Traduciamo questo articolo apparso per la prima volta il 17/02/2026 su La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.
Il Senato argentino ha approvato con 42 voti la “Legge di Modernizzazione del Lavoro”. Fuori, la Polizia Federale ha represso i lavoratori che il governo ha denunciato per terrorismo. I vertici sindacali si sono ritirati con manifestanti ancora in stato di fermo.
C’è una domanda che conviene porsi prima di analizzare qualsiasi riforma regressiva: cos’è la normalità? Non in senso astratto, ma nella sua dimensione politica concreta. La normalità è sempre una costruzione sociale, e quindi di classe, che si regge finché non esiste un termine di paragone che permetta di immaginare qualcos’altro.
I servi della gleba russi potevano soffrire l’inimmaginabile per chi vive in questa parte del mondo nel XXI secolo, ma quella era la loro normalità. Solo chi riuscì a concepire qualcosa di diverso poté plasmare un’altra normalità. La storia dei diritti del lavoro in Argentina non sfugge a questa logica.
Fino all’approvazione della Legge Sáenz Peña era normale una certa modalità di elezione delle autorità: la frode, la proscrizione, il voto palese. Poi il voto maschile divenne obbligatorio e segreto, anche se la partecipazione femminile rimase esclusa per altri decenni. Fino alla comparsa del peronismo, era normale anche l’assenza di diritti per la maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici. Chi serviva lo status quo delle classi agiate poteva godere di alcuni privilegi, ma niente di più.
Il peronismo funzionò da catalizzatore di anormalità necessarie: i diritti. La Costituzione del 1949, cancellata dalla storia argentina come se non fosse mai esistita, ne contemplava molti di più rispetto alla versione ridotta rimasta nell’articolo 14 bis della costituzione vigente, riformata nel 1994. Ma con quell’articolo 14 bis si poterono ottenere conquiste che ruppero con la normalità del patriziato argentino: latifondisti poi divenuti industriali, mescolatisi con altri che ne assimilarono i principi, anche se non sempre integrati nel loro circolo fondatore.
Qui sta la chiave della battaglia culturale che viviamo oggi. Milei non ha inventato nulla: le sue idee vengono da Alberto Benegas Lynch Jr., economista ultraliberista che da decenni fornisce la cornice teorica alle élite economiche argentine. Quelle stesse élite, grandi proprietari terrieri e industriali, che dal 1945, anno in cui il peronismo introdusse i diritti del lavoro, non hanno mai smesso di cercare il modo di cancellarli. Milei è semplicemente il primo politico che è riuscito a rendere popolari quelle idee e a portarle al governo.
La riforma del lavoro che oggi avanza ha come portabandiera Patricia Bullrich Luro Pueyrredón, esponente della sua stessa classe, con Sturzenegger e i Caputo come tramite con i veri estensori, e Milei come nuovo “rivoluzionario” delle classi agiate.
La complicità sindacale non è un incidente
Complicità dei sindacati? Sì. Molti sindacalisti vivono delle messi di quei gruppi poco visibili che si credono padroni dell’Argentina. Per loro esistono due categorie: loro stessi e la gleba insurrezionale che deve tornare al suo alveo. Padrone e servo. Decenni di concubinato tra i dirigenti della CGT e della CTA con quel potere reale li hanno trasformati in guardiani dell’ordine, non in rappresentanti dei lavoratori.
Per anni, le dirigenze sindacali hanno permesso la precarizzazione del lavoro. Sindacati come ATE (Associazione Lavoratori dello Stato) hanno accettato la figura del lavoratore autonomo per chi lavorava nello Stato: lo stesso lavoro non significava più gli stessi diritti né la stessa retribuzione. L’irruzione di Uber contro i tassisti, di Rappi e PedidosYa contro i lavoratori della ristorazione, la proliferazione del lavoro nero, prodotto della stessa mentalità padronale e dell’incapacità dei sindacati di organizzare i più precari. L’informalità che doveva essere l’eccezione è diventata la regola: lavoratori autonomi, partite IVA, emarginati dal sistema.
