L’impennata dell’inflazione che colpisce l’Italia (e non solo) segna anche il dibattito elettorale. Di fronte alla caduta del potere d’acquisto “le chiacchiere non servono”, dice il segretario CGIL Landini. Appunto: serve una mobilitazione dei lavoratori, anche contro la passività imposta dalla burocrazia sindacale.


 Crisi e inflazione preoccupano Landini… ma non prepara la lotta

La gran parte del dibattito politico italiano si concentra in questi giorni sulle prossime elezioni di settembre, mentre il paese attraversa una delle crisi più profonde e preoccupanti degli ultimi anni, in un contesto che vede la congiuntura di crisi energetica, inflazione e crollo del potere d’acquisto dei salari, sullo sfondo di disastri ambientali e della tensione internazionale con al centro la guerra in Ucraina. La situazione è tanto preoccupante che anche la CGIL mette le mani avanti indicendo una assemblea di delegati (dei soli sindacati confederali, senza diritto di parola per l’opposizione interna!) e una mobilitazione in un autunno che lo stesso segretario Maurizio Landini ha definito “complicato” sulle pagine di “Avvenire” il 7 agosto scorso. Più recentemente, commentando le stime preliminari Istat sull’inflazione, ha aggiunto:

Con l’inflazione che, secondo le stime preliminari dell’Istat, balza ad agosto all’8,4% su base annua, le chiacchiere non servono. Così non si regge. Il decreto aiuti bis mette risorse inadeguate per i lavoratori e i pensionati: c’è bisogno subito di un intervento urgente per tutelare salari e pensioni già impoveriti. A questo quadro vanno aggiunti gli effetti economici e sociali della crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina, che stanno già adesso determinando enormi difficoltà per il sistema produttivo e quindi per il lavoro e l’occupazione, oltre che per le persone. È un momento straordinario – conclude Landini – e bisogna rispondere con strumenti straordinari, esattamente come abbiamo fatto durante la pandemia e come chiediamo da mesi al Governo. Le risorse ci sono e vanno ridistribuite, a partire dagli extraprofitti. Far prevalere la logica del profitto a scapito delle persone, sarebbe una doppia ingiustizia oltre che uno schiaffo a chi si trova in difficoltà. Tutelare e proteggere l’occupazione e i redditi non è una scelta ma una necessità.

 Senza dubbio, il crollo del potere d’acquisto, soprattutto sull’onda dell’aumento del prezzo di carburante e bollette, richiede risposte urgenti e forti; senza dubbio, è un momento straordinario e a maggior ragione va rivendicata la priorità dei bisogni della classe lavoratrice e della popolazione povera sui profitti. Su questo Landini ha ragione. Ma dall’alto dei sei milioni di iscritti del sindacato di cui è a capo, la sola iniziativa che prende è un’assemblea-comizio, una manifestazione a Roma ad un anno dall’assalto alla sede nazionale della CGIL, e una vaga promessa di “mobilitazioni” – parola jolly per significare che si preferirebbe non scioperare.

Nessun piano concreto di lotta che sia adeguato alla situazione “straordinaria”. Solo una timida richiesta di “redistribuire” le risorse: prendendole come? patrimoniali, nazionalizzazioni, blocco dei prezzi…?

La burocrazia sindacale qualcosa ha dovuto dichiarare anche stavolta, ma ancora una volta non ha detto nulla. Di certo, se il governo uscente e quello che subentrerà non sono disposti a discutere per concedere un po’ più di briciole, la base operaia dei sindacati, e tutta la classe lavoratrice, non potrà pagare gli aumenti con le timide dichiarazioni di Landini a mo’ di cambiali, e in un modo o nell’altro rispondere alla crisi e alla speculazione che ci stanno affamando.

Il prossimo autunno, in questo senso, può davvero essere “complicato”.

D’altronde, il pericolo di avere un autunno più movimentato del solito, che metta a rischio la stabilità dell’ordine sociale, sembra preoccupare anche la borghesia, che ha avviato un ennesimo tentativo di repressione e soffocamento delle forze sindacali non allineate (e di cui Landini e i sindacati confederali non fanno alcuna menzione) ai danni dei sindacati di base USB e Si Cobas con gli arresti domiciliari, ora commutati in obbligo di firma tre volte al giorno, a 6 dirigenti delle organizzazioni particolarmente attive negli ultimi anni nelle lotte della logistica.

