Col progressivo diffondersi della pandemia di Covid-19 in Italia, dal 30/01/2020 al 28/03/2020, è stato tutto un susseguirsi di DPCM, DL e Decreti Regionali di attuazione che hanno ogni volta imposto forme di restrizione maggiori, prima solo nella zona rossa poi in tutta Italia. Contemporaneamente si sono messi in atto provvedimenti per la tutela della salute e per gli ammortizzatori sociali ed economici necessari per le famiglie, i dipendenti, le imprese e le spese sanitari.

In nessuno di questi, tuttavia, è stata presa in esame la problematica della tutela dei lavoratori precari e dell’universo sommerso dei lavoratori in nero, peggio se senza regolare permesso di soggiorno. Le stime effettuate sui numeri del lavoro in nero comprendono di solito tre categorie: la grey economy legata alla mancata o parziale dichiarazione dei redditi; gli irregolari, cioè lavoratori precari o a tempo determinato che, per conservare il lavoro, accettano che in busta paga siano conteggiate un numero molto inferiore di ore rispetto a quelle realmente lavorate; i lavoratori realmente in nero, senza alcun contratto e per questo invisibili.

Le stime ufficiali del 2018 sul lavoro in nero parlano di 3.300.000 lavoratori, ma oggi, considerato il costante incremento registrato dai vari studi su questo fenomeno a partire dal 2005, potremmo essere arrivati intorno ai 4 milioni. Tra questi una fetta considerevole è rappresentata dai lavoratori domestici come colf, baby sitter e badanti. Su circa 2 milioni di persone che lavorano in questo settore si stima che circa 865 mila lavorino al nero.

La Dott.sa Nicoleta Sprinceana, presidente dell’associazione ICSA-WISP (International Center for Studies and Analysis-Work, Immigration, Social Policies), citando i risultati parziali dello studio “Dietro le quinte – dove finiscono le badanti” condotto da tale associazione, ci ha spiegato che

alla fine del 2018, solo 858.000 erano iscritti all’INPS, 456.000 colf e 402.000 badanti, fra questi il 93% sono donne, il 74% stranieri (più di 640.000). Tra i badanti il 60% sono conviventi, gli altri offrono servizi di assistenza ad ore. I dati ISTAT però rilevano che, in Italia, gli anziani bisognosi di assistenza sono più di un milione. Questo consolida l’ipotesi che il numero dei lavoratori in nero sia molto più alto di quello stimato.

Il numero di tali lavoratori, prosegue la Dott.sa Sprinceana, potrebbe arrivarea quasi 910.000, secondo gli esiti in corso di verifica ottenuti incrociando i dati di varie fonti: ISTAT, INPS, Carias, ACLI-COLF, IRS, ASL”.

Teoricamente badanti e colf con contratti regolari non hanno problemi particolari, neanche per gli spostamenti da e per l’abitazione del datore di lavoro, finché continuano la loro prestazione. Ma che succederebbe se in questo periodo il datore di lavoro o lo stesso dipendente, per paura del contagio, decidessero di sospendere il contratto in essere? Per le badanti non esiste cassa integrazione; le modalità possibili, che vanno concordate fra le 2 parti, attualmente sono: ferie (di cui si può usufruire anche se non ancora maturate), permessi retribuiti, che vengono entrambi pagati dal datore di lavoro al 100% e permessi non retribuiti.  Se il lavoratore fosse in malattia o, in questo periodo, in quarantena, avrebbe diritto alle ferie pagate.

Nel caso in cui però la sospensione o rottura del rapporto lavorativo avvenisse ai danni di un lavoratore senza contratto e, come spesso accade, non in regola con il permesso di soggiorno, questi non avrebbe diritto a nulla e si ritroverebbe senza retribuzione e senza casa, nel caso di un badante h24, oltre che nell’impossibilità di cercare altri lavori come colf o badante, visto il divieto di circolare senza un giustificativo verificabile. Questo purtroppo vale anche per lavoratori che non sono stati licenziati, ma che non hanno documenti regolari da mostrare nel caso venissero controllati durante gli spostamenti.

