Cosa resterà dell’astro nascente della sinistra populista latinoamericana, Andrés Manuel Lopez Obrador?  Con ogni probabilità, per un governo circondato da mobilitazioni popolari, militarizzazione e scioperi, ultimo dei quali quello dell’agenzia di stampa statale NOTIMEX, la realtà concreta di una continuità con la violenza e lo sfruttamento delle elites politiche che aveva promesso di smantellare.


Il 9 giugno Victor Fernandez Peña, il direttore legale di NOTIMEX (Agencia de Noticias Mexico, l’agenzia di stampa ufficiale messicana), annuncia lo stop dell’attività, rispettando le indicazioni della Giunta di Governo (organo principale per la protezione dei Diritti Umani e dei Giornalisti). Si tratta del primo sciopero in Notimex da quello avvenuto nel 1993, che durò solo poche ore; quello in corso è stato ignorato dalla direzione per vari mesi : infatti il Sutnotimex (Sindacato unico de Trabajadores de Notimex) ha dato inizio alla protesta durante gli ultimi giorni del mese di febbraio.

Le denunce dei lavoratori sono di vario tipo: dal maltrattamento psicologico del personale, al pesante clima di sorveglianza costante da parte della direzione e le gravi violazioni dei diritti dei lavoratori, come il già menzionato mancato riconoscimento del diritto di sciopero e la diffusa diffamazione dei cosiddetti “istigatori” della protesta.

Il Sutnotimex era già da tempo in trattativa con i vertici dell’Agenzia, con la quale non era mai riuscito ad arrivare ad un punto d’accordo: questa stava licenziando in media un lavoratore alla settimana, offrendogli una liquidazione solo pari al 50% di ciò che gli spettava.

È la prima volta che a scioperare è un organismo dipendente dal governo.

Da ulteriori indagini e denunce, in parte anonime per mantenere la sicurezza dei testimoni, emerge una trama ancor più lesiva dei diritti della libera informazione, ordita dalla stessa direttrice dell’Agenzia Stampa: la storica giornalista messicana Sanjuana Martinez Montemayor, un personaggio pubblico conosciuto per il suo lavoro risalente ai primi anni ’00. A far luce su quanto accaduto sono state principalmente le indagini delle due testate giornalistiche Article 19 e Aristegui Noticias, nonché l’essenziale lavoro fatto dal Signa Lab dell’Istituto Tecnico e di Studi Superiori d’Occidente, tutti istituti e organizzazioni tangenzialmente danneggiati dallo scontro, per i loro sforzi investigativi.

Numerose testimonianze di lavoratori dell’agenzia raccontano dell’esistenza di diverse chat di Whatsapp (tra le principali “The Avengers N”, “SOS” e “Festa di Halloween”), nelle quali Martinez ordina ai propri collaboratori di pubblicare continuamente messaggi diffamatori su Twitter, rigorosamente con account falsi, e di utilizzare hashtags contro ex colleghi, collaboratori e giornalisti di visioni dissidenti dalla linea ufficiale dell’azienda. La stessa direttrice ha poi messo sotto pressione la UNAM (Universidad Nacional Autonoma de Mexico), per ottenere informazioni private su Francisco Ortiz, professore ed ex direttore degli affari internazionali per NOTIMEX; dopo il rifiuto dell’ Università a rivelare i dati richiesti, Martinez ha proceduto a diffamarlo con false accuse di stupro, violenza e corruzione.

I collaboratori di Sanjuana Martinez hanno lamentato una richiesta incessante, da parte della direttrice, di operazioni di denigrazione di ex colleghi e collaboratori, non solo tramite chat ma anche di persona. All’ordine del giorno sono intimidazioni, minacce e licenziamenti.

Ha inoltre violato il diritto fondamentale allo sciopero dei lavoratori: il Sindacato era in sciopero da febbraio, ma Martinez ha dichiarato pubblicamente che il lavoro sarebbe andato avanti, dal momento che i suoi collaboratori più stretti non avevano preso parte alla protesta. Infatti è dovuta persino intervenire la Giunta per la Protezione dei Diritti Umani e dei Giornalisti perché si dichiarasse ufficialmente lo stop all’attività di stampa.

