Immigrati e finanziaria: né con Lega-M5S, né col PD! Per un’opposizione anticapitalista e di classe al razzismo e al governo!

Quota cento: attivabile solo con decurtazione della pensione.

Reddito di cittadinanza, un doppio regalo ai padroni: forza lavoro più ricattabile e possibilità di abbassare i salari pagati dallo Stato.

18 miliardi di privatizzazioni promessi a Bruxelles (ma non si dovevano nazionalizzare le autostrade? Macché! Pare che come al solito aumenteranno i pedaggi anche quest’anno!).

Blocco delle assunzioni e del turn-over nella pubblica amministrazione.

Taglio dei contributi INAIL (alla faccia degli 800 morti sul lavoro del 2018).

Certo, nella finanziaria ci sono anche cose buone, ma solo per professionisti e (medio-piccoli) imprenditori, come la flat tax fino ai 65.000 euro e la riduzione dell’IMU sui capannoni. È vero, per la prima volta da molto tempo si aumentano le tasse alle banche – con l’eliminazione delle detrazioni sugli interessi passivi (5 miliardi) – ma a Unicredit, Sanpaolo etc. importa soprattutto che vengano rispettati i vincoli di bilancio UE, affinché lo spread non si alzi e i miliardi di titoli di Stato che hanno in pancia – e con cui ricattano un governo dopo l’altro – non perdano troppo di valore. A far le spese dall’ennesima manovra dettata dagli euro-burocrati, ovviamente, saranno i lavoratori che, dopo dieci anni di austerità e miliardi di tagli, non vedranno nessun incremento apprezzabile dei fondi destinati a sanità ed istruzione; a quest’ultima, anzi, vengono tagliati 4 miliardi destinati all’edilizia scolastica, mentre il (falso) “superamento della Fornero” verrà finanziato tramite l’eliminazione dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione. Così anche i (limitati) prelievi effettuati da Lega e 5Stelle dalle “tasche” del grande capitale non rappresentano altro che un trasferimento di reddito da un settore della classe dominante all’altro, o al masaimo briciole alla piccola borghesia, frutto di un compromesso che si regge sulle spalle delle grandi masse e sul fatto che non esiste politica fiscale in grado di modificare l’essenza dei rapporti di forza economici tra piccola-media borghesia e grande capitale internazionalizzato: la flat tax non salverà il negoziante dalla grande distribuzione, o dallo strozzinaggio delle banche, giusto per capirci.

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La debolezza del governo e la “protesta dei sindaci”… A cui piacciono DASPO urbano, sgomberi e “patto di stabilità”

Non solo, insomma, non si tratta di una legge di bilancio che abolirà la povertà, ma nemmeno di una manovra capace di ricomporre le profonde contraddizioni sociali intrinseche alla società capitalistica e intensificate dagli effetti cumulati della sua crisi. Poco male, soprattutto dal punto di vista della Lega: la “collaborazione tra classi” impossibile sul terreno dell’economia può essere proposta su quello delle politiche securitarie e dell’ideologia razzista e xenofoba. Non è dunque un caso s,e a pochissimi giorni dal varo di una finanziaria che disattende in larghissima misura le promesse elettorali e che sconta la sostanziale sottomissione del governo ai diktat della commissione europea, Salvini cerca di aprire una nuova crisi umanitaria, impedendo l’attracco nei porti italiani della Sea Watch, una nave legata a un’ONG, con 40 immigrati a bordo. Intanto, una serie di sindaci PD – capeggiati dal palermitano Leoluca Orlando – denunciano la chiusura dei porti e dichiarano l’intenzione di “sospendere” il decreto sicurezza, ritenuto “inumano” e “incostituzionale”. Alla protesta aderiscono anche alcuni sindaci pentastellati, tra cui la Raggi e il livornese Nogarin, con il risultato di alimentare le tensioni nella maggioranza in relazione alla questione Sea Watch. “Scendano donne e bambini” risponde al muro di Salvini, Di Maio, il quale ha ormai percepito il fallimento della strategia in base alla quale, fin dal giugno scorso, si sono assecondate la propaganda e le politiche leghiste su sicurezza e immigrazione; strategia e non “tattica”, nella misura in cui – come abbiamo già spiegato – Di Maio e il suo entourage venderebbero la propria madre pur di non far cadere il governo, un eventualità che farebbe implodere il MoVimento, zeppo di carrieristi (a causa del suo opportunismo ideologico) e profondamente diviso. In questo modo, tuttavia – anche in relazione all’inconsistenza di misure come il decreto dignità (a dicembre record di contratti a tempo determinato!) – l’agenda politica è stata dominata da Salvini che da ormai un paio di mesi ha superato i 5Stelle nei sondaggi, costringendo Di Maio a promuovere tutta una serie di frizioni artefatte con la Lega (ricordate il caso della “manina”?) per nascondere la sua subalternità di fondo. Nel frattempo, le contraddizioni e i malumori generati dalla tragica parabola del MoVimento si esprimevano a suon di espulsioni di parlamentari, un processo che ha portato l’attuale maggioranza ad avere, ormai, solo due voti di scarto al senato. Nonostante il codismo dei grillini, le contraddizioni e la debolezza del governo sono sempre più manifeste e la sua tenuta è garantita essenzialmente dall’assenza di alternative: è in questo vuoto che va inserita la mossa di Leoluca Orlando ed altri sindaci del PD.

