Intense mobilitazioni hanno scosso il Perù. Per questo motivo, il governo illegittimo di Manuel Merino è stato obbligato a lasciare il proprio posto, dopo che due studenti hanno perso la vita per colpa della brutale repressione poliziesca. Queste giornate di lotta non si vedevano dai tempi della caduta di Alberto Fujimori.

Nonostante la scelta del governo di centrodestra di Francisco Sagasti sia riuscita a calmare momentaneamente le mobilitazioni, ciò che si è espresso mediante la sommossa sociale mostra l’esaurimento dell’attuale regime politico, e la volontà di lottare di settori importanti del popolo peruviano. Questo fenomeno fa anche parte di una crisi organica che attraversa altri paesi della regione, la quale sta portando a una riemersione della lotta di classe, condizionata ora dall’approfondimento della crisi economica e sanitaria conseguente alla proliferazione del COVID-19.

Così, abbiamo una situazione nella quale, per il secondo trimestre dell’anno, il valore del PBI peruviano è caduto del 30,2%. Per questo periodo, l’Istituto Nazionale di Statistica e Informatica (INEI) ha riportato che solo a Lima 2,3 milioni di lavoratori hanno perso il posto di lavoro. Ad Agosto e Settembre, la produzione mineraria è caduta rispettivamente dell’11,2% e del 12,2%. Per il terzo trimestre, il PBI è crollato quasi del 9,55%. Intanto, la diffusione del COVID continua inarrestabile. Ad oggi, sono 35,000 i morti e 930,000 e passa i contagiati; a questa somma di contagiati, va aggiunta la mancanza di strumenti di protezione individuale per i lavoratori del settore della sanità, così come la scarsità di medicine e la carenza di infrastrutture mediche. Tutti questi elementi strutturali proiettano visioni chiare di uno scenario futuro contraddistinto dall’instabilità.

La “vacancia” come detonatore della mobilitazione sociale

Lo scorso nove novembre, il Parlamento “vacava”, per “inabilità morale”, il presidente Martin Vizcarra, con 105 voti a favore, 19 contrari e 4 astenuti, rifacendosi all’articolo 113 della Costituzione politica dello Stato. La ragione espressa dai parlamentari per l’implementazione di questa misura si trova negli indizi di corruzione che si stagliavano contro l’ex presidente Vizcarra, e risalgono ai tempi delle dimissioni dal ruolo di governatore dello stato di Moquega, dove avrebbe ricevuto più di due milioni di soles in cambio di permessi per la costruzione di opere pubbliche.

Nella stessa notte di quel lunedì, centinaia di giovani, prevalentemente appartenenti al ceto medio, uscirono per le strade della città di Lima per mettere in discussione la decisione del Parlamento, la quale sollevava, di conseguenza, il presidente del Congresso, Manuel Merino, al ruolo di Presidente del paese. Questo settore parlamentare era già stato frequentemente messo in discussione dalla popolazione per via dei suoi legami con la corruzione.

Martedì mattina, i giovani sono tornati a mobilitarsi nel centro di Lima, e hanno deciso di recarsi presso i palazzi congressuali per protestare contro l’assunzione in carico del nuovo presidente. Già nelle ore del pomeriggio, le manifestazioni sono cresciute in maniera massiva, e le azioni di protesta non sarebbero cessate fino a che, domenica 15, Manuel Merino avrebbe annunciato pubblicamente le sue dimissioni dalla presidenza, dopo la brutale repressione del giorno precedente, che risultò in due studenti assassinati dalla polizia, novantaquattro feriti e molti arrestati e detenuti. Inoltre, è giusto menzionare che, prima di queste dimissioni, erano arrivate quelle della maggioranza del gabinetto ministeriale e del presidente del congresso Luis Valdez, il quale ha abbandonato il suo incarico dopo aver scritto un comunicato dove chiedeva a Merino di fare lo stesso con il proprio.

