Riceviamo e pubblichiamo una riflessione sull’angoscia e sulla guerra a un nemico invisibile che i giovani del 2020 vivono, sentendosi una generazione “perduta”, schiacciata da un tempo dove la società non le garantisce spazio.


La definizione generazione perduta è nota a tutti coloro che hanno avuto tra le mani il libro Festa mobile di Ernest Hemingway. La generazione a cui fa riferimento lo scrittore americano, è quella che vide i ragazzi raggiungere la maggiore età durante il primo conflitto mondiale. Tuttavia, sempre in Festa mobile, Hemingway si chiede “chi definisce chi una generazione perduta?” Durante gli anni struggenti fu Gertrude Stein a definire la generazione di Hemingway perduta, dando modo allo scrittore di riflettere su tale affermazione.
In questo 2020 ci siamo trovati (e ancora ci troviamo) ad affrontare una situazione storico-sociale che mai avremmo pensato di dover fronteggiare. La pandemia nata dalla diffusione del Sars-Cov-2 ha costretto tutti noi a modificare i nostri stili di vita e, in modo indiretto, le nostre scelte carrieristiche e relazionali. In molti, tra un post e un altro su Facebook, hanno paragonato il lockdown di questa primavera e la conseguente crisi economica ad una situazione post-bellica. Quest’affermazione risultò azzardata o, semplicemente, buttata giù dai soliti pecore smarrite che utilizzano i social per dar libero sfogo alle proprie frustrazioni. Oggi, tuttavia, ci troviamo nuovamente a riflettere sulla nostra condizione attuale: siamo davvero in tempo di guerra? A rigor di logica, potremmo dire a gran voce “sì”. La differenza principale con un conflitto bellico risiede nella responsabilità dei vari protagonisti: in una guerra gli attori principali sono i militari; nella guerra contro il Covid-19 ognuno di noi ha un ruolo basato sulla responsabilità del singolo.

Ricapitolando: siamo in guerra contro un nemico invisibile che, oltre a causare migliaia di morti, sta fagocitando anche il nostro futuro. Mi riferisco in modo particolare a quella fascia di popolazione intenta a concludere il proprio ciclo di studi e “pronta” ad affacciarsi al mondo del lavoro. Da bambini i nostri genitori hanno sostituito alle favole della buonanotte la favola del nostro futuro fatto di sogni che, presto, sarebbero diventati realtà. Noi, piccoli pargoli che poco capivano del mondo esistente fuori dalle mura domestiche, abbiamo continuano ad addormentarci con questa certezza: da grande sarò un astronauta, un dottore, un archeologo, uno scrittore, un fisico, ecc… Improvvisamente è arrivato il primo graffio su questo quadro idilliaco con la Grande Recessione del 2008. Forse eravamo ancora troppo piccini per comprendere a pieno un algoritmo complicato come quello della crisi economica, eppure qualcosa avevamo intuito. I nostri genitori non erano più così speranzosi ed erano diventati molto più rigidi per quel che riguardava la scelta del liceo o la scelta universitaria. Si passò repentinamente dal concetto di “poter fare quel che vuoi” a quello di “fai ciò che sai che ti darà lavoro”. Il termine “incertezza” entrò trionfante a far parte del nostro vocabolario quotidiano e con l’angoscia di un futuro traballante, abbiamo ugualmente deciso di combattere con gli strumenti che potevamo permetterci. Finalmente arriviamo al 9 marzo 2020: il Presidente del Consiglio annuncia il lockdown dell’intera nazione; nel 2020 noi giovani capiamo fin troppo bene che una crisi economica più feroce di quella 2008 sta per infrangere definitivamente il quadro dipinto dai nostri genitori.

L’angoscia dell’incertezza è stata schiacciata da un’angoscia ancora più feroce, nata dalla disperazione e dalla certezza che per noi giovani non ci sarà possibilità di riscatto. Abbiamo visto i nostri sogni e le nostre ambizioni calpestate più volte: dal vicino di casa, da un insegnante, da un compagno/a, da un parente o anche dal fruttivendolo. Questa volta, però, a calpestarci è il nostro stesso paese. Il nostro sguardo non osa sbirciare oltre i mille lavori precari, le relazioni personali che si sgretolano come foglie e la lontananza da ciò che avremmo potuto essere. Beviamo, siamo prenda di un’accecante grafomania che ci porta a vomitare tutto ciò che c’è rimasto sui social e dipendiamo ancora dai soldi dei nostri genitori. In un certo senso, siamo totalmente persi.

Chi definisce chi una generazione perduta? Forse le scelte errate di chi precede la generazione in questione, forse la Natura o, forse, la generazione stessa.

 

Sabrina Monno

Nata a Bari nel febbraio del 1996, laureata presso la facoltà DAMS di Bologna e studentessa presso Accademia Nazionale del Cinema, corso regia-sceneggiatura. Lavora prevalentemente in teatro, curando reading di lettura e sceneggiature.