Da settimane, ormai, l’Italia si trova a fronteggiare una crisi sanitaria di ampie proporzioni, difficile da contenere e ancora in espansione. La diffusione del nuovo covid-19 ha portato al limite della sopportazione il sistema sanitario nazionale, mostrandone i deficit e le inadeguatezze. A farne le spese, ovviamente, sono le fasce più deboli della popolazione, senza contare il peggioramento delle condizioni di lavoro degli operatori sanitari impiegati nelle aziende ospedaliere e nelle attività di soccorso extraospedaliero. Una crisi che non si risolverà nella scia delle politiche sanitarie di questo e dei precedenti governi.


Quanto deve sorprenderci il collasso della Sanità pubblica italiana?

I dati parlano chiaro: quella del sistema sanitario era una crisi già annunciata.
Il finanziamento pubblico riservato alla sanità, infatti, è diminuito di circa 37 miliardi di euro negli ultimi 10 anni di cui, la maggior parte (circa 25 miliardi), sono stati sottratti nel periodo 2010-2015.
 Un taglio che si traduce inevitabilmente in un calo nel livello di assistenza: negli ultimi 10 anni, sono 359 i reparti chiusi, oltre ai numerosi piccoli ospedali riconvertiti o abbandonati. Si stima che ad oggi le strutture ospedaliere attive siano circa 1000 su tutto il territorio nazionale, di cui 482 sono aziende private. La disponibilità di posti letto per degenza ordinaria si ripartisce in 151.646 unità per le strutture pubbliche e 40.458 per le strutture private, registrando un taglio di circa 70.000 posti letto nell’ultimo decennio. Nello specifico, parlando di terapie intensive, oggi quanto mai essenziali nella lotta al nuovo coronavirus, i posti totali sono circa 5.090, circa il 30% in meno rispetto al 2001.

Le proporzioni tra pubblico e privato peggiorano se si parla di laboratori e ambulatori territoriali in cui il settore privato registra un certo vantaggio (circa il 60,4% ) soprattutto al Sud riportando percentuali altissime in regioni come la Campania e la Sicilia (oltre l’80%).

Per quanto riguarda le assunzioni di personale, lo scenario non cambia ma anzi, se possibile, peggiora. I sindacati delle professioni sanitarie, denunciano una carenza di personale infermieristico di oltre 30.000 unità e il rapporto tra infermiere-numero di pazienti può variare da 1:9 nelle regioni del Nord Italia a situazioni al limite del possibile con un rapporto 1:17 negli ospedali del Sud Italia (primi tra tutti quelli della regione Campania). Senza contare l’anzianità degli operatori sanitari impiegati ad oggi. Il 40% degli infermieri, ad esempio, è nella fascia tra i 40 e i 49 anni, il 36% nella fascia tra i 50 e i 59 anni e solo il 14% è nel rane tra i 30 e i 39 anni. Di questi, troppi sono impiegati in cooperative lavorando senza certezze e senza tutele, con stipendi ingiustificatamente più bassi (anche di centinaia di euro) rispetto ai lavoratori dipendenti direttamente dalle aziende ospedaliere. Senza contare i lavoratori super sfruttati del soccorso extraospedaliere che, per turni che arrivano anche a 12-18 ore, guadagnano cifre minime , obbligati spesso ad aprire partite iva o ad essere retribuiti attraverso finti rimborsi spese, figurando ufficialmente come volontari.

I dati statistici ci mostrano, quindi, un sistema di assistenza a cui a colpi di leggi di bilancio, negli anni, sono stati sottratti fondi e gli strumenti non solo per arrivare preparati a gestire un’emergenza come quella che stiamo vivendo in questi giorni, ma anche per poter far fronte adeguatamente alle necessità dei cittadini in condizioni non critiche.
La scarsità dei fondi economici indirizzati alle strutture ospedaliere causano troppo spesso la mancanza di presidi necessari per lo svolgimento delle quotidiane attività di assistenza e di dispositivi di protezione individuale che espone i lavoratori della sanità ad un rischio altissimo e continuo. La scarsa qualità dei servizi sanitari, le attese estenuanti nei pronto soccorso, l’inefficienza delle strutture per mancanza di fondi e mezzi, espone inoltre, il personale sanitario a continue aggressioni (di certo non giustificabili nella violenza), sintomatiche però dell’enorme disagio degli utenti in un momento estremamente delicato come quello della sofferenza fisica e psicologica.

A perderci, insomma, sono come sempre i cittadini e i lavoratori.

 

Quali sono le soluzioni adottate dal governo per fronteggiare la crisi?