La gioventù è stata il componente più dinamico e numeroso delle mobilitazioni. La principale causa della sua partecipazione era la messa in discussione della corruzione della casta politica che oggi controlla i principali poteri dello Stato, e in particolare il Congresso della Repubblica. Nonostante una parte della fascia imprenditoriale, e alcune ONG, abbiano cercato di orientare le mobilitazioni verso la spinta per un ritorno di Vizcarra alla presidenza, i giovani, al grido di “né Vizcarra, né Merino ci rappresentano”, glielo hanno impedito. Questo ha fatto si che la mobilitazione non finisse per essere cooptata; e per questi motivi, la spontaneità, la natura autoconvocativa e la combattività della mobilitazione si sono mantenute intatte fino in fondo, e hanno permesso la conversione di questi spazi di lotta in spazi dove fosse possibile rivendicare ulteriori questioni, come una lotta per mettere fine alla costituzione del 1993 e imporre una nuova Assemblea Costituente; una rivendicazione che è diventata presto nell’agenda dei manifestanti.

Crisi del regime del ’93 e scontro inter-borghese

Questa separazione fondamentale tra Congresso della Repubblica e la maggioranza parlamentare è una conseguenza della profonda svalutazione del potere dello Stato, il quale è percepito come una cassa di risonanza di una lunga lista di interessi particolari, i quali non hanno niente a che fare con le necessità del popolo. Tutto ciò fa parte della perdita di fiducia nell’insieme dei poteri dello Stato, la quale ha cominciato a dipanarsi a partire dal 2016, quando vennero pubblicizzati i legami tra gli imprenditori dell’azienda edile Odebrecht e i politici in carica in quel momento; una messa in chiaro che ha portato alle dimissioni di un gran numero di presidenti e rinomate figure politiche, e alla loro incarcerazione, in una climax che ha visto il suo apice nel suicidio dell’ex presidente aprista Alan Garcìa, che era stato in cima alla scala del potere per due volte nella sua carriera politica. Ricordiamo che il caso Odebrecht fa parte della più ampia investigazione Lava Jato, la quale fu utilizzata dall’imperialismo nordamericano per liberarsi di governi e politici scomodi per il continente, cavalcando la legittima indignazione popolare dovuta allo stato di corruzione di massa.

Il parlamento, di conseguenza, si è convertito nella roccaforte di un settore importante, la cosiddetta “borghesia emergente”, composta in prevalenza da imprenditori provinciali, molti dei quali hanno costruito le proprie fortune attraverso affari illeciti o venture nel settore educativo particolarmente lucrative, ma di bassa qualità, scuole che finivano per divenire “fabbriche di titoli professionali”, e costituiscono tutt’ora una truffa a danno di migliaia di studenti. Tali settori di borghesia, che erano asserviti al fujimorismo, quando era al potere, hanno fatto del Congresso uno spazio naturale per i propri accordi economici e per la consolidazione dei propri affari. Hanno una forte presenza congressuale perché molti imprenditori sono a loro volta contribuenti maggioritari di alcuni partiti politici, come ad esempio, tra gli alti, nel caso del milionario Cesar Acuña e della sua Alianza para el Progreso, o José Luna Gálvez di Podemos Perù, o la UPP di José Varga. Alla sommatoria di questi “partidos empresa”, vanno aggiunte altre fazioni che, pur con storie più radicate nel panorama politico peruviano, si sono a loro volta macchiate dalla corruzione, come Acción Popular di Manuel Merino e “Vitocho” Belaunde, o Fuerza Popular di Keiko Fujimori.

