Il modo di produzione capitalistico si è dimostrato letale per la natura e per l’umanità. La manifestazione più recente di questa tendenza è la diffusione globale del coronavirus. Come socialisti, come rivoluzionari, come possiamo affrontare questi problemi in modo sostenibile per l’ambiente e per la vita umana?


Fin dalla sua nascita, il modo di produzione capitalistico si è rivelato sostanzialmente incompatibile con la natura. Negli ultimi decenni tuttavia, è diventato fin troppo evidente che la guerra del capitalismo contro quest’ultima minaccia non solo la natura stessa ma gran parte dell’umanità. Si profilano in particolare due scenari catastrofici. Il primo, il riscaldamento globale, ha cominciato ad essere ampiamente accettato nel dibattito scientifico sin dagli anni Ottanta. Meno di tre decenni dopo abbiamo cominciato ad assistere a eventi meteorologici estremi prodotti dal cambiamento climatico – uragani, incendi, siccità, inondazioni – che minacciano la vita di milioni di persone ogni anno. Ora possiamo aggiungere una seconda minaccia esistenziale provocata dall’ecocidio capitalista: la pandemia globale.

L’insorgere di malattie infettive e pestilenze ha caratterizzato ovviamente tutta la storia dell’umanità, ma l’imporsi del modo di produzione capitalistico a livello globale ha creato le condizioni perché gli agenti patogeni più letali possano raggiungere ogni angolo del mondo nel giro di poche settimane. I primi decessi causati dal nuovo coronavirus a Wuhan, in Cina, sono stati segnalati a metà gennaio. A metà febbraio, decessi causati dal Covid-19 sono avvenuti negli Stati Uniti, in Iran e in Italia. Più precisamente, come osserva lo storico Kim Moody, “questo virus si è mosso attraverso i circuiti del capitale e gli esseri umani che entro questi circuiti lavorano, e non solo attraverso una trasmissione casuale fra membri della stessa comunità… I produttori cinesi di maschere N95 sono connessi al personale infermieristico di New York, ai lavoratori della logististica Amazon nella contea di Will County – Illinois – e con gli autisti dell’UPS a Chicago”.

Lo stesso sistema di produzione delle merci ha provocato diverse crisi ecologiche. Secondo la logica del sistema capitalistico, la natura va considerata come una risorsa di cui il capitale si può appropriare liberamente – sia per quanto riguarda l’estrazione di materie prime, che come discarica per i materiali di scarto del sistema produttivo. Per il capitale, la natura è importante solo in quanto potenzialmente convertibile in merci attraverso il lavoro. L’accumulazione di capitale comporta inevitabilmente il saccheggio della Terra. Il risultato non è stato solo il riscaldamento globale, ma anche la contaminazione dell’aria e dell’acqua, la deforestazione, la distruzione di interi habitat e l’estinzione di piante e animali. La combinazione di queste esternalità negative – di per sé gravi anche se prese singolarmente – contribuisce a sua volta alla diffusione di agenti patogeni.

I biologi Richard Lewontin e Richard Levins nel libro intitolato Biology Under the Influence sostengono che a grandi sconvolgimenti nella società ha storicamente corrisposto lo scoppio di pandemie:

Nei periodi di grandi trasformazioni sociali cambiano anche i pattern epidemiologici. Le pandemie di peste si sono verificate in Europa sia durante il declino della società romana sotto Giustiniano, sia di nuovo durante la crisi del feudalesimo nel XIV secolo. L’invasione europea delle Americhe ha portato con sé malattie nuove nel continente, oltre alla decimazione della popolazione indigena. Il declino dell’Unione Sovietica fu preconizzato da un generale declino dell’aspettativa di vita, e al suo crollo finale seguì la diffusione di difterite e altre infezioni.