Le testimonianze di lavoratrici colpite da questo stato di cose si sono moltiplicate negli ultimi giorni sulle varie testate giornalistiche. Una di loro, intervistata dall’Internazionale, ha raccontato che, fino a prima del coronavirus, aveva le chiavi di 6 appartamenti in vari quartieri di Roma dove si recava per fare le pulizie e, al bisogno, stirare i panni. Adesso alcuni dei suoi “datori di lavoro” le hanno chiesto le chiavi e le hanno detto di non andare più, mentre dagli altri non può più comunque andare perché, anche tralasciando i controlli, per recarsi al lavoro prendeva metropolitane, tram e autobus e, adesso che per le strade e sui mezzi di trasporto non c’è più quasi nessuno, la folla non le garantisce più l’anonimato di cui ha bisogno, dato che non ha i documenti in regola. Alina, quarantenne russa intervistata dalla Stampa, faceva la badante ad una anziana che viveva sola. Adesso il figlio è in cassa integrazione, alla madre badano lui e la moglie e lei da un giorno all’altro ha perso lavoro e casa. M. infine, intervistata dal Giornale, è venuta in Italia nel febbraio del 2019 ed ha sempre lavorato, ma vive con la madre anziana e per questo e per la paura dei controlli non è più andata dalle varie famiglie presso cui lavorava come colf. Alcuni continuano comunque a pagarla e gli altri le hanno promesso che poi la faranno lavorare più ore per recuperare quello che ha perso ma, dice Alina, “adesso senza lavoro, senza soldi, senza documenti e con mia madre è dura.

Per i lavoratori del settore con regolare permesso di soggiorno o provenienti dall’UE, gli unici ammortizzatori sociali previsti sono il fondo di aiuto per i Comuni per i residenti in situazioni di grave disagio economico, previsto dal DPCM del 28/03/20, e il così detto “Fondo per il reddito di ultima istanza”, previsto dal DPCM del 23/03/20 e volto a garantire una indennità ai lavoratori che hanno cessato, ridotto o sospeso l’attività lavorativa per il Coronavirus. Bisogna però far presente che i 300 milioni di euro stanziati per il secondo di questi sono del tutto insufficienti, il che ha scatenato una corsa degli assistiti per regolarizzare i contratti di colf e badanti e per cercare di far ottenere il rinnovo, qualora scaduto, o il riconoscimento del permesso di soggiorno a chi si occupa di loro.

Le cifre, in ogni caso, presentano aspetti controversi. Mentre a Milano ci sono state interruzioni del 12% dei contratti nell’ambito delle collaborazioni domestiche, a Roma si è registrato al contrario un aumento dei contratti del 30% ma, come è prevedibile, in 2 casi su 3 si tratta solo di regolarizzazione di collaborazioni già in essere ma senza contratto.

Andrea Zini, voce presidente dell’Assindatcolf (Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico), chiede che per far fronte alla situazione vengano estesi i voucher anche alle badanti e non solo alle babysitter, ma di questo eventuale beneficio potrebbero comunque usufruire i badanti con contratto regolare.

Le varie comunità, quella rumena in testa, si stanno organizzando da parte loro per dare immediato aiuto economico ad abitativo a chi si è trovato da un giorno all’altro senza alcun mezzo di sussistenza, tanto più che non è dato sapere quanto a lungo dureranno l’emergenza e le restrizioni personali ed economiche che ne stanno derivando. Quello che però molti lavoratori al nero rivendicano è che a far fronte a quest’emergenza sia il governo e non la solidarietà dei singoli

Noi rivendichiamo che a tutti i cittadini italiani e a tutti residenti in Italia che non possono usufruire degli ammortizzatori previsti dal DPCM 23/03/2020 venga concesso, subito e senza eccezioni, un reddito di quarantena finanziato mediante imposta progressiva sui grandi patrimoni e senza i meccanismi di controllo del reddito di cittadinanza. Chiediamo che vengano intraprese tutte le iniziative abitative necessarie ad affrontare l’emergenza, che siano bloccati mutui e sfratti e che vengano requisiti gli immobili sfitti, senza indennizzo, perché tutti possano avere una dimora dove “restare a casa”. Chiediamo, inoltre, che vengano date immediate risposte alloggiative agli anziani non autosufficienti e ai disabili, in strutture a norma, con organico adeguato e con la competenza necessaria; che l’assistenza domiciliare agli anziani e a ai disabili, parzialmente o del tutto non autosufficienti, che hanno la possibilità di restare nelle loro case, sia a totale carico dello stato o comunque gratuito per i redditi medi e bassi.

Chiediamo, infine, che venga concesso a tutti i richiedenti la residenza, così come è avvenuto in Portogallo, perché tutti possano avere diritto all’assistenza sanitaria, agli adeguati ammortizzatori sociali ed economici ed alla casa.

 

Miriam Greco