L’altro settore borghese si raggruppa in maniera maggioritaria attorno alla CONFIEP (Confederación Nacional de Instituciones Empresariales Privadas). Qui si trovano consorzi imprenditoriali come il gruppo Romero, il gruppo Brescia, i Graña, i proprietari dei grandi media, oltre a tanti altri. Questi imprenditori controllavano il governo defenestrato di Martín Vizcarra il quale, da quando aveva assunto la presidenza, nel 2018, cercò di restituire legittimità al corpo dell’esecutivo dopo la crisi di sfiducia seguita al caso Odebrecht, cercando di orientare il malcontento sociale verso un Congresso a maggioranza fujimorista che aveva perso molto del suo prestigio, con l’appoggio dei principali canali di comunicazione mediatica. Questa strategia diede forza a Martìn Vizcarra, al punto che ebbe la possibilità di implementare con grande facilità una serie di misure contro il popolo lavoratore. Le contraddizioni tra parlamento ed esecutivo continuarono fino a quando, alla fine del 2019, Vizcarra sciolse il Congresso. Nel nuovo parlamento, eletto quest’anno, con il fujimorismo già decimato elettoralmente, i settori vincolati a questa “borghesia emergente”, assieme a gruppi religiosi fondamentalisti come il Frente Popular Agrícola del Perú (FREPAP), e altre frange circostanti l’orbita di Vizcarra, vinsero la maggioranza dei seggi disponibili.

In questo quadro di lotta inter-borghese per il controllo dei poteri dello Stato si viene a palesare l’ultima crisi che ha compromesso Vizcarra, con lo scandalo delle tangenti a Moquegua. Questo nuovo scandalo mette in luce la decomposizione non più soltanto del parlamento, ma anche del Potere Esecutivo. Così, l’aura di credibilità del presidente soffre di una seria inversione di tendenza, e l’immagine del presidente “anti-corruzione” proiettata dai media comincia ad essere messa in discussione. Si apre, allora, la possibilità di cominciare a ragionare su di un abbandono più profondo e indipendente dell’esecutivo, dell’impianto legislativo e dei partiti borghesi.

L’adattamento del Frente Amplio e di Uníos Perú

Dato il quadro post-elettorale, il settore borghese emergente, con una nuova maggioranza elettorale, passa all’attacco, esponendo la “vacancia” presidenziale, al fine di prendere il controllo dell’esecutivo e permettersi di negoziare con altri settori di borghesia in condizioni ad esso più favorevoli. Il gruppo di centro-sinistra maggioritario, ovvero il Frente Amplio, ed Enrique Fernández Chacón del gruppo Uníos Perú (che, a livello internazionale, si rifà alla UIT-CI), si trovano bloccati da questa politica borghese, e finiscono per votare a favore della vacancia, spianando la strada in questo modo alla marcia casta politica del Congresso.

L’adattamento di Uníos al regime borghese ha molto a che fare con la sua profonda assimilazione delle procedure istituzionaliste, come quella della vacancia, che non hanno nulla a che vedere con la mobilitazione indipendente del popolo lavoratore o la lotta per un governo dei lavoratori. Questo fatto è inestricabilmente connesso al suo adattamento alle condizioni del Frente Amplio. Per questo motivo, e nonostante abbiano reso pubblica la propria rottura, sono entrambi finiti per votare assieme la vacancia, una mossa che li ha portati ad essere esclusi dalla mobilitazione sociale contro la casta parlamentare. In seguito, Fernández Chacón è stato duramente criticato dalle reti sociali. L’adattamento di Uníos all’FA e al regime borghese si è tornato a palesare quando Enrique Fernández, dopo la caduta di Merino, ha dato il proprio voto di fiducia Rocío Silva Santisteban, la deputata amplista candidata alla presidenza, nonostante si trattasse di una rappresentante di una lista di concertazione borghese, che aveva come obbiettivo quello di sedare le mobilitazioni sociali.