Nel nostro caso, la grande trasformazione si chiama neoliberismo. L’imporsi del paradigma neoliberale a partire dagli anni Ottanta ha comportato da un lato privatizzazioni in tutto il settore sanitario, chiusure, accentramento del sistema ospedaliero, tagli alle abitazioni a prezzi accessibili; dall’altro, ha significato un assalto alle risorse naturali con conseguente aumento delle emissioni di gas serra, contaminazioni e deforestazione. Di questi shock non ne ha risentito quindi solo la società, ma l’intera biosfera.

La deforestazione e l’aumento delle zoonosi

Come ha sottolineato il biologo evoluzionista marxista Rob Wallace nel suo libro fondamentale, Big Farms Make Big Flu (Grandi fattorie generano grandi influenze), i rapidi processi di deforestazione a livello globale stanno portando industrie e fattorie in aree precedentemente non antropizzate. Le naturali fasce di contenimento dell’ecosistema delle foreste vengono distrutte, permettendo ai virus di passare facilmente dalle specie selvatiche all’uomo. Questo è vero non solo per il nuovo coronavirus – originato dai pipistrelli – ma per tutti quelli che lo hanno preceduto. È probabile che la nostra specie sia entrata a contatto con l’influenza aviaria attraverso gli allevamenti di pollame costruiti negli habitat naturali di uccelli selvatici. Attività distruttive quali il disboscamento, l’estrazione mineraria e gli allevamenti industriali, insieme alla rapida urbanizzazione, hanno giocato un ruolo importante nel facilitare la trasmissione di malattie dalla fauna selvatica all’uomo. La diffusione di agenti patogeni mortali è un costo causato dall’industria capitalista ma esternalizzato all’intera società umana.

Qualsiasi malattia emersa negli ultimi 30 o 40 anni è il risultato dell’invasione di terre ancora selvagge e dei cambiamenti demografici”, afferma l’ecologo delle malattie Peter Daszak. Negli ultimi 50 anni, le malattie emergenti sono quadruplicate, in gran parte a causa dell’invasione di habitat da parte dell’uomo. Mentre in passato gli agenti patogeni si estinguevano per via della scarsità di potenziali ospiti, habitat più concentrati fanno sì che questi agenti patogeni si diffondano più rapidamente.

Questo vale non solo per la Cina, ma anche per paesi come il Brasile, dove gli incendi e la distruzione deliberata dell’Amazzonia hanno già contribuito alla rapida diffusione delle malattie trasmesse dalle zanzare. Le zanzare esistono quasi ovunque naturalmente, ma le specie di zanzare che possono diffondere le malattie sono più diffuse intorno alle terre disboscate. Nel 2015, il Brasile ha registrato un’epidemia di Zika, che ha provocato migliaia di casi di microcefalia tra i bambini. Sebbene sia principalmente veicolato dalle zanzare, il virus può essere trasmesso anche per via sessuale e trasmesso dalle madri incinta ai figli. Nel giro di pochi mesi, la Zika si è diffusa in Colombia, Panama, nei Caraibi e in Puerto Rico. La diffusione di questo virus avrebbe dovuto mettere in allerta rispetto ai potenziali pericoli di una pandemia. Invece, le istituzioni del mondo della ricerca hanno continuato a ignorare ampiamente il problema fino all’epidemia di coronavirus del 2019/2020.

Il Brasile non solo ha registrato 200.000 casi di Zika nel 2016, ma anche 1,4 milioni di probabili casi di dengue, e quasi 278.000 casi di chikungunya nello stesso anno. Tutte queste malattie possono essere ricondotte in buona parte al processo di deforestazione dell’Amazzonia, con l’obiettivo di far posto all’allevamento di bestiame e alla coltivazione della soia. Ma la colpa non è solo delle aziende brasiliane. La carne bovina e la soia brasiliana fanno parte della filiera produttiva globale e contribuiscono direttamente ai profitti delle multinazionali. Al servizio diretto del capitale straniero, il governo del presidente Jair Bolsonaro ha attaccato le comunità indigene, incoraggiato gli incendi e cancellato le misure di protezione dell’ambiente, il tutto nel tentativo di sfruttare l’Amazzonia il più intensamente possibile. Queste scelte, oltre ai costi ecologici e sociali, provocheranno quasi certamente nuove epidemie.