La miopia dei sindacati cooptati, che si definiscono peronisti mentre funzionano come cinghia di trasmissione del capitale, l’ha accettata come normale. Quella battaglia culturale era già persa prima che Milei mettesse piede alla Casa Rosada.
I cinque assi che colpiscono di più i lavoratori
Il governo ha battezzato il progetto “Legge di Modernizzazione del Lavoro”. Dietro l’eufemismo, cinque trasformazioni concrete che riconfigurano i rapporti di lavoro a favore del capitale. E una trappola per i lavoratori precari: in teoria restano “fuori” dalle sue disposizioni, ma a lungo termine sono i più danneggiati, perché la precarizzazione del settore informale è l’argomento del padrone in ogni trattativa salariale.
Legge di Modernizzazione del Lavoro – Argentina 2025
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ASSE |
LEGGE VIGENTE |
PROPOSTA (art. del progetto) |
CONSEGUENZE PER I LAVORATORI |
| 1. Contrattazione collettiva e ultrattività | Legge 14.250: alla scadenza di un CCNL, questo resta in vigore (ultrattività indefinita) fino alla negoziazione di uno nuovo. Il contratto di ambito più ampio prevale su quello aziendale, salvo che quest’ultimo sia più favorevole al lavoratore (principio di progressività). | Modifica Legge 14.250 (Tit. I, artt. 1-10 del progetto): si elimina l’ultrattività automatica. Alla scadenza del CCNL, restano in vigore solo le clausole normative di base. I contratti aziendali prevalgono su quelli di settore, anche se meno favorevoli. | Il datore di lavoro negozia con il contratto scaduto come leva di pressione. Ogni azienda può imporre condizioni peggiori di quelle di settore. La solidarietà di classe si frammenta azienda per azienda. |
| 2. Indennizzi di licenziamento | Art. 245 LCT (legge 20.744): 1 mese di stipendio per anno lavorato. La base include la retribuzione abituale: stipendio base, integrazioni, quote proporzionali di tredicesima e altre somme. Pagamento unico al momento del licenziamento. | Art. 51 del progetto (modifica art. 245 LCT): si escludono dal calcolo tredicesima, ferie, premi e voci non mensili. Tetto massimo: 3 volte lo stipendio medio del contratto. Pagamento rateale: fino a 6 rate per grandi imprese, 12 per PMI (Art. 51, par. 4). | Indennizzo sensibilmente più basso in termini reali. Il lavoratore licenziato resta senza reddito immediato e incassa a rate. Il licenziamento economico disincentiva la stabilità lavorativa. |
| 3. Orario e salario dinamico | Legge 11.544: orario massimo 8 ore giornaliere/48 ore settimanali. Gli straordinari si pagano con maggiorazione del 50% (giorni feriali) o 100% (sabati dopo le 13, domeniche e festivi). Il salario si definisce nelle trattative collettive. | Progetto, art. che incorpora art. 196 bis LCT: banca delle ore per accordo scritto; giornate lunghe si compensano con riposi, senza pagamento automatico degli straordinari. Art. 104 bis LCT (nuovo): salario “dinamico” — bonus, premi — per decisione unilaterale del datore, senza ultrattività né consuetudine. | Il datore estende le giornate senza costi aggiuntivi. Il salario variabile rompe la contrattazione collettiva: gli aumenti dipendono dal datore, non dalla negoziazione. La competizione individuale sostituisce la solidarietà di classe. |
| 4. Lavoratori delle piattaforme | LCT art. 23: presunzione di rapporto di lavoro subordinato in presenza di prestazione personale e retribuita. La giurisprudenza maggioritaria riconosceva il vincolo di dipendenza per i rider delle app. Diritto a mutua, indennizzo, ferie e tredicesima. | Titolo XII del progetto: crea la figura del “prestatore indipendente” per piattaforme di consegna e trasporto. Dichiara espressamente che non esiste rapporto di lavoro subordinato. Obbliga le app a stipulare solo un’assicurazione infortuni (unico beneficio). Fatture/ricevute operano come prova di indipendenza. | Migliaia di lavoratori di Rappi, PedidosYa e Uber restano fuori dalla LCT. Senza indennizzo, senza mutua di categoria, senza tredicesima. La precarizzazione di fatto viene legalizzata; il “pavimento” che trascina verso il basso tutta la contrattazione formale. |
