Un paese in ginocchio per un’epidemia difficile da contrastare, chiamate alla “responsabilità” per la vita sociale quotidiana, le scuole e le università, ma l’hashtag #iorestoacasa sembra proprio non valere per gli operai.

La rivolta dei lavoratori in vari settori è però già cominciata: sotto pressione dello sciopero, chiuso lo storico stabilimento FCA di Pomigliano!


Prima del nuovo decreto per la prevenzione del CoVid-19, Antonio Matonti, direttore dell’Area Affari Legislativi di Confindustria, ha dichiarato con fare soddisfatto di essere riuscito, attraverso un lungo lavoro di interlocuzione con il governo, a introdurre nel decreto la famosa deroga per “comprovate esigenze lavorative”. Mentre fioccano in tutto il paese, anche da personalità della vita pubblica come sportivi, musicisti, attori e letterati, gli appelli a restare in casa per evitare il più possibile rischi di contagio, Confindustria riesce a tutelare gli interessi della produttività (leggi, del profitto). Nonostante si parli di “promuovere la fruizione da parte dei lavoratori dipendenti dei periodi di congedo ordinario e di ferie”, si tratta palesemente di una situazione con due pesi e due misure: si chiudono scuole e università, bloccando lezioni, esami e sessioni di laurea; si invita la popolazione a barricarsi dentro la propria abitazione, pena lo spargimento di anche solo un microbo che possa rivelarsi fatale per anziani e soggetti immunodepressi, eliminando la socialità negli spazi urbani al fine di evitare possibili focolai all’esterno di locali e luoghi tipici della movida, e soprattutto si chiede a manager, padroni e capitalisti vari di avere prudenza negli spostamenti e nella frequentazione di ogni luogo, a partire dai luoghi di lavoro dove più avviene l’assembramento.

Sembra che questo timore non sia condiviso per l’esercito di operai, lavoratori dipendenti, e precari che ogni giorno, spalla a spalla, affrontano le già precarie condizioni della vita di fabbrica, di porto, di magazzino – il primo “bollettino nero” dell’INAIL parla, a febbraio 2020, già di 52 morti sul lavoro, un numero che ovviamente continua a crescered.

La realtà sembra parlare chiaro: non solo le morti bianche non importano al padronato, ma nemmeno la tutela di chi, da vivo, in piena emergenza epidemica, deve comunque lavorare, o si trova a casa da un lavoro precario: non solo, infatti, numerosissimi lavoratori del settore terziario, dalla ristorazione alle ampie fasce del lavoro turistico, fino ai settori dell’intrattenimento (tecnici di luci e suono, montapalchi, operatori di sala nei cinema, ad esempio), e altrettanti impiegati nell’istruzione in veste di supplenti e insegnanti precari, si trovano stipendio bloccato e un rischio costante di perdere il posto, ma l’accesso al lavoro telematico e al telelavoro sta risultando estremamente complesso.

Da un lato, il capitale necessita che i lavoratori continuino a creare plusvalore, dall’altro riduce ogni possibile (miserrima) garanzia che essi possano ritrovarsi; ogni scusa è buona, anche un’epidemia che ci dovrebbe vedere interamente concentrati ad assicurarci che nessuno contragga un virus così fortemente contagioso: la borghesia sempre cercherà di massimizzare i suoi profitti a danno della classe operaia che, esposta e maltutelata da anni di lassismo e asservimento da parte dei sindacati confederati, si trova malpreparata a rispondere a questa, ennesima, offensiva (a maggior ragione in settori come quelli citati, dove la flessibilizzazione operata negli ultimi 30 anni non ha ricevuto risposta reale alcuna, nella fase in cui veniva teorizzata e in quella in cui veniva messa in pratica nei vari contesti quotidiani di lavoro). Le difficoltà di queste categorie, però, hanno un punto di incontro significativo quando si tratta di identificarne causa, modus operandi, linguaggio e funzionamento: i capitalisti italiani, coloro che da decenni speculano e sfruttano, mobilitando la politica borghese a tutelare i loro interessi, stanno solo muovendosi per rifarlo: viene da ridere quando, ad esempio, Confindustria provi a passare come possibilmente decisive anche per i dipendenti nel fronteggiare quest’ultima crisi le sue 20 proposte rivolte al governo Conte. Tra queste “illuminanti” e “filo-operaie” proposte, la “sospensione dei versamenti e degli adempimenti tributari, contributivi e assistenziali e relativi all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, compresi quelli relativi alle ritenute e ai tributi locali, e, alla scadenza, previsione di un periodo congruo di rateazione dei pagamenti sospesi”, oppure “sospendere, per il periodo d’imposta 2020 (e 2019, per la maggiorazione Ires), la plastic tax, la sugar tax e la maggiorazione Ires sui concessionari autostradali, aeroportuali, portuali e ferroviari”.