Gli interessi capitalistici che stanno provocando la deforestazione dell’Amazzonia e di altre aree boschive in tutto il mondo, sono i catalizzatori nascosti che portano all’insorgenza di nuove malattie nei paesi “sottosviluppati”. Nonostante gli sforzi di chi cerca di scaricare la responsabilità per la diffusione di nuove malattie sulle popolazioni locali o indigene, individuando delle presunte pratiche culturali “sporche”, come i wet markets, sono le multinazionali le principali colpevoli della proliferazione di pandemie.

I wet markets, dove si vendono carne fresca e prodotti freschi, sono considerati un elemento essenziale per il commercio alimentare informale e sono importanti fonti di nutrimento per le aree urbane a basso reddito. L’agricoltura e la pesca industriale non solo hanno avuto un impatto devastante sulla biodiversità e sugli habitat, ma hanno anche provocato una grave penuria alimentare per le comunità del Sud del mondo, poiché i raccolti e la carne lì prodotti sono destinati all’esportazione, mentre le riserve ittiche sono in via di esaurimento. Queste comunità, a loro volta, sono state costrette a integrare la loro dieta con carne di selvaggina, che può essere portatrice di agenti patogeni contro per i quali l’uomo non ha alcuna immunità. La fauna selvatica non è semplicemente utilizzata per la medicina tradizionale, come spesso viene riportato, bensì come fonte di cibo fondamentale. Questo fenomeno è visibile non solo nei mercati della Cina, ma anche in quelli di altre parti del mondo. In The Monster at Our Door: The Global Threat of Avian Flu (Il mostro alla nostra porta: La minaccia globale dell’influenza aviaria), Mike Davis scrive che come risultato della pesca industriale in Africa:

La biomassa ittica è diminuita almeno della metà dal 1977, e il pesce è diventato più scarso e più costoso nei mercati locali. Sempre più spesso la bushmeat (il nome generico per la carne di circa 400 diverse specie di vertebrati terrestri) si sostituisce al pesce – ogni anno circa 400.000 tonnellate di selvaggina selvatica finiscono nei piatti dell’Africa occidentale.

Prima del nuovo coronavirus, quella di Ebola era forse l’epidemia più preoccupante di questo secolo. È opinione diffusa che la macellazione e la lavorazione della cosiddetta bushmeat sia stata un fattore chiave per lo scoppio dell’epidemia di Ebola in Africa nel 2014. L’Ebola ha infettato quasi 30.000 persone in cinque Paesi, uccidendone più di 11.000.

Urbanizzazione e inquinamento facilitano la diffusione del virus

Stiamo già assistendo agli esiti fatali per la salute dovuti alla combinazione di malattie infettive e inquinamento, ma questi colpiscono inevitabilmente in misura maggiore alcune fasce di popolazione. Le fasce più povere della classe lavoratrice urbana devono affrontare il quadruplo di malattie infettive e croniche, esacerbate dalla mancanza di acqua pulita, da servizi igienici inadeguati, dal sovraffollamento, dall’inquinamento atmosferico e dalla inaccessibilità ai servizi sanitari. Le cattive condizioni sanitarie, sia nelle comunità periferiche che nei quartieri popolari degli Stati Uniti, hanno portato il virus a diffondersi su larga scala. Il distanziamento sociale è attualmente la principale e più importante misura raccomandata per arginare la diffusione del coronavirus. Ciò non è possibile laddove la densità della popolazione è estremamente elevata. La rapida urbanizzazione in regioni precedentemente rurali, come diretta conseguenza della deforestazione e delle attività minerarie, ha costretto queste aree ad essere convertite in “città fra città”, simili alle baraccopoli che circondano i grandi centri urbani. La maggior parte delle grandi città del Sud del mondo subiscono una crescita urbana non pianificata e incontrollata, i terreni vengono edificati per servire gli interessi politici e capitalistici delle élite. La pianificazione urbana esclude deliberatamente i poveri e la classe lavoratrice. Tutto questo provoca grandi problemi a livello di salute pubblica e di igiene ambientale. Condizioni come queste diventano inevitabilmente terreno fertile per la rapida proliferazione di virus come la malaria e la dengue. Anche se il coronavirus non si è ancora diffuso in gran parte del Sud del mondo una volta che il coronavirus raggiungerà altri paesi, i risultati saranno senza dubbio devastanti.

