Si tratta di una problematica difficilmente affrontata, quella della comunicazione politica, con la dovuta serietà, cioè riflettendo criticamente sulla capacità di far comprendere ragioni e contenuti a chi subisce quotidianamente l’oppressione di un sistema decadente ma forte.
Nella fase che stiamo attraversando la digitalizzazione è diventata un fenomeno di massa, un avvenimento epocale che sta incidendo sulla società in tutte le sue forme; di conseguenza, cambia il modo di comunicare nella vita sociale e politica.
Rispetto a questi mutamenti le sinistre (anche di richiamo marxista) appaiono spesso in grave ritardo; aldilà delle disquisizioni teoriche, manca la capacità di rendere sintetico, popolare, quindi fruibile il messaggio di rivolta sociale.
Quel messaggio perde tutta la propria efficacia a causa di inutili sofismi che rendono prolisso un articolo, irricevibile un volantino, noioso un discorso. Quando anche si superassero anche solo in parte questi ostacoli, si tratterebbe di riuscire anche a collegare la vita politica reale odierna, le lotte e le rivendicazioni parziali e non rivoluzionarie con il programma generale della rivoluzione sociale – una prova che genera spesso risultati disastrosi.
Anche il modo di interloquire può risultare compromissorio: un atteggiamento accademico e tracotante trasmette un’aria di superiorità che indispone invece di avvicinare l’interlocutore; la mancanza di spontaneità, di empatia, genera una naturale diffidenza verso una postura che appare “falsa”.
Lenin, senza dubbio uno dei più abili comunicatori della storia politica, non solo socialista, diceva che “la coscienza degli uomini ritarda, nel suo sviluppo, sulla situazione reale […] il compito dei comunisti consiste nel saper convincere i ritardatari, nel saper lavorare fra loro, non nel separarsi da loro con parole d’ordine di sinistra cervellotiche e puerili”.
Questa considerazione, se vogliamo di buon senso, è grandemente in contraddizione con la mentalità del confronto settario e arido in una cornice di correnti e organizzazioni “di sinistra” che parlano sostanzialmente a sé stesse. Quella che dovrebbe essere la polemica politica nel dibattito pubblico scade spesso, quindi, in una bagarre (perlopiù virtuale, visti i tempi) fra compagini comunque residuali che incrementa la crisi di direzione politica del movimento operaio e studentesco.
Tale intransigenza fa perdere a quadri e militanti la capacità di distinguere avanguardie coscienti, attive e compagni inattivi, ponendoli sullo stesso piano, o peggio preservando i secondi a danno dei primi al fine di mantenere lo status di organizzazioni ingessati.

Tornando alla sopraccitata digitalizzazione di massa, ecco i numeri di quella che è una crescita rapida ed esponenziale: nel 2016, su una popolazione di quasi 60 milioni di persone il 66% s’è connesso ad internet (più di 39 milioni), il 47% (28 milioni di persone) l’ha fatto accedendo a piattaforme social da dispositivi mobili.
Sorge spontanea la domanda, a proposito di comunicazione politica: con quali ragioni si può difendere ancora la carta come principale mezzo di diffusione?
Per quel che ci riguarda, la straordinaria attualità del marxismo rivoluzionario necessita di un mezzo capace di arrivare ad un numero sempre più crescente di persone e di stare al passo con l’estrema fluidità delle nuove tecnologie, per questo motivo riteniamo fondamentale che il giornale online sia un elemento fondamentale dell’agit-prop, in correlazione ad una prassi militante.
Le tipologie di comunicazione e azioni politica evolvono: comprenderlo è il primo passo per rendere efficace l’azione politica e uscire dalla costante autoreferenzialità.

 

Roger Savadogo