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Chiariamo subito una cosa: condanniamo le intimidazioni poliziesche come l’irruzione della DIGOS nel comune di Palermo avvenuta venerdì pomeriggio. L’iscrizione dei richiedenti asilo all’anagrafe è in sé un provvedimento sacrosanto: questo conta, non che sia legale o meno. Si tratta tuttavia di una misura molto limitata (non è tanto per il fatto di non essere iscritto all’anagrafe che chi subisce il ricatto dell’espulsione è discriminato nell’accesso a sanità ed istruzione, bensì a causa della paura), mentre non equivale affatto a una sospensione del Decreto Sicurezza (questi i termini in cui la stanno mettendo i sindaci e i media). Va poi rivendicato ad alta voce un principio: gli esponenti del Partito Democratico non devono avere nessuna voce in capitolo nella difesa dei diritti degli immigrati e nell’opposizione alle politiche securitarie: è stato infatti il decreto firmato dai piddini (Andrea) Orlando e Minniti a preparare il terreno a quello di Salvini, con l’introduzione del DASPO urbano – solo inasprito dall’ultimo DL, insieme all’attacco delle istituzioni contro gli immigrati e i lavoratori poveri che occupano gli immobili lasciati sfitti dai palazzinari a fini speculativi, o in attesa di essere regalati al capitalista di turno da comuni, regioni etc. in nome del pagamento degli interessi sul debito pubblico alle banche. Zelante fautore delle misure di cui sopra, non solo Nardella – famoso per la sua crociata contro i “barboni” e gli ambulanti – ma anche la vecchia volpe Leoluca Orlando, il quale negli ultimi anni ha cercato di darsi una riverniciatura “progressista”, tramite una retorica paternalista sulla “Palermo accogliente”, in concorrenza con quella del napoletano De Magistris. Ecco cosa dichiarava l’assessore alla “solidarietà sociale” del capoluogo siciliano, Matina, dopo l’ultimo maxi-sgombero di settembre: “Non siamo in contrasto sulla circolare [quella in cui il ministero degli interni scriveva che la proprietà privata è sacra! nda] La circolare del capo di gabinetto del ministro Matteo Salvini dà degli input su come realizzare gli sgomberi. Quello dei beni occupati abusivamente è un’emergenza […] chiediamo con forza che il governo, oltre a emanare la circolare sugli sgomberi, legittima, si attivi per un’azione di politica abitativa. Lo Stato deve ritornare a costruire abitazioni”. Peccato che gli immobili del quale parlava l’assessore fossero del Comune e che sarebbe dunque bastata un’ordinanza del “sindaco ribelle” per evitare l’intervento della polizia! Per giunta, mentre i suoi collaboratori inneggiano al ritorno all’assistenzialismo “moroteo”, Orlando mette in vendita migliaia di immobili di proprietà della città, tra i quali si annoverano anche le case popolari! Tutto questo, nel nome del rispetto dei vincoli di bilancio e del patto di stabilità che ha dissanguato i Comuni nell’ultimo decennio e ai quali lo stesso Orlando aveva opposto una “ribellione” di facciata. Una “ribellione” non dissimile da quella tentata ai tempi da De Magistris (anche lui alla testa della protesta dei sindaci di questi giorni) prima di procedere con privatizzazioni, licenziamenti etc., invece di sostenere le mobilitazioni dei lavoratori e dei disoccupati; anzi, alla faccia dei settori di sinistra che si erano illusi o avevano sparso illusioni nei confronti del “Peron partenopeo”, questi ultimi hanno dovuto scontrarsi con una feroce repressione.

