mercati liberi da ogni vincolo, che avrebbero dovuto costituire la via più sicura verso una prosperità condivisa, è ormai sotto assistenza respiratoria [. . .]. Nei paesi ricchi come in quelli poveri, le élite hanno promesso che le politiche neo-liberali avrebbero condotto ad una crescita economica più rapida e che i profitti sarebbero affluiti, di modo che tutti, persino i poveri, sarebbero diventati più ricchi.

Per fare questo, tuttavia era necessario accettare dei salari più bassi per i lavoratori e dei tagli a importanti servizi pubblici per tutti i cittadini [. . .]. Ebbene, a distanza di quarant’anni, i numeri ci sono: la crescita è rallentata e i suoi frutti sono andati in massa all’infima minoranza dei più ricchi.

Questa constatazione/avvertimento di J. Stiglitz è indirizzata ai governi ed in generale alla classe capitalista mondiale poiché, in ultima analisi, l’ex premio Nobel, di fronte a una contestazione sempre più potente dell’ordine neoliberale, intende salvare il capitalismo sostituendo eventualmente il neo liberalismo con un modello più “social-democratico”.

I limiti delle esplosioni spontanee

Le rivolte in corso in Cile, Iraq e Libano sono di proporzioni massicce e sono sorte spontaneamente. Si assiste a delle scene di lotta e di resistenza eroiche, a volte malgrado la brutale, se non addirittura selvaggia, repressione. La radicalità espressa dai manifestanti sta facendo vacillare i governi e i regimi.

Questi movimenti, insieme agli altri che li hanno preceduti, stanno cambiando la situazione politica su scala globale, dando inizio ad una nuova ondata di lotta di classe a livello internazionale e portando una ventata di aria fresca al clima cupo che le correnti reazionarie avevano instaurato da qualche anno in tutto il mondo.

Tuttavia, questa spontaneità e radicalità si ritroveranno rapidamente dentro un vicolo cieco se non riusciranno ad individuare un modo per eliminare le cause profonde della situazione d’emergenza dei lavoratori, dei giovani e delle classi popolari. Per rimettere in questioni, sin dalle basi, le sofferenze di milioni di persone sfruttate e oppresse, schiacciate dal capitalismo, è necessaria, come da molti rivendicata per le strade, una rivoluzione.

Tuttavia, per il momento, le mobilitazioni, anche se massicce e per molti aspetti radicali, rimangono allo stadio di esplosioni sociali o rivolte. In questo senso, le mobilitazioni potrebbero esaurirsi, o addirittura essere deviate e incanalate da “alternative”, sia a sinistra che a destra, all’interno del regime.

Per evitare questa prospettiva, la classe lavoratrice deve intervenire nel movimento come soggetto politico, in modo organizzato; poiché per il momento i lavoratori in modo più diluito come “cittadini”. L’intervento dei lavoratori organizzati potrebbe permettere la creazione di un quadro di auto-organizzazione e di democrazia diretta all’interno dei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri popolari. Queste strutture di auto-organizzazione consentirebbero ai lavoratori e alle classi popolari di controllare in modo autonomo i destini del loro movimento, per eleggere ma anche controllare, ed eventualmente revocare, i propri rappresentanti.

In effetti, la classe operaia, per via della posizione strategica che occupa all’interno del sistema produttivo capitalista, è l’unica categoria capace non solo di porre fine alla macchina del profitto dei capitalisti, ma di gettare le basi di un’alleanza con le altre classi di sfruttati della società e con l’insieme degli oppressi in prospettiva della costruzione di una società liberata dallo sfruttamento e dall’oppressione. Questo è quello che i marxisti chiamano egemonia operaia, che non ha niente a che vedere con l’operaismo di alcune correnti che si dichiarano marxiste.

