L’imposizione a Hong Kong di una nuova legge sulla sicurezza conferma che l’assorbimento della città-Stato in seno alla Cina continentale solleva sfide interne ed esterne. La mossa di Pechino rivela la forza della Cina o non dimostra forse la sua debolezza, in un contesto internazionale sempre più ostile?


A inizio luglio il governo cinese ha rivelato i dettagli della nuova legge sulla sicurezza imposta ad Hong Kong. Questa manovra permette al potere centrale cinese di esercitare un controllo più stringente verso l’ex colonia britannica, consegnata alla Cina nel 1997 con una serie di condizioni. La legge sulla sicurezza è vista come una minaccia per le libertà democratiche, molto più ampie per la popolazione di Hong Kong di quanto non lo siano per i cinesi. Per questo lo scorso 1 luglio sono state organizzate manifestazioni contro la stretta operata da Pechino.

Da ciò che conosciamo a proposito della nuova legge sulla sicurezza apprendiamo che il reato di “secessionismo” (la cui definizione rimane molto ampia) potrà essere punito con l’ergastolo; i complici e quanti siano riconosciuti avere un ruolo chiave in attività “secessioniste” potranno subire condanne da 3 a 10 anni di carcere. I tentativi di rovesciare il sistema cinese o il governo di Hong Kong saranno puniti con lo stesso tipo di sanzioni. La definizione di “atti terroristici” inclusa nella legge è così ampia che potrebbe comprendere un semplice blocco del traffico o “una minaccia per la salute pubblica”: in tempo di pandemia, un pericolo per la salute pubblica potrebbe essere costituito semplicemente dal non adottare in maniera adeguata le norme di protezione individuali. Questa legge punisce anche quelle che le autorità considerano ingerenza straniere, vale a dire istituzioni, perone o media stranieri che operano ad Hong Kong, anche se si trovano fuori da Hong Kong e dalla Cina. A questo vanno aggiunti tutti i provvedimenti che già conosciamo, la possibilità delle autorità cinesi di schierare le proprie forze di sicurezza forze di sicurezza a Hong Kong e di far giudicare i cittadini hongkongesi dai tribunali della Cina continentale

Di fronte a questi fatti, la popolazione di Hong Kong e segnatamente i giovani temono che il regime cinese sia in procinto di mettere un freno alle libertà civili di cui godono come la libertà di riunione, di associazione, di manifestazione e la libertà di stampa. Le potenze imperialiste occidentali colgono l’occasione per fare sfoggio di ipocrisia e riempirsi la bocca di dichiarazioni solenni sulla “democrazia” col solo scopo di fare pressione sulla Cina per perseguire i propri obiettivi geopolitici ed economici.

Perché Pechino ha deciso di passare all’offensiva proprio adesso?

Ci potremmo chiedere come mai il regime cinese abbia deciso di passare all’offensiva proprio adesso. Da quando Hong Kong è stata restituita alla Cina dal Regno Unito, Pechino cerca di rafforzare il proprio controllo sul territorio autonomo. Ma ogni volta le autorità cinesi si sono scontrate contro l’opposizione della popolazione locale. Tuttavia, le condizioni locali ed internazionali sono profondamente cambiate.

Da oltre un anno, di fronte al tentativo di Pechino di intensificare il controllo su Hong Kong, il territorio autonomo è attraversato da mobilitazioni ostili al potere centrale cinese. Fattori esterni ed interni che si sono sviluppati nel corso degli ultimi mesi hanno spinto il governo di Xi Jinping ad accelerare il passo. Tra gli elementi di politica interna dobbiamo certamente considerare l’inquietudine dei dirigenti cinesi di fronte al malcontento sociale crescente dovuto alla crisi economica causata dalla pandemia, le conseguenze sull’occupazione e l’impoverimento di una parte consistente dell’enorme classe operaia cinese e dei settori popolari.

Lo scorso aprile il partito Comunista Cinese ha creato una task force per preservare la “sicurezza politica” del paese e risolvere i conflitti legati all’epidemia Covid-19. Il controllo del malcontento della classe operaia è una questione centrale per la stabilità politica del regime.