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Per un’opposizione anticapitalista e di classe al razzismo e al governo. Contro l’immobilismo delle burocrazie sindacali

Se i sindaci ribelli volessero prendere provvedimenti concreti contro il decreto Salvini, dovrebbero opporsi in tutti i modi agli sgomberi, al DASPO urbano e allo smantellamento del sistema SPRAR, che implicherà il taglio dei fondi statali alle centinaia di strutture dove sono accolti richiedenti etc., ma questo implicherebbe stanziare ingenti risorse comunali per l’accoglienza e rompere con l’austerità, un punto – come abbiamo appena visto – che non è nell’agenda nemmeno dei primi cittadini più “trasgressivi” come quello di Palermo e di Napoli, figuriamoci dei vari Nardella – l’ “homunculus paracelsiano” di Renzi – o degli stessi sindaci grillini che stanno cercando sponde a sinistra! L’interesse di tutti questi elementi è, come abbiamo già accennato, quello di inserirsi nel crescente impasse in cui si sta cacciando l’esecutivo Lega-5Stelle per trarne vantaggi elettorali, o cominciare a fertilizzare il terreno per nuovi progetti politici, vuoi “repubblicani” (i sindaci renziani), vuoi “populisti di sinistra” (vedi De Magistris e Orlando (?)). La maggior parte di tali settori non ha nemmeno interesse a promuovere una mobilitazione seria per far cadere il governo: il PD è lacerato da lotte intestine – senza contare il fatto che nuove elezioni turberebbero i “mercati” – mentre le varie ipotesi alternative al “centro”, o a “sinistra”, potrebbero non raggiungere nemmeno il quorum per entrare in parlamento, allo stato attuale; così l’unica via che tutti personaggi in questione propongono per ottenere il ritiro del decreto Salvini, oltre a gesti simbolici di disobbedienza civile, è il ricorso alla corte costituzionale. Il problema di dare appoggio politico alla “ribellione dei sindaci”, tuttavia, non centra solo con l’ipocrisia di fondo della protesta. Centra anche e soprattutto con il fatto che associare alla lotta per i diritti degli immigrati personaggi legati a doppio filo con il PD o comunque a politiche di massacro sociale, fa il gioco della propaganda di Salvini secondo cui l’ “anti-razzismo” nasconde una maggiore preoccupazione per i problemi dei “clandestini”, piuttosto che per quelli degli italiani. Si tratta evidentemente di una boiata colossale che ha però un eco di massa anche tra settori di lavoratori e giovani non apertamente razzisti; un eco che non dipende da un astratto “spostamento a destra”, ma che trova radici nel fatto che privatizzazioni, tagli e contro-riforme del lavoro sono state portate avanti anche e soprattutto dal centro-sinistra, il quale non ha però rinunciato a una retorica “pro-migranti”, la cui ipocrisia – nei confronti degli immigrati stessi (i CIE li intordusse la legge Turco-Napolitano) – non è mai stata smascherata con sufficiente chiarezza da una sinistra radicale sempre subalterna a chi avrebbe poi fondato il PD, e oggi giustamente sbeffeggiata e ridotta al lumicino.

È dunque giusto scendere in piazza in questi giorni per chiedere l’apertura dei porti e il ritiro del Decreto Salvini, ma è necessario farlo con una posizione di indipendenza di classe dall’esponente borghese di turno – armati di una piattaforma che colleghi la lotta alle politiche securitarie e razziste del governo a quella contro l’ennesima finanziaria che antepone gli interessi di banchieri e industriali ai bisogni dei lavoratori e dei settori popolari. Una piattaforma del genere non può che essere imperniata su una prospettiva anticapitalista, quindi sul rifiuto del pagamento del debito pubblico, sulla rottura – non la riforma – con l’UE e i suoi vincoli di bilancio, da cui la necessità di nazionalizzare le banche e le grandi industrie sotto il controllo dei lavoratori: solo così si potranno avere a nostra disposizione risorse per le pensioni, la sanità, l’istruzione etc. e per risolvere l’immane crisi sociale determinata dall’impasse dell’accumulazione capitalistica. Bisogna inoltre porre all’ordine del giorno – non come richiesta al governo – ma come tema centrale delle mobilitazioni, quindi a partire dai luoghi di lavoro, l’abolizione del Jobs Act, dei pacchetti Treu e Biagi, accanto alla lotta per lavorare meno, lavorare tutti e avere paghe più alte: sono gli straordinari e l’aumento dei ritmi che rubano il lavoro, non i “clandestini” o i richiedenti asilo ai quali è necessario garantire una piena – e reale – accoglienza, eliminando la distinzione tra “immigrati economici” e “rifugiati”: perchè chi scappa dai devastanti effetti economici, sociali dell’imperialismo dovrebbe essere meno meritevole di protezione di chi è costretto a fuggire dai risvolti bellici dello stesso fenomeno? Inoltre, per saldare l’unità tra lavoratori italiani e immigrati è necessario non solo rivendicare il ritiro del decreto Salvini, ma anche mettere in agenda l’abolizione del reato di clandestinità e l’eliminazione di tutte le politiche che escludono dai pieni diritti sociali, civili e politici gli immigrati, mettendoli in una situazione di ricattabilità e di obiettiva divisione nei confronti dei lavoratori italiani. Come spiegava Lenin cent’anni fa – ed oggi, con i fatti, i lavoratori della logistica – non ci sono aumenti salariali e miglioramento delle condizioni di lavoro senza lotta e scioperi; una legge che vale con o senza flussi migratori. L’unica soluzione è lottare uniti contro il padrone a prescindere dal passaporto e ciò sarebbe più facile se una parte ormai consistente della classe operaia non fosse sotto la spada di Damocle del permesso di soggiorno, resa ancora più affilata dal decreto Salvini che minaccia di espellere i lavoratori stranieri che lottano (e magari fanno resistenza a pubblico ufficiale), oltre a rendere più difficile ottenere l’asilo politico etc.

