Dalle prime ore della mattina, una folta manifestazione di lavoratori migranti delle campagne della piana di Gioia Tauro è partito verso il centro della città, raccogliendo la partecipazione degli abitanti della tendopoli di San Ferdinando ma non solo: si protesta contro l’omicidio, avvenuto ieri sera, di Gora Gassama.

Nella notte del 20 Dicembre, intorno alle 21:00, Gora Gassama, trentaquattrenne, stava rientrando verso casa sua in bicicletta, nella tendopoli di San Ferdinando, dopo una giornata di ordinario sfruttamento tra gli ingranaggi di uno dei sistemi agroalimentari più lucrativi del paese, quando è stato travolto da un’auto in corsa che lo ha ucciso sul posto, lungo la strada Colomoro. Il conducente è ripartito nella notte, lasciando Gora sull’asfalto. Quasi due settimane fa, nella stessa area dove è avvenuto l’omicidio di ieri, un altro bracciante aveva quasi perso la vita nella stessa modalità, uscendo però illeso dall’ “incidente”. Nella piana di Gioia Tauro, la morte è diventata da tempo un fatto ordinario della vita quotidiana, per le migliaia di migranti che la abitano e che, tra campi, magazzini, tendopoli, porti e stabilimenti si trovano a dover sopportare le vessazioni di famiglie altolocate nella gerarchia economica e politica della Calabria e di strutture statali complici e asservite alle dinamiche dello sfruttamento dei campi. I tragici casi a cui assistiamo quasi ogni settimana hanno una chiara radice nel razzismo istituzionale che permette il lucro sulle vite migranti di questo paese: stiamo guardando in faccia a una strage; non è più possibile togliere lo sguardo. Nelle strade pericolose, abbandonate, poco illuminate della zona di Gioia, come in quelle di tantissimi altri comuni in tutto il Meridione, braccianti come Gora rientrano a casa dopo sfiancanti giornate lavorative, e rischiano la vita per il solo fatto di doverle percorrere, queste strade, a piedi o in bicicletta, restando spesso alla mercè di ronde razziste, arroganza poliziesca o, molto semplicemente, del caso, del rischio sempre presente di essere travolto da un’automobile di passaggio. Sono storie conosciute, per la gente che abita questi luoghi: storie che completano il quadro disumano composto di ipersfruttamento, lavoro malretribuito o non retribuito, mancanza di documentazione, e impedimenti all’accesso a servizi di necessità immediata, come case popolari, sanità pubblica e tanto altro ancora. In tutto questo, sindacati confederati si dipingono come soggetti di intervento salvifico, come “elisir di tutti i mali”: nel caso delle problematiche legate agli spostamenti dalle tendopoli ai luoghi di lavoro, propongono ai migranti servizi di transito apparentemente “gratuiti”, salvo poi rivelarsi schemi approfittatori dove si impongono tariffe spesso inaccessibili per i lavoratori stessi.

In questo contesto, i lavoratori e le lavoratrici della Piana di Gioia Tauro, dalla tendopoli di San Ferdinando e da quelle circostanti, si sono organizzat* da sol* per partire in corteo, un corteo di circa 500 persone secondo una stima iniziale, prima per raggiungere il luogo dell’incidente, assieme al padre di Gora Gassama, per farsi forza in un momento terrificante della storia recente di queste comunità (che oggi si trovano anche a dover gestire la diffusione a macchia d’olio del COVID-19, tra l’altro); poi, per dirigersi verso il centro di Gioia Tauro, dove, al momento della stesura di questo articolo, stanno bloccando la rotonda principale da cui transita la maggior parte della carreggiata della zona. Le proteste autorganizzate dei lavoratori dell’area di Gioia Tauro sono balzate agli “onori” della cronaca moltissime volte, in maniera più celebre, forse, quando, l’anno scorso, centinaia di braccianti decisero di bloccare il porto della città calabrese. Oggi, lo sciopero a cui assistiamo continua a non avere vessilli sindacali confederati, giacché la sfiducia di queste comunità nei confronti delle strutture che hanno svenduto milioni di lavoratori, immigrati e italiani, non riescono (e non vogliono) realmente a rispondere alle necessità comprovate che vengono rivendicate con forza ad ogni occasione che si presenti: casa, diritti e documenti non sono privilegi, ma il minimo indispensabile. Eppure, la loro garanzia, metterebbe necessariamente in discussione i meccanismi di un sistema che sopravvive grazie ai salari non pagati, all’abbandono totale delle tendopoli e alla subalternità della classe operaia che muove le fila reali di tutto l’impianto produttivo. Anche per questo, assistiamo a sempre più episodi di contestazione della vita a cui i braccianti sono sottoposti; ma i tentativi diretti dei lavoratori delle campagne di prendere parola sulla propria condizione vengono travisati, offuscati, o strumentalizzati da “attivisti” e sindacalisti con biechi interessi personali, diventando patetici richiami a carità umanitarista o addirittura invocazioni a forme pericolose di “contestazione” che, nella prassi, non fanno altro che legittimare discorsi fondati sullo sfruttamento (con le orecchie ancora piene di chiamate a “scioperi al contrario”, per dirne una). Anche per questo, evidentemente, le più importanti conquiste ottenute in queste aree sono arrivate per la presa di posizione indipendente dei lavoratori stessi, che si coordinano bloccando i centri nevralgici principali della catena agroalimentare calabrese: la giornata odierna, in questo, non fa eccezione.