Ma perché Hong Kong? Un movimento di manifestazione del malcontento sociale in Cina potrebbe trovare un alleato naturale nel movimento di protesta sociale contro il regime del PCC che dura ad Hong Kong da oltre un anno. Mettere fine ai movimenti di protesta o, più in generale, avere un controllo strutturale su Hong Kong è diventata una questione strategica per mantenere la stabilità politica e sociale dell’intero territorio cinese. Questo controllo serrato sarà inevitabilmente accompagnato da una limitazione delle libertà democratiche di Hong Kong.

Non è una decisione facile per Pechino. Hong Kong e la Cina continentale hanno beneficiato della politica di “un paese, due sistemi” introdotta nel 1997. Questa politica ha permesso a Hong Kong, in particolare alle sue élite e classi dominanti, di rimanere integrate nei circuiti internazionali del commercio, della finanza ma anche della politica, pur preservando vantaggi in termini di diritti rispetto al resto della popolazione cinese. Per Pechino Hong Kong è stata una “vetrina” che ha garantito alla Cina la fiducia di tutto il resto del mondo, e in particolare degli investitori. Come si può leggere in un recente articolo sull’argomento pubblicato da Geopolitical Futures: “La Cina avrebbe potuto [aumentare il controllo su Hong Kong] qualche anno fa. Il motivo principale per cui ciò non è stato fatto è che Pechino beneficia enormemente della reputazione di Hong Kong come centro finanziario stabile basato sullo stato di diritto, una reputazione acquisita attraverso l’autonomia e le libertà politiche della città. La legge sulla sicurezza nazionale metterà sicuramente in pericolo la posizione e la capacità di Hong Kong di soddisfare le esigenze finanziarie della Cina continentale, con enormi pericoli per la già vacillante economia cinese. Ma Pechino sta scommettendo pesantemente sulla sua capacità di mitigare il rischio e non oltrepassare il limite tra la repressione delle minacce politiche della città e la distruzione dell’intero sistema”.

Un mondo sempre più ostile all’espansione cinese

Contraddizioni e pericoli interni non sono sufficienti per spiegare l’atteggiamento di Pechino verso Hong Kong (ma anche verso Taiwan). Come abbiamo accennato, ci sono anche fattori esterni che mettono sotto pressione il governo cinese spingendolo a esercitare un maggiore controllo sui suoi “territori periferici”, che rischierebbero di diventare un punto d’appoggio per le potenze straniere concorrenti.

La pandemia di Coronavirus ha accentuato tendenze già in atto a livello internazionale. L’economia capitalista sta entrando in una fase di crisi che le misure messe in atto per combattere la diffusione del nuovo virus hanno accelerato. La crisi sanitaria ed economica ha rivelato il livello di dipendenza rispetto alla Cine di alcuni prodotti ed ha svelato il ruolo di monopolio della Cina su alcune catene di produzione globali. Ciò sta spingendo diverse potenze imperialiste, tra cui la Francia, a porsi la questione di rilocalizzare determinate produzioni per ridurre il grado di “dipendenza” da Pechino.

L’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina merita una riflessione speciale. Molto prima dello scoppio della pandemia, l’amministrazione Trump ha avviato una contesa commerciale con la Cina. L’obiettivo di Washington è costringere la Cina ad aprire ulteriormente il proprio mercato interno alle multinazionali nordamericane, apertura che potrebbe rappresentare un pericolo per l’economia nazionale cinese. E per raggiungere i suoi scopi Washington sta usando tutti i mezzi a disposizione, incluso un ipocrita supporto al movimento di protesta di Hong Kong.

Ma Trump non è il solo. Come abbiamo già segnalato, tutte le potenze imperialiste e i loro alleati stanno cercando di esercitare pressioni sulla Cina creando un clima internazionale chiaramente ostile a Pechino. Il Giappone e l’Australia, che sono i diretti concorrenti della Cina nella regione, sono tra i più aggressivi al fianco degli USA. Anche i paesi europei si stanno dimostrando sempre più ostili a Pechino. Jean-Yves Le Drian, ministro francese degli Affari esteri, ha dichiarato questa settimana che la Francia sta prendendo in considerazione l’adozione di “misure che [dovranno essere divulgate] al momento opportuno”.