Non bisogna perciò avere come punto di riferimento i vari Orlando, Nardella etc., ma la manifestazione contro il razzismo e per un fronte anticapitalista di ottobre lanciata dal Si Cobas, oltre a quella del 10 novembre promossa da settori di movimento e alla quale si sono aggiunti settori del sindacalismo conflittuale, anche se come abbiamo rilevato – pur essendo autonoma dal PD – si trattava di una mobilitazione che aveva il limite di non collegare apertamente l’antirazzismo con una politica di classe e anticapitalista. Entrambe, peraltro – sebbene partecipate – non sono state delle manifestazioni di massa: l’unica organizzazione che al momento sarebbe perfettamente in grado di lanciarne una del genere è la CGIL, le cui burocrazie, tuttavia, deducono dalla non volontà del governo di “confrontarsi con i corpi intermedi” che è necessario far pesare il numero delle tessere, e non quello della piazza e degli scioperi. In realtà Landini – con tutta probabilità futuro segretario della CGIL – ha dichiarato che una mobilitazione avrà presto luogo, se il governo continuerà a rifiutarsi di ricevere i confederali al tavolo. Ma se questo, sedersi a un tavolo, è l’obiettivo – e non ribaltare i rapporti di forza tra classi – potrà bastare la solita passeggiata rituale… Come noto, peraltro, il fatto di aver passivizzato per decenni i lavoratori, facendo passare qualsiasi controriforma e CCNL capestro, ha generato forti illusioni tra i salariati nei confronti di 5Stelle e Lega; illusioni che, a giudicare dalla finanziaria, avranno basi sempre meno solide, ma che rappresentano un ulteriore elemento esplicativo rispetto alla codardia mostrata dai vertici confederali ad opporsi a un esecutivo non proprio “amico”.

Insomma, il fatto che, nonostante la perdita di iscritti (dovuta più alla ristrutturazione industriale e alla demoralizzazione che alla crescita dell’auto-organizzazione operaia) la CGIL contenga la maggioranza relativa della classe operaia organizzata, è un tema che chi si oppone al razzismo e a questo governo deve porsi, senza liquidare la questione con facili invettive contro il tradimento e la condotta filo-borghese dei confederali; solo uno sciopero generale vero, che coinvolga milioni di lavoratori e lavoratrici, può ottenere conquiste significative: anche per questo, per parlare alla massa dei lavoratori scavalcando le burocrazie sindacali, è necessario collegare l’antirazzismo a rivendicazioni di classe e su queste basi costruire la più ampia mobilitazione possibile contro il governo, magari superando le divisioni – in buona parte campanilistiche – che hanno condotto a più manifestazioni separate, e per forza di cose più deboli, negli ultimi anni

Un’ottima occasione per mettere in campo una lotta di queste dimensioni è quella dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, che va recuperata come giornata di lotta del movimento di lotta delle donne, e in primis delle donne lavoratrici, una componente sempre più importante della classe lavoratrice e della società. È fondamentale che le lavoratrici per prime (ma anche i loro colleghi uomini) spingano perché tutti i sindacati proclamino lo sciopero generale quel giorno, collegando le rivendicazioni dei lavoratori a quelle del movimento italiano e internazionale delle donne; se alcuni gruppi dirigenti sindacali avranno paura di mostrare quel giorno la forza della classe lavoratrice che lotta, bisognerà aderire comunque allo sciopero, prepararlo, organizzarlo come giornata di lotta attiva, senza farsi legare le mani dalle burocrazie corrotte dai padroni o che temono di farsi superare dalla forza di una grande mobilitazione operaia e sociale contro governo e padroni.

 

 Django Renato

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