Organizzazioni sanitarie internazionali come l’OMS e il CDC raccomandano inoltre di lavarsi spesso le mani. Con l’acqua contaminata e l’evidente mancanza di infrastrutture adeguate, persino questa banale pratica igienica diventa impossibile. Anche nei paesi sviluppati come gli Stati Uniti, l’accesso all’acqua nei quartieri popolari, prevalentemente abitate da persone di colore, è spesso negato. Ad esempio la città di Flint, in Michigan, è diventata famosa nel 2014, quando ha trasferito la fornitura di acqua potabile dal sistema di Detroit al fiume Flint, nonostante la contaminazione, con l’obiettivo di risparmiare sui costi di approvvigionamento. Ad oggi, Flint non ha ancora accesso all’acqua pulita. Inoltre a marzo, lo stato del Michigan ha proseguito con la pratica, ampiamente condannata, della chiusura dell’acqua a Detroit come parte di un programma di recupero crediti. Negli ultimi 20 anni c’è stato un aumento del 400% del prezzo dell’acqua, e le famiglie della classe lavoratrice lottano per stare al passo con questi costi esorbitanti. Anche se la municipalità ha finalmente annunciato una moratoria sulla chiusura dell’acqua il 9 marzo, la stessa afferma di non avere la capacità di riattivare l’erogazione abbastanza velocemente per le migliaia di case attualmente senz’acqua.

Alcuni studi mostrano un aumento significativo del tasso di mortalità per Covid-19 tra le persone particolarmente esposte all’inquinamento atmosferico. Secondo uno studio, un aumento di soli 11μg/m3 (11 microgrammi per metro cubo) di inquinamento atmosferico è associato ad un aumento del 15% del tasso di mortalità per Covid-19. Un altro studio mostra che l’80% dei decessi in quattro paesi si è verificato nelle regioni più inquinate. Anche l’esposizione all’inquinamento non è distribuita equamente. I quartieri popolari – e, soprattutto negli Stati Uniti, quelli abitati da minoranze – devono affrontare le più alte concentrazioni di inquinamento atmosferico. La classe capitalista considera questa parte della popolazione come sacrificabile, e spesso finisce per fungere da discarica per la produzione capitalistica: l’inquinamento atmosferico dovuto alle automobili (a sua volta superiore alla media per via della maggiore vicinanza alle autostrade), alle centrali elettriche, all’attività edilizia, alle fabbriche e ad altre attività industriali produce alte concentrazioni di sostanze inquinanti nei quartieri prevalentemente popolari in cui si trovano. Di conseguenza, un’alta percentuale dei membri di queste comunità soffre di asma, che le rende più sensibili ai virus trasmissibili per via respiratoria. A New York City, il South Bronx ha il più alto tasso di asma della città e quasi il 45% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà nazionale. Rispetto al resto di New York, il Bronx ha anche il più alto tasso di mortalità da Covid-19.

