La facciata del “blocco dei licenziamenti” non ha scalfito la comune prassi di contratti interinali e a tempo determinato che permettono, specie alle grandi aziende come Amazon, di spremere i lavoratori per brevi periodi e poi di rimpiazzarli. I licenziati interinali dello stabilimento di Colleferro non ci stanno e scenderanno in corteo.


Nella giornata di lunedì 10 maggio gli ex-dipendenti Amazon del magazzino di Colleferro scenderanno in piazza contro i licenziamenti messi in atto dall’azienda. I lavoratori, dopo essere stati assunti con contratti a termine ,sono stati licenziati dal colosso di Jeff Bezos con la scusa di un calo della produzione. Peccato però che Amazon stessa, dopo qualche giorno, abbia assunto nuovo personale e rimpiazzato, alla faccia del calo di prodotto, i lavoratori licenziati.

L’appuntamento è per le 8.30 di fronte al magazzino Amazon, da dove partirà un corteo che si ritroverà per le 11 in via Petrarca 30 presso la sede locale di Adecco (l’agenzia interinale tramite la quale erano stati assunti questi lavoratori) per spostarsi poi a mezzogiorno in piazza Italia, di fronte al municipio.

La logistica al centro della crisi pandemica e della risposta operaia

Oggi, se c’è un settore in Italia che porta avanti le lotte all’interno dei luoghi di lavoro, quello è senza ombra di dubbio la logistica. Considerati dall’inizio della pandemia come essenziali, i lavoratori dei magazzini sono stati vera e propria carne da macello ad uso e consumo dei padroni.

Ma se da un lato l’azienda ha dalla sua forti armi di ricatto, dall’altro l’unità dimostrata dai lavoratori nei magazzini da nord a sud ha continuato una scia di mobilitazioni e scioperi decisiva anche durante la pandemia.

Tutti ricordano, più di un anno fa, le proteste da parte degli operai, dipendenti dei giganti della cosiddetta industria 4.0, per rivendicare migliori condizioni di lavoro e i dispositivi minimi per contrastare la diffusione della pandemia.

Mobilitazioni a dir poco sacrosante, considerando che in molti magazzini si sono accesi diversi focolai con contagi in tripla cifra, confermando che la cura Confindustria accettata dal governo Conte (e Draghi poi) voleva far ripartire l’economia sacrificando le vite dei lavoratori e della popolazione per garantire i profitti a Bezos, Bonomi, gli Agnelli e gli altri grandi capitalisti.

Un’ondata che ha investito l’azienda principe della logistica, Amazon.

La grande mobilitazione dello scorso 22 marzo, seppur con diversi limiti, ha segnato una svolta all’interno di un’azienda che, ancora oggi, resiste ostinatamente della sindacalizzazione al suo interno.

 

La Valle del Sacco tra chiusure e inquinamento

In questo contesto non ha fatto eccezione il nuovo gigante dell’azienda nella città di Colleferro, dove hanno scioperato una ventina di lavoratori dando un segnale ad un territorio martoriato dall’inquinamento e dallo sfruttamento delle fabbriche del territorio. Una mobilitazione che risente ancora, però, del totale controllo della burocrazia sindacale, che ha concordato i numeri dello sciopero e che non ha organizzato la lotta di fronte ai licenziamenti.

L’avvento di Amazon nel territorio della Valle del Sacco era stato salutato dalle istituzioni del territorio con grande entusiasmo dopo che la crisi finanziaria globale del 2008 aveva portato alla chiusura di diverse aziende storiche che avevano dato, nel secondo dopoguerra, lavoro a complessivamente più di centomila persone.

Tali aziende, tra cui la FIAT ferroviaria (ora francese Alstom), la Videocolor (nel territorio di Anagni) e altre industrie hanno abbandonato il territorio all’inizio del primo decennio del 2000, lasciando a piedi centinaia di famiglie del territorio.

Un territorio, che nel recente passato, ha scoperto di essere uno dei più inquinanti d’Italia a causa della presenza di rifiuti tossici prodotti dalle aziende che avevano animato il cosiddetto ‘miracolo italiano’.

Fusti altamente inquinanti sotterrati in tutto il territorio sulle sponde del fiume Sacco uccidendo agricoltura, allevamento e facendo aumentare drasticamente il numero di tumori e malattie cardio-vascolari.

 

Dall’illusione del rilancio alla lotta: con gli interinali in piazza!

In questo scenario, quasi catastrofico, la presenza del magazzino Amazon sembrava essere ai più una lenta ripresa dell’occupazione e nonostante le grandi promesse alla cittadinanza, si è rivelata sin da subito l’ennesima illusione.

Il magazzino costruito in tempi rapidissimi è uno dei più grandi nella zona e impiega oltre mille dipendenti. Ad oggi, le agenzie interinali, come Adecco, lucrano e giocano con le speranze dei lavoratori assumendo forza lavoro usa e getta.

Attualmente sono circa 200 i lavoratori assunti per i mesi caldi dello smistamento delle merci che si sono ritrovati senza un lavoro da un giorno all’altro.

È questo il motivo della mobilitazione del 10 maggio. Gli ex lavoratori Amazon, licenziati dopo circa sei mesi di assunzione, si sono autorganizzati e hanno chiamato alla protesta.

Secondo i lavoratori, l’azienda e le agenzie interinali, facendo forza sulla necessità di migliaia di lavoratori svantaggiati per sfruttarli per pochi mesi per poi licenziarli con la scusa del calo della produzione per poi assumere altri lavoratori precari.

Secondo i lavoratori, lo scopo dell’azienda è quello di sfruttare le nefandezze del ‘Decreto Dignità”, che imporrebbe all’azienda un massimo del 30% della forza lavoro a tempo determinato per poi lasciarla libera di assumere lavoratori svantaggiati in modo incrementare il numero dei precari.

Il classico gioco padronale, all’interno di un’azienda che conta in tutto il mondo milioni di dipendenti e che oggi si oppone fermamente alla sindacalizzazione all’interno dei propri magazzini.

Il settore di Amazon, la logistica, oltre a impiegare una grande mole di lavoratori, è diventato un asse strategico dell’economia italiana ed è proprio per questo oggi più che mai i lavoratori di tale settore devono farsi protagonisti della lotta della classe.

Tuttavia, tale centralità non deve illudere i lavoratori stessi. Tali battaglie hanno bisogno e devono legarsi a quelle dei lavoratori degli altri settori, tutti vittime oggi della stretta padronale e istituzionale sui diritti e sulle condizioni all’interno dei luoghi di lavoro. In particolare, resistere all’ulteriore mannaia di licenziamenti che seguirà la fine del “blocco” sarà possibile solo con una lotta unitaria e con obiettivi condivisi.

Per questo motivo è importante partecipare alla mobilitazione di questi lavoratori Amazon e non lasciarla isolata di fronte all’azienda e alle manovre concertative della burocrazia sindacale.

 

Mattia Giampaolo