Il tema inflazione alle elezioni

Alle prossime elezioni si presenteranno in pole position, dopo il tracollo del Movimento 5 Stelle rispetto ai fasti del 2018, due poli di destra economica, il vecchio “centrodestra” con in testa (specie ai sondaggi) Giorgia Meloni di FdI, tutto centrato sulla chiusura delle frontiere, presidenzialismo e ulteriore decontribuzione dei profitti delle aziende, e la coalizione PD-SI-Verdi-+Europa-Di Maio, guidata da Enrico Letta, segretario di un PD fedele esecutore da un decennio dei piani di austerità dei “tecnici” e della BCE, in cui è comunque difficile se non a volte impossibile individuare posizioni di netta differenziazione con le politiche della destra, dalla guerra alle migrazioni alle politiche sul lavoro e di sostegno ai salari.

Si può dire che le banche e Confindustria, in questa corsa, non possano sbagliare cavallo: vinceranno in entrambi i casi; in entrambi casi, saliranno al governo partiti che guardano a loro, prima che alle masse popolari.

In questo scenario, la posizione delle organizzazioni operaie e della sinistra radicale in questo autunno quindi assume maggiore importanza in quanto alle elezioni (forse ancor di più che in altre occasioni recenti) a presentarsi non esiste alcun partito o coalizione che si ponga anche solo formalmente come risposta e rappresentanza del malcontento della classe operaia e degli strati impoveriti della società, delimitandosi nettamente da tutti gli altri partiti. Un ruolo a metà del guado lo gioca Unione Popolare (Potere al Popolo+Rifondazione+DeMa+soci minori), che ha come capo Luigi De Magistris, ex-magistrato e sindaco di Napoli, a palese dimostrazione di come, nonostante tutto, sopravviva il vizio di cercare appoggi e “uomini forti” al di fuori del proprio campo, senza rappresentarlo davvero, e peraltro senza nessuna garanzia di trovare così “scorciatoie” per l’elezione di una folta delegazione parlamentare. Non è un caso se De Magistris non sfida Landini a preparare un piano di lotta contro l’inflazione senza aspettare l’esito del voto.

Il ruolo giocato dalla NUPES di Jean-Luc Melenchon in Francia alle elezioni parlamentari di luglio, con la raccolta di un ampio settore di oppositori e delusi dai partiti di governo, lo sta giocando perlopiù il “nuovo” M5S di Giuseppe Conte… che non a caso si lancia in slogan che suonano senza dubbio “radicali” sui temi del salario, dell’inflazione e del caro-bollette; ma, uscito a pezzi dalla sua stagione di governo (di cui sta cercando di far dimenticare le molte ombre), appare comunque troppo debole per sfidare le due “grandi” coalizioni borghesi.

Contro l’inflazione serve un piano di lotta della classe lavoratrice!

Se è abbastanza evidente che queste ultime non siano proprio interessate a frenare sul serio le devastanti ripercussioni sui salari dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi dei beni di consumo fondamentali (benzina, trasporti ed energia ma anche olio, pasta e farine, che rischiano di far esplodere la polveriera, in particolare nel Mediterraneo), a maggior ragione le organizzazioni sindacali hanno una grande responsabilità e devono farsi carico di questi problemi adesso. Ma, come abbiamo già visto, la mobilitazione contro la guerra in Ucraina è continuata, purtroppo senza un allargamento importante, solo nel sindacalismo di base, e la grande burocrazia sindacale non riesce a reclamare niente più che un generico sostegno a una non meglio precisata tassazione dei “super profitti” (cosa dovrebbero essere? Quando il profitto diventa “super” e quindi si può tassare, e quanto?) e l’ipotesi di  una decontribuzione dei salari, che aumenterebbe il netto in busta paga a spese degli stessi lavoratori e lavoratrici che vedrebbero un sostanziale, ennesimo, taglio al salario indiretto e di conseguenza ai servizi essenziali, dimostrandosi semplicemente un boomerang devastante per gli stessi strati sociali che, a parole, dovrebbe tutelare.

Non è necessario essere degli esperti del mondo del lavoro per capire che, per difendere i salari nella critica situazione attuale, invece, servirebbero proposte ben più radicali: la situazione “straordinaria” dell’inflazione non ammette mezze misure, se la vogliamo risolvere davvero dal punto di vista delle masse impoverite.