Oggi a lavoro non va nessuno: mentre, contemporaneamente al presidio della rotonda, un gruppo di lavoratori in sciopero continua a bloccare l’autostrada e resiste ai tentativi di sgombero della polizia, si chiede giustizia per Gora, certo. Ma si chiede anche giustizia per tutti coloro che hanno perso la vita alla mercè di uno stato e di un sistema economico razzisti, che sulla pelle di migranti a larghissima maggioranza immigrati ha alimentato uno dei principali mercati interni, che ancora temporeggia opportunisticamente davanti alle rivendicazioni di documenti e tutele, che ignora il perseguimento fascista e mafioso delle persone razializzate, e per cui, insomma, le vite nere non contano, per citare uno slogan che, almeno in questo paese, sembra abbia perso popolarità in maniera tanto veloce quanto l’avesse guadagnata in primo luogo. La condizione in cui i braccianti riversano da anni non è un “incidente”: è la prassi terrificante con cui si deve confrontare chi, in Calabria, in Puglia, ma in realtà anche a Nord, come a Saluzzo, ad esempio, si trova a dover provare a sopravvivere, da lavoratore migrante, all’interno dei meccanismi perversi del razzismo di Stato in Italia. Nel ricordare Gora Gassama, ricordiamo tutti coloro che hanno perso la vita negli scorsi anni per mano di un sistema razzista che si alimenta col sangue e col sudore di tantissime persone, e riportiamo il primo comunicato della Rete Nazionale Campagne in Lotta che, da anni, si occupa di organizzare ponti di solidarietà a coloro che, in Calabria, in Puglia, in Piemonte e in tutta Italia, provano ad alzare la testa per rigettare il giogo che gli viene imposto in nome del profitto:

IL RAZZISMO UCCIDE ANCORA. LE PAROLE NON BASTANO PIÚ, È TEMPO DI RIVOLTA

Ieri sera intorno alle 21 Gora Gassama, di origini senegalesi, è stato investito da un’auto nei pressi del porto Gioia Tauro, mentre tornava dal lavoro in bicicletta. Gora viveva nella tendopoli di San Ferdinando, e lavorava come bracciante. Si tratta dell’ennesima morte violenta di un lavoratore, secondo una dinamica a cui abbiamo assistito troppe volte: a bordo dell’automobile tre persone del posto che investono un bracciante africano e fuggono senza prestare soccorso. Sembra che il conducente dell’auto sia stato rintracciato e portato in commissariato. Appena 2 settimane fa, nella stessa zona, un altro bracciante di origini ghanesi era stato travolto da un’auto, che non si è fermata, per fortuna senza gravi conseguenze. Più volte in passato si sono verificati episodi analoghi, in Calabria come in Puglia e nel resto d’Italia, in cui era evidente l’intenzione di aggredire una persona perchè ‘di colore’. Aldilà di questo, in ogni caso, il solo fatto di avere abbandonato un corpo senza vita dopo averlo investito denota il razzismo di chi ha compiuto questo gesto. Un razzismo alimentato dalle forze dell’ordine e dai media che cercano di minimizzare l’accaduto, facendo notare come la persona uccisa non indossasse indumenti catarifrangenti nè la bicicletta su cui viaggiava fosse illuminata, come se questo giustificasse l’accaduto. D’altronde, nella stragrande maggioranza dei casi i responsabili di azioni simili non sono mai stati individuati. Davanti alla morte di Gora e di tanti e tante altre, è necessaria una reazione, compatta e determinata: perchè dire che anche le vite nere contano non sia soltanto uno slogan vuoto, gettato in pasto al tritacarne mediatico sull’onda emotiva di un momento, buono per qualche titolo di giornale rapidamente archiviato, per una manciata di ‘like’. E’ responsabilità di ciascun di noi lottare e mobilitarsi ogni volta che il razzismo uccide, nelle strade, nei campi di detenzione e di lavoro, in mare, sul posto di lavoro, anche qui, sotto casa nostra. Rest in power, Gora.

Luca Gieri