Ieri pomeriggio dalle 16 al Campidoglio, sotto il Comune di Roma, si è tenuto un presidio organizzato da due importanti realtà cittadine del movimento femminista, il centro antiviolenza autogestito Lucha y Siesta e la Casa Internazionale delle Donne. Circa 200 persone, con esponenti di varie realtà di movimento, hanno partecipato in solidarietà a queste due “istituzioni” del movimento femminista romano e italiano, che rischiano entrambe di venire sgomberate quest’anno.

In particolare, la Casa delle Donne da un anno e mezzo continua la sua attività pur essendo scaduta la convenzione con lo Stato che salvaguardava questo spazio storico del movimento delle donne, che si trova in piena Trastevere, non distante dal Vaticano; Lucha y Siesta vive in un vecchio stabile abbandonato da ATAC che ora, per risanare il suo bilancio catastrofico, batte cassa e punta a vendere quante più proprietà possibili, senza guardare in faccia a chi ha evitato che questo stesso patrimonio cadesse nel degrado – stessa cosa si può dire per la Casa delle Donne, che si vede accollate tutte le spese relative al grande immobile che la ospita, e che non ha nessun riconoscimento per l’importante opera di recupero architettonico che ha portato avanti negli anni.

Il presidio è stato animato da tanti interventi.

Le compagne di Lucha y Siesta hanno ricordato la situazione paradossale, persino per l’ipocrisia delle leggi e delle convenzioni in regime “democratico”, della volontà di chiudere un centro che garantisce 14 dei 39 posti letto di centri antiviolenza romani, ben al di sotto della soglia di 1 ogni 10.000 abitanti come indicato dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013.

Mara Cossutta, presidente della Casa delle Donne, ha sottolineato la gravità dell’enorme ritardo, ben 412 giorni, da parte del Comune di Roma, retto già al tempo dal M5S e dalla sindaca Virginia Raggi. La casa delle donne, ha continuato, è la storia delle lotte, delle conquiste e della libertà delle donne a Roma e nel paese, è un luogo visitato da tante donne italiane e straniere che possono partecipare alle attività e ai servizi che affrontano violenza, disagio, repressione. La Casa contiene, peraltro, l’archivio più importante della storia del femminismo a livello europeo, che rischia di essere disperso, se non peggio.

Diciamo alla sindaca: non puoi fidarti di funzionari e giudici, c’è una scelta politica da fare. Quella delle case è una grande questione politica.

Tanti altri interventi hanno rivendicato lo stop ai bandi e l’estraneità di strutture come queste alle logiche di mercato, ripetendo critiche che da tre anni, incessantemente, vengono mosse alla Raggi senza che la giunta M5S abbia mai rivisto il suo approccio legalitario… sempre a favore di padroni e aziende, e risparmiando milioni di euro approfittandosi della generosità delle iniziative informali, dunque illegali e da perseguire per i paladini della legge borghese, che continuamente riaprono e rigenerano spazi abbandonati dai grandi proprietari privati a Roma come in tutto il paese.

È stato anche ricordato che la decisione di chiudere i luoghi di socializzazione, autogestione ed emancipazione delle donne, anziché di aprirne di nuovi, avviene in un paese che si trova al 76esimo posto nell’indice di gender gap, cioè di disparità nella vita sociale, quotidiana tra uomini e donne.

Il presidio ha registrato un messaggio di solidarietà alla grande giornata di mobilitazione che si tiene nella giornata di oggi in Argentina perché finalmente sia votata in parlamento la legge di legalizzazione dell’aborto.

Lucha y Siesta e la Casa delle Donne sono un patrimonio della città e di tutte le donne, come è stato più volte rivendicato negli interventi del presidio. Ma la sete di profitto, la necessità da parte dei proprietari immobiliari e dello Stato di fare cassa in ogni modo possibile, anche e soprattutto in quelli più rapaci e facili, nega qualsiasi diritto alla gestione popolare degli spazi urbani “di valore” al di fuori de mercato e della dittatura dei grandi proprietari, Chiesa compresa: per questo l’offensiva per sgomberare sistematicamente le occupazioni sociali e abitative non termina mai, e non si ottengono che rinvii e “tregue”. L’affermazione del diritto ad abitare le proprie città e a disporre di tutti gli spazi di cui sfruttati e oppressi hanno bisogno è inconciliabile con la grande proprietà immobiliare, con la rendita, col mercato: la crisi del mattone la paghino i padroni!

Ilaria Canale