Intanto, se Martinez non ha risposto ufficialmente alle cause che, da giornalisti, Giunta e società civile, le sono state rivolte, un vero punto dolente per il personale in sciopero è la totale assenza di intervento da parte del Governo centrale, nel merito di uno scandalo che, per di più, va a coinvolgere, come sottolineato, un’agenzia pubblica direttamente sottoposta a diktat governativi. Quando AMLO (soprannome di Andres Manuel Lopez Obrador, presidente del consiglio messicano, leader del partito populista di sinistra MORENA) viene intervistato in merito, ripete come un ritornello “non credo proprio che ciò stia succedendo”, invitando ad un dialogo diplomatico per la risoluzione dei dissidi.

Si tratta dell’ennesima conferma dell’ambiguità dell’amministrazione Obrador, formalmente in carica come Presidente della Nazione dal 1 dicembre 2018. Una parte consistente dell’opinione pubblica lo critica per essersi piegato alle dure condizioni imposte da Donald Trump riguardo a immigrazione, dazi doganali e restrizioni commerciali. Dall’inizio del suo mandato, ha dato vita ad una serie di politiche di classico stampo neoliberista, che privilegiano il profitto economico a scapito dei diritti, della salute e della sicurezza dei cittadini: il suo sottosegretariato all’economia appoggia selvagge estrazioni minerarie, sempre accompagnate da pessime condizioni lavorative, e lo stesso Presidente continua a fare ostruzionismo alle politiche di riconversione ecologica della produzione, continuando a posticipare molti dei progetti da lui promessi, tra cui il piano “Sembrando Vida”.

Seguendo la linea di uno dei precursori della contemporanea iterazione delle politiche governative di lotta al narcotraffico, Felipe Calderòn, Obrador ha istituito il preoccupante e controverso organo della Guardia Nacional, dispiegando un ampio numero di forze armate addestrate militarmente per lo svolgimento di compiti di amministrazione civile. Tutto ciò stride con il grande successo che ebbe in campagna elettorale lo slogan usato per descrivere quello che, nella retorica, sarebbe dovuto essere il suo approccio alla sicurezza pubblica: “Abrazos, no balazos” (“Abbracci, non pallottole”).

Nell’ultimo anno e mezzo, si sono dimessi quattro fra suoi consiglieri e ministri. Ha suscitato molto scalpore la rinuncia del Ministro della Sanità, German Martinez, che si è rifiutato di sottostare al programma di austerità ed ai numerosi tagli imposti dal Ministero della Finanza proprio durante l’emergenza Covid. Prima di andarsene, Martinez ha ammonito Obrador: “Se continua con queste misure, finirà col dover raccogliere la gente morta per strada. Mi rifiuto di essere complice di questo scempio”.

D’altra parte, allo scoppiare della pandemia globale lo stesso Obrador aveva sollecitato i propri cittadini ad andare al ristorante con la famiglia e ad effettuare spese per dare una spinta al sistema economico, affermando che la miglior cura contro il coronavirus era avere fede e portare in tasca due santini “come guardie del corpo”

Ha fatto del suo cavallo di battaglia la lotta alla corruzione, salvo poi risultare indagato per la medesima accusa, oltre che per malversazione di fondi statali: di nuovo ha preferito non rispondere alle accuse del giornale Reforma, dichiarando di “essere in possesso di altri dati”

Nella confusione generale di tutti questi sconvolgimenti, cui AMLO si trova oggi a dover rispondere, i movimenti femministi messicani, Ni Una Menos in testa, lo accusano di non essere riuscito a porre un freno alla violenza di genere nel Paese, che nel 2019 è stato il primo tra gli Stati latinoamericani per numero di femminicidi. La condizione della donna in generale è molto difficile: oltre a livelli di insicurezza mai toccati prima d’ora, solo il 45% delle messicane risulta impiegata fuori casa, con un divario salariale rispetto agli uomini del 55% circa.