Dovendo fare i conti con il fatto che le assunzioni di personale sanitario sono evidentemente inadeguate rispetto alle necessità del sistema, lo Stato prevede ora «la possibilità di procedere al reclutamento di professionisti sanitari (anche dei medici specializzandi iscritti all’ultimo e penultimo anno), con incarichi di lavoro autonomo, anche co.co.co, della durata massima di 6 mesi, prorogabili a seconda del perdurare dell’emergenza». Inoltre, nonostante la chiusura delle scuole e delle università, non sono stati sospesi né i tirocini compresi nel piano di studio dei corsi di laurea per le professioni sanitarie (per cui non esiste alcun tipo di retribuzione), né quelli previsti per i medici in formazione specialistica. Questo, ovviamente garantirà un esercito di lavoratori-studenti che contribuirà a sopperire, come sempre, alle carenze di personale. Per superare la necessità di posti letto, invece, le aziende private stanno mettendo a disposizione alcune centinaia di unità per supportare il servizio pubblico. Lo stesso è stato chiesto alle strutture sanitarie militari che oltre ad alcune centinaia di posti letto, stanno inviando personale medico e paramedico a coadiuvare il personale sanitario già presente in alcune strutture ospedaliere.

Queste misure fanno però comprendere che si sta gestendo la situazione attuale soltanto nella contingenza legata all’emergenza causata dalla diffusione del nuovo coronavirus, e non come un collasso strutturale del sistema sanitario che porta alla luce gli effetti di anni di politiche scellerate le le cui conseguenze erano visibili ben prima di qualche settimana fa. Lo dimostra il fatto che, tutte le misure adottate sono assolutamente provvisorie. Le assunzioni di personale, ad esempio, saranno a tempo determinato, precarizzando ulteriormente una fetta di giovanissimi neolaureati che pur di introdursi nel mondo del lavoro, saranno costretti a spostarsi, anche a centinaia di chilometri da casa, spendendo parte di quello che sarà uno stipendio minimo per mantenersi. I fondi stanziati per la risoluzione della crisi sanitaria, poi, non si configurano in un piano di continuità per il miglioramento del servizio sanitario che prescinda dalla situazione attuale, ma saranno un ricordo lontano quando, a crisi risolta, la sanità pubblica riverserà nelle stesse condizioni precarie in cui riversava anche prima dell’emergenza.

 

Quale programma per risolvere la crisi del sistema sanitario dentro e fuori l’emergenza del covid-19?
La risoluzione della crisi del servizio sanitario nazionale, non può essere risolto solo nei limiti dei disagi legati all’emergenza da covid-19, ma va affrontata nel suo insieme come un elemento centrale del sistema capitalista in cui i profitti hanno maggiore rilevanza della salute dei cittadini, con misure da mantenere oltre la situazione d’emergenza.
Nella situazione attuale, tra le altre, sono centrali alcune misure urgenti:

_La confisca senza indennizzo di tutte le strutture mediche private (ambulatori, laboratori, strutture ospedaliere, case di cura, mezzi di soccorso…), degli ospedali militari e dell’industria farmaceutica perché vadano sotto controllo pubblico: la salute delle persone vale più di ogni profitto!

_L’unificazione del sistema sanitario nazionale, superando la sua attuale divisione su base regionale, respingendo ogni progetto di autonomia differenziata, e l’innalzamento della spesa sanitaria, al minimo!, al 9% del PIL, la media nella UE;

_Il mantenimento a tempo indeterminato di tutte le figure professionali che saranno assunte durante l’emergenza; la creazione di piani di assunzione per colmare le mancanze di personale nel minor tempo possibile, superando il ricatto economico delle cooperative;

_La retribuzione dei tirocini universitari, a partire da quelli per le professioni sanitarie, che vedono la gioventù in prima linea nell’affrontare la crisi sanitaria: basa lavoro gratuito, basta supersfruttamento!

_Unificazione del servizio di soccorso extraospedaliero a livello nazionale, superando il sistema sfruttatore del finto volontariato e del lavoro in nero, con adeguamento degli stipendi secondo il CCNL;

_La storia di tagli, corruzione e malasanità anche nel settore pubblico non fa che confermarci che il semplice potenziamento della sanità pubblica non basta. Tutto questo processo di strutturazione e di rilancio della sanità pubblica deve essere diretto e controllato da commissioni formate dalle organizzazioni sindacali e delle professioni sanitarie, da comitati d’azienda, associazioni di pazienti e utenti della sanità, che garantiscano un sistema sanitario al servizio delle necessità della classe lavoratrice e dei settori popolari.

Ilaria Canale