| 5. Diritto di sciopero e statuti speciali | Legge 25.877: servizi essenziali (sanità, sicurezza) con presidi minimi. Istruzione, trasporti e altri settori non erano considerati essenziali. Statuto del Giornalista (Legge 12.908), del Rappresentante di Commercio (Legge 14.546) e del Telelavoro (Legge 27.555) vigenti. | Modifica Legge 25.877: istruzione, trasporti, sanità, energia, logistica e commercio digitale diventano “essenziali” (75% di copertura minima) o “di rilevanza sociale” (50%). Art. 20 ter Legge 23.551 (nuovo): i picchetti configurano infrazione grave; autorizzano il licenziamento per giusta causa. Abroga Leggi 12.908, 14.546 e 27.555 (termine 6 mesi dalla promulgazione). | Lo sciopero nei settori chiave diventa praticamente impraticabile. I lavoratori che partecipano a picchetti possono essere licenziati per giusta causa. Giornalisti e rappresentanti perdono i loro statuti protettivi specifici. Il diritto di sciopero resta solo sulla carta. |
Nota: LCT = Ley de Contrato de Trabajo (Legge sul Contratto di Lavoro), equivalente allo Statuto dei Lavoratori italiano.
Fonte: Senato della Nazione Argentina – testo ufficiale del progetto (PE-159/25 OD-699/25
La piazza ha detto no. Lo Stato ha represso.
Mentre il Senato votava dopo l’una di notte, fuori le forze federali disperdevano i lavoratori concentrati davanti al Congresso. Il bilancio: decine di fermati e feriti, secondo quanto riportato da InfoRegión e dai media presenti. Organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’uso sproporzionato della forza e richiesto l’intervento della magistratura.
La risposta del potere è stata ancora più rivelatrice della legge stessa. Il governo Milei ha denunciato per “terrorismo” i manifestanti fermati, una fattispecie penale applicata a lavoratori che esercitavano il diritto costituzionale di manifestare. Dai banchi della maggioranza al Senato si rivendicava apertamente la repressione come parte di una politica sistematica in atto dal dicembre 2023.
La CGT ha guidato la mobilitazione, ma il suo ruolo è stato segnato dalle contraddizioni di sempre: hanno puntato sulla manifestazione come carta di pressione sui senatori, senza convocare lo sciopero generale che avrebbe davvero paralizzato il paese. Altri sindacati più combattivi hanno chiamato alla sospensione delle attività per alzare la tensione sulla votazione, esponendo la frattura tra la dirigenza burocratica e i settori che conservano ancora indipendenza di classe. Il risultato era prevedibile. L’istituzionalità parlamentare non ha fermato nulla. Non l’avrebbe mai fatto.
Cosa viene dopo: la domanda che il movimento operaio non può eludere
La norma passa ora alla Camera dei Deputati. La lotta non è finita. Ma la domanda che il movimento operaio non può più evitare è se la risposta continuerà a essere la pressione istituzionale sul Parlamento, con mobilitazioni che finiscono quando la CGT decide di ritirarsi, ci siano o meno compagni in stato di fermo, o se si comincerà a discutere seriamente dello sciopero generale come strumento di classe.
Non uno sciopero smobilitante che l’apparato burocratico convoca per bruciare energie e poi negoziare dall’alto. Uno sciopero che paralizzi. Milei e i suoi sanno quello che fanno: sanno che la “normalità” che stanno instaurando richiede una classe lavoratrice atomizzata, precarizzata e senza memoria dei propri diritti. La storia ha la sua risposta su cosa sia capace di cambiare quella normalità. E non si trova nei corridoi del Senato.
Guillermo Gettig – Membro di “Autoconvocados por la Cuenca del Senguer”
Redazione Internazionale La Izquierda Diario
Rete di 15 giornali online militanti, in 7 lingue, animati dalla Frazione Trotskista per la Quarta Internazionale (FT-QI), di cui La Voce delle Lotte è la testata in Italia.