Questa azione di protesta di NOTIMEX è lo sciopero messicano con la maggior percentuale di adesione femminile: si stima tra il 70% e l’80%. Nel merito di tale questione, va sottolineato come i movimenti femministi in Messico stiano acquistando una voce sempre più potente: lo scorso giovedì Ni Una Menos ha occupato la sede della Commissione Nazionale per i Diritti Umani (CNDH), che ora ha trasformato in rifugio per donne vittime di violenza. Obrador, per tutta risposta, ha denunciato la presenza di “forze conservatrici” all’interno dei movimenti femministi; forze, a suo dire, che sarebbero determinate a minacciare la sua amministrazione.

La stampa italiana non sta dando alcuna copertura mediatica alla situazione messicana.

Dal momento che l’Agenzia Stampa ufficiale del Paese è in sciopero da più di sei mesi, risulta sempre più difficile avere notizie e informazioni chiare sullo sviluppo delle vicende. José Luis Lopez Aguirre, ex componente della Consulta di NOTIMEX, ha chiesto al Governo documenti, avvocati ed investigazioni a fondo sul bilancio dell’agenzia e sulle denunce alla direttrice Sanjuana Martinez Montemayor. Non ha ottenuto risposta, quindi ha deciso, con 5 colleghi, di dimettersi; ha dichiarato che ci troviamo di fronte ad una grave perdita di democrazia in Messico.

Con questo sciopero, si esacerba una situazione che già da tempo, per la classe operaia, era diventata palese: le promesse elettorali di Lopez Obrador, e della coalizione che oggi lo tiene al governo, un’accozzaglia di partiti che vanno da populisti “di sinistra”, a conservatori clericali ossessionati dalla deriva dei valori cattolici, sono completamente vuote, costruite ad hoc per approfittare della crisi storica della cricca Prista, che, dopo anni di egemonia sulla politica messicana, intervallati solo nel breve periodo dai governi del PAN (un partito di ispirazione liberale che, a un certo punto, aveva rivestito lo stesso ruolo che oggi copre la coalizione di AMLO, ed era addirittura riuscito ad attirare il supporto di movimenti di base attivi in numerosi aspetti della società civile messicana), non è riuscito a tenere il controllo di una situazione disastrosa di recessione economica e repressione sociale (come nel caso emblematico del sequestro degli studenti di Ayotzinapa del 2014).

La realtà dei fatti, però, è che la malattia endemica del sistema messicano non può essere risolta dai proclami viscerali di questo o quell’altro politico borghese che, in concreto, ha semplicemente cambiato lato della tribuna parlamentare a seconda della convenienza (prima iscritto nelle file del PRI, negli anni ’70, poi, quando la situazione mediatica del PRI stava diventando sconveniente, fuoriuscito e riscopertosi “avvocato dei diritti indigeni”, durante lo scandalo PERMEX, leader del Partito della Rivoluzione Democratica, e ora presidente di MORENA). Alla prova dei fatti, il governo di AMLO si è posto in continuità con le politiche che avevano contraddistinto la dinastia del PRI, e la complicità con interessi di borghesie nazionali ed internazionali. Se a questo aggiungiamo il chiaro supporto ottenuto da fasce reazionarie della popolazione, come nel caso di Encuentro Social, partito araldo della destra conservatrice cattolica, che ha supportato la sua coalizione nel 2018, si pongono le basi per un’opposizione convergente della classe operaia, in grado di attaccare e rispondere alle discriminazioni che subiscono lavoratrici e lavoratori in ogni aspetto della vita quotidiana, a casa, per strada e sul luogo di lavoro. Il caso NOTIMEX non è il primo e non sarà nemmeno l’ultimo momento di opposizione organizzata alle burocrazie capitalistiche messicane, ma per ottenere cambiamento reale serve un’organizzazione indipendente della classe operaia, capace di immaginare un paese strutturalmente avulso dalle dinamiche sfruttatrici che, in Messico, sono la norma da decenni.

 

Laura Buconi