D’altronde, l’adattamento del Frente Amplio al regime borghese del ‘93 non è una cosa nuova. Ricordiamo che, nel 2016, invitarono a votare Pedro Pablo Kuczynski al secondo turno delle presidenziali e, da quando Vizcarra aveva assunto la presidenza della Repubblica, gli si accodarono, implicando che, così facendo, avrebbero combattuto il fujimorismo e preservato la democrazia. Per questo motivo hanno appoggiato il referendum del 2018 e le riforme politiche dell’esecutivo. Con il nuovo parlamento, e a partire dalla diffusione della pandemia, si sono uniti alla chiamata all’unità nazionale per Martin Vizcarra, e hanno serrato i ranghi accanto al governo. Così, si sono taciuti quando Vizcarra ha imposto all’esecutivo un insieme di misure atte a danneggiare la classe operaia, come la sospensione totale dei lavori, una sospensione senza salario, l’eliminazione della contrattazione collettiva, o le misure di stimolo per far ripartire l’economia che favoriscono solo gli imprenditori e contribuiscono a precarizzare ulteriormente le condizioni di lavoro.

Inoltre, mentre una parte di Frente Amplio e Uníos finivano per allinearsi in gran parte alla casta corrotta del Congresso, le parlamentari Rocío Silva Santisteban e Mirta Vázquez –entrambe del FA e votanti contrarie alla vacanciadavano vita a una lista unitaria assieme al Partido Morado, un partito di destra, il quale si è convertito nel migliore strumento per il ricambio di ossigeno dei settori borghesi raggruppati attorno alla CONFIEP. Il grado di assimilazione di questo, ulteriore, settore dell’FA è tale da garantire la presenza di Mirta Vázquez nella lista formata in sostegno all’attuale presidente Francisco Sagasti e oggi presiede il parlamento, essendo una delle armi di cui possono avvalersi i grandi mezzi di comunicazione della borghesia per provare a placare il malcontento della gioventù, assieme a Rocío Silva Santisteban.

Le lezioni e le prospettive che ci da’ questo processo

Seppure sia positivo che le mobilitazioni, in gran parte giovanili e altamente combattive, hanno portato alla caduta del governo illegittimo di Manuel Merino, il fatto che abbiano dato priorità esclusiva alla lotta contro la casta politica trincerata nel parlamento, ha fatto si che entrassero in un periodo di declino dopo la scelta del Congresso di eleggere a presidente Francisco Sagasti.

Gran parte della responsabilità di questo declino cade sulle spalle della burocrazia sindacale che controlla i principali epicentri di organizzazione operaia del paese, come laConfederación General de Trabajadores del Perú”, vicina ai vecchi partiti stalinisti (il Partido Comunista Peruano e Patria Roja), che ora fanno parte del fronte elettorale Juntos por el Perú di Verónika Mendoza. Non hanno mai osato organizzare le proprie basi in maniera concreta per implementare lo sciopero generale contro il governo di Merino e contro il raggruppamento congiunto del Congresso. In tal modo, hanno riossigenato la borghesia e le hanno permesso di stipulare un accordo al rialzo, sprecando così una grande opportunità di ingresso della classe operaia nella scena che avrebbe potuto mettere in agenda le sue rivendicazioni, che si confronterebbero apertamente con gli interessi speculari dei differenti settori di borghesia in conflitto.

Ciononostante, questo processo di mobilitazione sociale sta installando l’importante discussione sulla necessità di mettere fine alla costituzione del ‘93 e all’attuale regime politico, attraverso un nuovo processo costituente, in settori importanti del movimento delle masse. D’altronde, è proprio per questo che Verónika Mendoza, del raggruppamento riformista Juntos por el Perú, nel tentativo di approfittarsi elettoralmente di questa nuova sensibilità politica, ha proposto che, alle elezioni del 2021, si istituisca una seconda urna perché i votanti decidano se sono a favore o contro l’idea di cambiare la costituzione. Tale proposta, senza dubbio, porterebbe in maniera realistica a dare nuovo respiro a una Costituzione profondamente antidemocratica e pro-imperialista come quella del ‘93, che già sta venendo messa in discussione dalla mobilitazione sociale.