Ad esempio:

_un salario minimo intercategoriale di 1500 euro netti e la stabilizzazione dei contratti, contro il supersfruttamento legato alla precarietà, e in risposta ai ccnl bidone o non applicati;

_il blocco dei prezzi dei beni di prima necessità, in risposta agli imprenditori senza scrupoli che aumentano i prezzi per generare profitti aggiuntivi;

_l’introduzione di una scala mobile che fissi i salari secondo il prezzo del paniere di base fino ad una vera politica di aumento di salari e di espansione del welfare e dei servizi pubblici tramite tassazione fortemente progressiva dei profitti e dei grandi patrimoni;

_la diminuzione dell’orario di lavoro (noi rivendichiamo 30 ore settimanali, 6 al giorno) puntando alla piena occupazione, redistribuendo il lavoro;

_la nazionalizzazione senza indennizzo, sotto controllo di operai, tecnici e utenti, delle grandi aziende energetiche protagoniste della speculazione che alimenta l’inflazione.

Il vero problema non è solo (né tanto) la mancanza di prospettiva dei sindacati confederali dal punto di vista rivendicativo, quanto la mancanza assoluta di un vero piano di lotta, che punti non a mobilitare i lavoratori in “pacifiche” date di rappresentanza, ma a organizzare e costruire con loro veri momenti di lotta, puntando verso una data di vero sciopero generale che comprenda la lotta al carovita e la unisca con la lotta alla repressione dei settori più avanzati della classe, un’opposizione reale alla guerra e alle dinamiche imperialistiche che, in tutto il mondo, sconvolgono la vita di miliardi di persone, sia quelle che muoiono sotto le bombe che quelle che pagano le campagne militari delle élite.

Se vogliamo dare forza materiale a questa prospettiva, non possiamo aspettare l’iniziativa della grande burocrazia sindacale, che è recalcitrante, nonostante il suo stesso potere di contrattazione si consumi sempre di più sotto i colpi dei capitalisti e dei loro governi, che peggiorano le condizioni sindacali e di vita della loro stessa base e di tutta la classe lavoratrice. 

Nel frattempo, la repentina erosione del potere d’acquisto può rappresentare una leva importante per spingere alla lotta anche settori di lavoratori da lungo tempo inerti, come stanno dimostrando i grandi scioperi contro l’inflazione in Inghilterra.

Il fatto che scavalcare l’immobilismo della burocrazia sia possibile di fronte a forti pressioni materiali lo ha dimostrato l’ondata di scioperi diretti da delegati e lavoratori FIOM nelle aziende metalmeccaniche del nord, in grado di imporre ai governi il lockdown e il blocco dei licenziamenti durante le prime settimane di pandemia nel 2020. 

Se all’epoca la paura del virus e l’indignazione per l’arroganza dei padroni, indisponibili a fare un passo indietro nemmeno di fronte alla morte, rendeva più facile la mobilitazione spontanea, oggi abbiamo però bisogno di uno sforzo maggiore. Inoltre, l’assenza di forme di organizzazione autonoma ha permesso al potenziale di quella mobilitazione di disperdersi. 

Abbiamo bisogno di costruire assemblee e coordinamenti fra territori e settori diversi di lavoratori, senza farsi limitare dalle diverse appartenenze sindacali, per discutere e far convergere le nostre rivendicazioni in un piano di lotta comune, in una mobilitazione unitaria e continuativa. 

Sono i lavoratori e i delegati più attivi e coscienti, specie quelli della FIOM e della CGIL, a poter affrontare di petto per primi la passività nel movimento sindacale incoraggiata dalla burocrazia, a coordinarsi con i lavoratori combattivi dei sindacati di base e a connettersi a quei settori “pesanti”, strategici della nostra classe, ma tradizionalmente più corporativi, che possono fare enorme danno al portafoglio dei padroni e bloccare il paese. Si pensi alle implicazioni per una mobilitazione su larga scala contro il caro-vita se i lavoratori degli aeroporti – protagonisti di un’ondata di scioperi questa estate – prendessero in mano un movimento generale.

Attiviamoci perché sia un autunno “complicato” dalla lotta di classe, cambiamo le carte in tavola di questa partita truccata contro Draghi e i tecnocrati europei, contro le coalizioni politiche antipopolari, contro l’imperialismo dei “nostri” capitalisti, che ci affamano e giocano alla guerra sulla nostra pelle!

 

Massimo Civitani, Giacomo Turci

 

Nato a Cesena nel 1992. Ha studiato antropologia e geografia all'Università di Bologna. Direttore della Voce delle Lotte, risiede a Roma e milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).