Hong Kong diventa uno strumento di pressione internazionale contro la Cina. Alle potenze imperialiste non interessano certo le “libertà democratiche” come dimostra il fatto che non esitano ad allearsi coi regimi più autoritari, come le petromonarchie del Golfo. I capitalisti occidentali hanno tratto profitto (e continuano a trarre profitto) dal regime dittatoriale cinese, che reprime tutti i tentativi di organizzazione e di protesta dei lavoratori. Senza questa repressione, difficilmente avrebbero potuto realizzare enormi profitti sfruttando i lavoratori cinesi. Le potenze imperialiste stanno cercando in realtà di limitare l’ascesa della Cina e allo stesso tempo stanno cercando di risolvere le proprie contraddizioni economiche a scapito dei capitalisti cinesi e sperando inoltre di guadagnare quote nel mercato interno cinese.

Contro Pechino, contro gli imperialisti e i loro alleati

Si potrebbe dire che l’offensiva del governo Xi su Hong Kong risponde a queste pressioni interne ed esterne che la Cina subisce. Ma allo stesso tempo le autorità cinesi possono portare avanti questa offensiva perché sono certi di riuscire controllare la situazione e perché pensano di poter parzialmente sacrificare il centro finanziario e commerciale internazionale di Hong Kong compensandone l’attività grazie a quella di altri centri importanti come Shanghai.

Gli imperialisti usano questa situazione demagogicamente. Sostengono l’accordo sino-britannico firmato nel 1984, che ha stabilito alcune condizioni per la riconsegna di Hong Kong alla Cina. Sebbene questo accordo garantisca libertà democratiche al popolo di Hong Kong, libertà di cui non godono i cinesi della Cina continentale, è necessario mettere in luce alcune verità sottaciute dai governi e dai media occidentali. In primo luogo, la politica “un paese, due sistemi” è una mistificazione fuorviante. La Cina e Hong Kong non costituiscono “due sistemi”; nei due territori il capitalismo è l’unico sistema economico esistente (anche se il capitalismo cinese ha molte caratteristiche specifiche e particolari). Come abbiamo detto prima, tuttavia, il sistema politico di Hong Kong garantisce le libertà democratiche in misura nettamente maggiore di quanto non siano garantite nella Cina continentale; il controllo sempre più stringente di Pechino su Hong Kong rappresenta un arretramento sul terreno dei diritti democratici e il popolo di Hong Kong ha ragione a combattere questa offensiva reazionaria.

E tuttavia, non sarà grazie alle potenze imperialiste che il popolo di Hong Kong riuscirà a conservare le proprie libertà democratiche. E qui arriviamo a un’altra verità ben nascosta negli ultimi tempi: il trattato sino-britannico del 1984 è un accordo improntato allo spirito colonialista tipico dell’imperialismo britannico. Questo accordo viene presentato oggi come una “garanzia di libertà” evitando così di affrontare la questione del colonialismo britannico a Hong Kong e tacendo delle atrocità imperialiste commesse in Cina dagli inglesi, ma anche da altre potenze mondiali. Non sono i trattati elaborati dalle potenze colonialiste che garantiscono la libertà dei popoli. Anzi. Questo trattato, ad esempio, stabilisce che il sistema capitalista non può essere rovesciato a Hong Kong per 50 anni dal 1997. La Cina non è un paese socialista e non intende affatto istituire il socialismo a Hong Kong. Si tratta di fatto di una clausola reazionaria.

I militanti comunisti rivoluzionari difendono la lotta contro l’offensiva antidemocratica dei vari governi capitalisti (e non solo quella della Cina), ma dobbiamo anche affrontare la questione delle disuguaglianze sociali, della miseria, dello sfruttamento e dell’oppressione. Pur sostenendo pienamente il movimento di resistenza a Hong Kong, denunciamo l’ipocrisia dei governi imperialisti e rifiutiamo ogni tentativo di rivalutare l’azione dei capitalisti concorrenti rispetto alla Cina, capitalisti che cercano solo di perseguire i propri fini. I veri alleati del movimento a Hong Kong sono le centinaia di milioni di lavoratori e poveri contadini della Cina continentale; sono tutti i lavoratori precari di Hong Kong. La lotta per i diritti democratici e contro la stretta di Pechino solleva la questione del sistema capitalista e dell’oppressione imperialista. Trasformare l’incubo del governo centrale (ma anche quello degli imperialisti) in realtà richiede l’unità dei lavoratori della Cina continentale e di quelli di Hong Kong.

Philippe Alcoy

Traduzione da Révolution Permanente