Il bisogno di un partito rivoluzionario

Tuttavia, come spiega il dirigente del Partito dei Lavoratori socialisti argentino (PTS), Matia Maiello, in un articolo sulle rivolte e sulle rivoluzioni del XXI secolo:

Sarebbe sbagliato pensare che l’egemonia operaia e questi organismi di tipo sovietico si svilupperanno in maniera puramente spontanea con l’intensificarsi della lotta di classe. È necessario che esista un’organizzazione politica rivoluzionaria sufficientemente potente per modellare l’avanguardia da una prospettiva “sovietica” come parte di un programma, finalizzato non solo a far fronte a questo o a quel governo, ma all’intero regime borghese.

Nella storia abbiamo visto in effetti che i lavoratori e le masse sono già arrivati a fare delle rivoluzioni mediante delle rivolte spontanee. Ma la questione qui è come fare in modo che le rivoluzioni vincano, ma anche quale regime e quale società costruire in seguito. Ed è per questa ragione che i lavoratori e le masse sfruttate e oppresse devono dotarsi di un’organizzazione

rivoluzionaria. Un partito capace di organizzare migliaia di operai, operaie e di giovani capaci di influenzare milioni di lavoratori, di precari, di donne e di oppressi per combattere contro tutto il sistema di sfruttamento e oppressione, quale il capitalismo.

È proprio quest’organizzazione che manca oggi ai manifestanti in Libano, Cile, Iraq e in tutto il mondo. La rapidità degli eventi della lotta di classe a livello mondiale solleva così con urgenza il bisogno di costruire un’organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori. Come afferma la sociologa libanese Rima Majed sulle mobilitazioni in corso nel suo paese:

È in questi momenti di esplosioni sociali che rimpiangiamo la mancanza di un’organizzazione già esistente e che avvertiamo la necessità di attivare e sviluppare meglio le nostre reti.

In effetti, non è possibile costruire un partito rivoluzionario nei momenti di esplosioni sociali e ancor meno nei momenti di esplosione rivoluzionaria. A questo proposito, traendo lezioni dalla sconfitta della classe operaia spagnola durante la guerra civile del 1936-1939, il rivoluzionario russo Lev Trotsky scriveva:

Indubbiamente durante una rivoluzione, cioè quando gli eventi mutano con rapidità, un partito debole può rapidamente diventare forte, purché capisca chiaramente il corso della rivoluzione e possieda dei quadri solidi che non si ubriachino di frasi vuote e non si lascino spaventare dalla repressione. Ma tale partito deve esistere prima della rivoluzione, perché il processo di formazione dei quadri richiede un periodo di tempo considerevole che la rivoluzione non concede.

Né in Cile, né in Libano né in Iraq è in corso una rivoluzione (almeno per il momento). Tuttavia, queste parole di Trotsky sono molto pertinenti. In Iraq, la classe operaia è stata atomizzata e anche parzialmente sterminata in guerre reazionarie condotte dall’imperialismo e dalle fazioni della borghesia nazionale; il regime instaurato dal 2003 è uno dei più repressivi della regione.

Tutto questo rende molto difficile (anche se non impossibile) l’organizzazione dei lavoratori ed allo stesso tempo mette in evidenzia il coraggio di questi giovani e lavoratori che scendono a manifestare per i loro diritti e per una vita dignitosa. In Libano, sebbene la situazione sia meno degradata che in Iraq, il regime clericale è un grosso ostacolo all’organizzazione dei lavoratori, per non parlare della violenza politica che esiste nel paese.

In Cile, anni di dittatura di Pinochet hanno notevolmente indebolito l’organizzazione dei lavoratori. Tutti questi elementi rendono più difficili le condizioni oggettive e soggettive per l’organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori. Tuttavia, i lavoratori e i rivoluzionari dovranno trovare il modo di organizzarsi e prepararsi alle vittorie rivoluzionarie della nostra classe. In ogni caso, questo è ciò che i nostri compagni del Partito dei Lavoratori Rivoluzionari del Cile stanno cercando di fare nel loro paese.

Philippe Alcoy

Traduzione da Révolution Permanente