Ricordiamo che la Costituzione del 1993, promulgata da Alberto Fujimori, ha fornito le basi legali per l’implementazione delle politiche neoliberiste, le quali hanno contribuito in maniera significativa alla privatizzazione delle risorse naturali e delle pubbliche imprese. Allo stesso modo, queste basi sono servite per liquidare i servizi pubblici come l’istruzione e la sanità (anche per questo la diffusione del COVID è avvenuta nelle dimensioni catastrofiche che conosciamo tutti). In questa Costituzione si aprono anche le porte alla precarizzazione e alla flessibilizzazione del lavoro; per questo motivo, molte delle iniziative di regolamentazione a favore degli imprenditori, da parte dei governi al loro soldo, finiscono ad avere un punto d’appoggio legale. In questa Costituzione, si esprime con chiarezza il suo portato neoliberista.

L’importanza di lottare per un’Assemblea Costituente Libera e Sovrana.

Perchè la lotta per un’Assemblea Costituente Libera e Sovrana ci aiuti ad iniziare un ricambio totale della situazione, dobbiamo dar adito alla mobilitazione e all’autorganizzazione operaia e popolare, scontrandoci con il regime marcio del ‘93 che si poggia sulle basi giuridiche di questa democrazia degli imprenditori, che avvalla le misure anti-operaie, ed esclude la grande maggioranza delle persone dal processo decisionale.

Una Costituente Libera e Sovrana dovrà tenere in sé facoltà esecutive e legislative, e una delle sue prime misure dovrà essere dare inizio ad un piano di emergenza perché gli effetti devastanti di questa crisi economica e sanitaria smettano di essere pagati dal popolo lavoratore. Per questo motivo, dovrà abolire tutte le misure anti-operaie e a favore dell’imprenditoria implementate da Vizcarra, così come quelle appriovate dai governi precedenti, che si trovano ad essere normativamente protette dalla Costituzione del ‘93. Per farla finita con la casta politica putrescente, in questa Costituente, i rappresentati eletti saranno sottoposti alla possibilità di essere richiamati, qualora dovessero piegarsi a compromessi, e dovrebbero guadagnare tanto quanto un operaio specializzato o un professore liceale. Questa Costituente dovrà stabilire l’eleggibilità dei giudici e dei contabili, tramite suffragio universale, e che anch’essi debbano guadagnare tanto quanto un operaio.

Imporre una Costituente per nazionalizzare le nostre risorse naturali e le imprese strategiche vincolate all’attività mineraria, le quali devono passare sotto il controllo dei loro lavoratori e del popolo lavoratore organizzato in generale, in modo tale da avere abbastanza risorse da poter sviluppare un sistema sanitario ed educativo pubblico e di qualità. Per rispondere alla chiusura delle imprese che minacciano di lasciare senza lavoro migliaia di lavoratori, che passino sotto il controllo dei loro impiegati; e per creare più posti di lavoro lotteremo perché si imponga una giornata lavorativa mobile (“lavorare meno, lavorare tutti”, ndt.). Una Costituente, poi, che ponga anche fine agli interessi predatori delle banche, perché i piccoli agricoltori e commercianti possano accedere al credito a zero interessi, attraverso la nazionalizzazione delle banche stesse e del commercio esterno.

Per queste e per altre misure di fondamentale importanza dobbiamo lottare per una Assemblea Costituente Libera e Sovrana, con lo sciopero generale, sviluppando l’autorganizzazione operaia e popolare. Una Costituente di questo tipo non nascerà da nuove elezioni o da una seconda urna, ma dalle rovine del vecchio regime del 1993. La lotta per un’Assemblea Costituente Libera e Sovrana si legherà alla lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, come uscita definitiva dal sistema presente, per mettere fine allo sfruttamento capitalistico e per avanzare verso il Socialismo.

 

Josè Rojas per Ideas de Izquierda (Perù)