La perdita del lavoro da parte di milioni di persone e la povertà ancora più diffusa negli USA hanno portato alla larga diffusione di una parola d’ordine nel paese: smettiamo di pagare l’affitto! Il primo aprile, questo mercoledì, parte lo sciopero degli affitti.


La crisi sanitaria negli Stati Uniti sta avendo ricadute economiche, politiche, sociali enormi. Il paese conta il più alto numero di infetti nel mondo, oltre 120mila, e già più di 2.000 morti. È stato stimato che un quinto della forza-lavoro sia rimasta senza salario per licenziamenti e chiusure varie. In un paese in cui la parte di popolazione che vive in affitto è significativamente più alta rispetto a paesi come l’Italia, la questione abitativa e del pagamento degli affitti è diventata argomento di discussione in tutto il paese.

Mentre a livello federale, come in moltissimi altri paesi, almeno temporaneamente (e si dovrà vedere quanto effettivamente), i pignoramenti e gli sfratti sono stati bloccati, resta il problema di tutti coloro che hanno perso il lavoro, o sono a casa da lavoro senza malattia retribuita e si trovano, questo primo di aprile, a dover pagare l’affitto per evitare di essere cacciati per strada. Questa è solo una delle tantissime conseguenze del blocco delle attività lavorative che ha travolto gli Stati Uniti, e che gli esponenti del Partito Democratico, senza alcuna prospettiva che vada oltre la “messa in sicurezza dello spazio comune e del luogo di lavoro”, non hanno saputo (e voluto) affrontare per quanto riguarda il qui e ora: sono in momenti di crisi come questo che le grandi contraddizioni sociali del capitalismo diventano pressanti, urgenti per tutti, anche per la popolazione delle grandi potenze.

Difatti, in America, una percentuale di contribuenti che varia dal 50% al 74% a fatica arriva alla fine del mese con il proprio stipendio, con salari che possono arrivare anche a 350.000 dollari annuali che, in città come New York o San Francisco, non possono nemmeno più considerarsi da “ceto medio”, garantendo invece il minimo indispensabile per la sopravvivenza di una persona single. In questo quadro risulta assolutamente non “generoso”, anzi!, il provvedimento di Trump attraverso cui ogni americano avrebbe ricevuto un assegno di $1200 al mese ($2400 per coppie, con bonus di $500 a bambino per le famiglie). Una parte di un più ampio piano dal valore di duemila milardi di dollari dove, però, la maggior parte del denaro andrà a finanziare imprese e grandi investitori.

Mentre tutto ciò stava venendo discusso, è emerso prima un profilo twitter e poi un sito internet dal nome di “Rent Strike 2020”, dietro ai quali starebbe “una organizzazione di attivisti che mirano a costruire una comunità nazionale di mutuo sostegno e reale potere operaio nel mezzo della pandemia del Coronavirus.”. In maniera quasi del tutto spontanea, partendo da città metropolitane importanti di tutto il continente nordamericano (le prime adesioni sono arrivate da quartieri delle città di Seattle, Portland, Atlanta, Montreal, Tucson, New York e tante altre), migliaia di attivisti hanno cominciato a far girare in rete l’hashtag #rentstrike2020, con l’obbiettivo di creare in tempo per il primo di aprile una rete telematica di sostegno per tutti coloro che volessero boicottare il pagamento dell’affitto.

“La nostra prima rivendicazione è molto semplice”, si legge sul sito ufficiale della campagna, “spingere ogni governatore, ogni sindaco, chiunque ne abbia il potere, ad assicurare un blocco di due mesi dei pagamenti degli affitti, dei mutui residenziali e degli utili (servizi igienico-sanitari, luce, gas, acqua e internet), al fine di permettere alle famiglie operaie di poter fare ciò che c’è di necessario per prepararsi adeguatamente alle misure sociali complesse che verranno prese per appiattire la curva del contagio”. I partecipanti associati alla campagna, quando non direttamente facenti capo ad essa, fanno parte di numerose associazioni civiche locali e nazionali (come Youth Climate Strike), collettivi, partiti politici (che vanno da tendenze socialdemocratiche come il Rose Caucus, a riformisti di sinistra come Socialist Alternative, finanche a partiti di ispirazione marxista e gruppi anarchici), ma anche tantissimi cittadini non associati, spesso alle prese con la prima mobilitazione attiva delle loro vite. All’alba del primo di aprile, anche alcuni esponenti della sinistra Dem, come Ilhan Omar, si sono espresse in favore dello sciopero, ma la tempestività e la spontaneità della campagna ha colto tutti impreparati, compresa la campagna Sanders, che si è limitata a spingere a oltranza un discorso di Bernie Sanders dove chiedeva il blocco degli affitti, e il suo piano “Housing 4 All”, l’equivalente edilizio del famoso “Medicare 4 All” che ha catalizzato il dibattito pubblico elettorale nei mesi delle primarie, prima che il virus fermasse anche quelle. Il senatore, però, non si è ancora spinto a sostenere lo sciopero – non che questo avrebbe cambiato il corso della mobilitazione…