Nel bel mezzo della pandemia, l’EPA – l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente – ha annunciato la sospensione dell’applicazione di quasi tutte le norme per la protezione ambientale. Le nuove linee guida consentono alle aziende di inquinare a piacimento, a condizione che dimostrino che la scelta sia dettata dall’emergenza causata dal coronavirus. Tuttavia, nonostante questo decisione, l’EPA non ha modo di garantire che il motivo della non conformità alle norme di protezione ambientale da parte di un’azienda abbia a che fare con il coronavirus. Sebbene la sospensione sia considerata temporanea, l’EPA non ha fissato alcuna data di scadenza. Questo annuncio giunge in mezzo alle pressioni delle associazioni rappresentanti l’industria petrolifera, come l’API (American Petroleum Institute), per sospendere i regolamenti. E’ chiaro che questo porterà a conseguenze devastanti per la fascia di popolazione a basso reddito e per la classe lavoratrice, che dovranno inevitabilmente affrontare il peso di questa scelta.

Il capitalismo porta alla catastrofe. Il socialismo offre una via d’uscita

L’anarchia del modo di produzione capitalistico si è dimostrata del tutto incapace di affrontare crisi come quella causata dal coronavirus. E infatti, è proprio il capitalismo che ha portato alla scoppio di pandemie globali. Come modo di produzione il capitalismo è intrinsecamente “breveterminista” – orientato alla creazione di profitto nel più breve tempo possibile. L’attuale assetto produttivo è concepito, volutamente o meno, per propagare gli agenti patogeni. Per esempio, “diminuire l’età di macellazione – fissata a sei settimane nel caso dei polli – favorisce la selezione di agenti patogeni in grado di sopravvivere anche a sistemi immunitari robusti”; inoltre “l’uso di antibiotici negli allevamenti di suini (un’alternativa più economica all’implementazione di sistemi fognari o di ambienti più sani) ha causato l’aumento di infezioni da stafilococco meticillino-resistente tra gli animali”. Inoltre, gli Stati capitalisti hanno de-finanziato la ricerca medica non a scopo di lucro. Nonostante la diffusione di un nuovo coronavirus fosse altamente probabile, non sono state perseguite ricerche su un vaccino perché queste non vengono considerate particolarmente redditizie.

Per combattere le pandemie e ciò che le causa, dobbiamo immediatamente nazionalizzare le grandi industrie sottoponendole al controllo dei lavoratori. Le aziende farmaceutiche, che inevitabilmente faranno pagare somme enormi per il vaccino per il coronavirus, dovrebbero essere controllate da scienziati e organizzazioni a base popolare per concentrarsi su attività di ricerca e sviluppo con l’obbiettivo di salvare vite. Deve essere messo in atto un programma di lavori pubblici, pagato innanzitutto dai capitalisti che hanno causato questa crisi, con l’obiettivo di sviluppare alloggi sicuri a prezzi accessibili per tutti. Le aziende devono essere tenute a pubblicizzare le informazioni sui loro livelli di inquinamento e i comitati dei lavoratori e dei membri della comunità devono supervisionare la produzione nazionalizzata, nel tentativo di ridurre le sostanze inquinanti, specialmente nei quartieri popolari e poveri.

In un’epoca di ecocidio e pandemia, l’urgente necessità del socialismo è più evidente che mai. Il socialismo può permetterci di concentrarci su obiettivi sanitari a lungo termine e di valutare più seriamente l’impatto di come usiamo, sviluppiamo e interagiamo con la natura. Oggi abbiamo il potenziale per sviluppare vaccini, condurre ricerche rivoluzionarie sulla salute e produrre apparecchiature mediche di massa in modo sostenibile. Ma il modo di produzione capitalistico è diventato un ostacolo a questi sforzi. È stato Engels a dire che “noi, con la carne, il sangue e il cervello, apparteniamo alla natura, ed esistiamo in mezzo a essa, e… tutta la nostra padronanza di essa consiste nel fatto che abbiamo il vantaggio, rispetto a tutte le altre creature, di poter imparare le sue leggi e di poterle applicare correttamente”. Dobbiamo imparare ad applicare correttamente le leggi della natura in modo da proteggere la vita umana e la nostra biosfera. Solo il socialismo garantisce questa possibilità.

Nina DeMeo, Robert Belano

Traduzione da Left Voice