Piani rivolti a ottenere gli ennesimi tagli alle imposte, la riduzione delle garanzie per i lavoratori, concessioni ulteriori anche a livello di pratiche giudiziarie, proprio in momenti in cui grandi imprese potrebbero trovarsi di fronte a giudici per questioni quali evasione, frode, infortuni vari sul luogo di lavoro o, addirittura, le morti bianche di cui prima.

Gli operai FCA di Pomigliano vanno in sciopero contro le politiche padronali sulla crisi sanitaria!

È in questo contesto che, all’indomani della dichiarazione di tutto il territorio come “zona protetta” da parte del governo, e dell’introduzione della deroga “per conclamate cause lavorative”, gli operai dello stabilimento FCA di Pomigliano d’Arco, in maniera del tutto spontanea, hanno incrociato le braccia e sono andati in sciopero. Lo stabilimento, già teatro di momenti di grande combattività operaia negli anni scorsi, si è dimostrato ancora una volta pronto a rispondere con determinazione a questa nuova contraddizione posta da borghesi e politicanti a loro affini: rifiutano di lavorare in un contesto, come quello della fabbrica di produzione automobilistica, con turni massacranti e condizioni decisamente inadatte alla prevenzione di un virus potenzialmente letale. I lavoratori, quindi denunciano la mancanza delle corrette misure per rispondere all’emergenza sanitaria, anche alla luce della presenza di maestranze con invalidità.

L’azienda, dopo aver trattato con i dirigenti sindacali confederali, ha dapprima sospeso limitatamente le attività, per poi dichiarare la chiusura e la disinfezione dello stabilimento, che – forse – riaprirà dopo il 16 marzo.

A Pomigliano è andato in scena un esempio di cosa si può fare in una fase così critica per il capitalismo italiano e mondiale: lo sciopero continua ad essere l’arma primaria dei lavoratori nella lotta tra essi e i capitalisti.

Sono gli operai, con la loro forza, che pongono le contraddizioni reali della società di fronte a una risposta reale di lotta, in questo caso, non burocrati sindacali che più di una volta hanno svolto la sola funzione di acquietare il vento delle lotte che spingeva su Pomigliano!

La piena solidarietà della Voce delle Lotte e della FIR va a loro e a chiunque, nei prossimi giorni, deciderà di fermare macchinari e produzione per rivendicare la propria incolumità, una vita migliore e un futuro che valga la pena di essere vissuto. Ma le categorie devono convergere: precari, operai, immigrati hanno bisogno di lottare uniti, sulla base di rivendicazioni comuni concrete: per la sospensione immediata di tutte le attività lavorative non immediatamente necessarie, senza alcun taglio ai salari; per la corretta igienizzazione degli stabili, la distribuzione di mascherine, guanti, e disinfettante, l’introduzione di una normativa che vada realmente a rendere sicuro il luogo di lavoro e l’attività in loco, l’accesso al telelavoro e al lavoro telematico, pienamente retribuito anch’esso. Lottare – solo “contro la crisi sanitaria”?

La radice del problema e della crisi sociale che oggi ci troviamo a subire: il capitalismo! e chi, nei vari contesti sociali, ne fa da incarnazione e puntello.

Tanto si è proseguito coi tagli alla sanità, ad esempio, che hanno ridotto il servizio sanitario nazionale in condizioni tali da non poter realmente affrontare il Coronavirus con la forza necessaria: le responsabilità di ciò, oggi come quando questi tagli sono stati effettuati, non sono né “morali” né tanto meno “generazionali”, come alcune fasce della sinistra riformista sembrano talvolta sottintendere: sono politiche, praticate a difesa proprio di quei capitalisti che oggi, con totale serenità, affermano di poter restare a casa quando i loro operai continuano, in condizioni già precarie, a produrre la reale ricchezza di cui dispongono. Passeranno i giorni del coprifuoco generale e tornerà l’urgenza di non restare più a casa, ma di costruire un fronte unico di lotta, sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei territori, con ogni mezzo necessario: un modo non solo per attaccare e scalfire il presente, ma anche per storicizzare il passato e plasmare un futuro migliore: un futuro che identifichiamo con la democrazia operaia, con la fine delle classi, dello sfruttamento; con il comunismo.

Luca Gieri