Mentre questo aggiornamento viene scritto, la campagna ha già raggiunto anche l’Europa e il Sud America: ci si aspetta uno sciopero contemporaneo a quello americano nel Regno Unito, dove gruppi come Cut the Rent, che già in precedenza si era occupato di uno sciopero studentesco degli affitti, si preparano ad un’offensiva nazionale per andare a colpire il governo, che sembra stare sottovalutando non solo gli aspetti medico-sanitari della pandemia, ma anche tutto ciò che coinvolge aspetti socio-economici e che avrà conseguenze a lungo termine sulla vita della classe lavoratrice, della comunità studentesca, e di tutti coloro che sono più esposti alle crisi fabbricate dal capitale. Si tratterebbe di una svolta transcontinentale di una portata che poche altre mobilitazioni hanno avuto negli ultimi anni: si pensa allo sciopero globale per il clima, che però ha avuto molto più tempo per crescere e strutturarsi (oltre ad aver incassato il supporto di soggetti internazionali che ben poco hanno a che spartire con chi realmente si batte per fermare la catastrofe climatica), ma tornano più che altro alla mente lo sciopero di Amazon di due anni fa e il McStrike del 2016 e il 2017, che in America era riuscito ad ottenere l’abolizione dei cosiddetti contratti “a zero ore”.

Come obbiettivo di lungo termine, la campagna Rent Strike “la costruzione di una struttura di sciopero che possa permettere alla classe operaia americana di combattere gli interessi dei ricchi e rispondere agli aspetti devastanti della crisi in maniera sicura”. Per il poco tempo che gli attivisti hanno avuto, si tratterebbe già di una conquista incredibile, se dovesse arrivare già dal primo di aprile. La sfida che si trovano davanti sembra estremamente complessa, anche alla luce del fatto che gli USA, già un continente immenso dal punto di vista geografico e demografico, non sono ben avvezzi storicamente allo stabilimento di nuovi sindacati nazionali combattivi: l’egemonia delle strutture storiche del sindacalismo, come l’AFL-CIO (che ancora non sembra voler dichiarare lo sciopero generale, tanto meno sembrerebbe non voler sostenere questa iniziativa), che da quarant’anni si pongono in maniera servile verso le élite del paese (se non, ad esempio, in settori specifici, come per i metalmeccanici dello UAW, “la FIOM americana”), e il peso combinato di decenni di politiche antioperaie, che partono dal primo governo Reagan, ma vedono la più recente new entry tra di loro nella combinazione di scelte del governo Trump dell’anno scorso che hanno drasticamente indebolito il fondamentale National Labor Relations Act, rendono la vita estremamente difficile per questa giovane campagna. Inoltre, portare il messaggio e l’azione in territori non toccati da tutta una serie di dinamiche più “urbane”, come gli stati rurali del sud e del Midwest, si dimostra oggi e si dimostrerà in futuro una sfida decisamente complessa. Ma la natura ancora fortemente non strutturata e spontanea delle iniziative proposte (tanto che addirittura non si capisce se debba nascere un sindacato nazionale sulla cresta della campagna) rende la vita difficile anche ai loro oppositori. L’hashtag si è diffuso come un fuoco estivo, e ormai la maggior parte del mondo militante anglofono attende con impazienza la fatidica data del primo di aprile. Certo, qualora dovesse funzionare, le prospettive che si aprirebbero per espandere la lotta a settori cruciali dell’economia, come della vita sociale, sarebbero numerose e potenzialmente devastanti per la borghesia e i suoi rappresentanti statali, in ogni nazione si trovino. Sarebbe un segnale importante di riscossa che andrebbe anche a colpire le burocrazie sindacali, che, dopo la figuraccia di due anni fa, quando vennero “scavalcate a sinistra” dalla propria base, nel grande sciopero dell’istruzione in West Virginia, si troverebbero ancora una volta ad essere messe in discussione su tutti i punti di vista.

Mentre tutti aspettano a vedere se, veramente, la classe lavoratrice americana sia pronta e disposta a fare sciopero, il minimo che possiamo fare è rilanciare il nostro sostegno a questa campagna, aspettando ciò che verrà per impuntare una discussione su come politicizzare ulteriormente la questione della casa, appoggiando i progetti di unificazione delle lotte dei tantissimi collettivi a difesa del diritto all’abitare, a “casa nostra” come negli Stati Uniti. A differenza che da noi, però, le sofferenze di questi comitati hanno poco spesso visto corrispondere l’attenzione che avrebbero meritato, per tutta la fatica e l’impegno impiegati da persone comuni con molto da perdere. E, lo si lasci dire, sarebbe una bella soddisfazione soprattutto per loro, se questa mobilitazione andasse a buon fine: per tutti coloro che il problema, il “grande malato”, lo avevano identificato prima, quando non c’era una pandemia che si chiamava Covid, ma che si chiamava solo capitalismo.

 

Luca Gieri