Nel dibattito pubblico – che prevedibilmente in quest’anno si è molto ravvivato negli ambienti intellettuali, nella società civile, nella grande stampa, negli ambienti politici di qualsiasi forma e colore – la rivoluzione d’ottobre, nel quadro dell’ideologia dominante, viene fatta passare come una salma (non a caso, il governo anticomunista di Putin ci tiene a mantenere visitabile la salma di Lenin), un fatto del passato, un fatto che o non ci deve interessare o che al massimo deve destare un interesse negativo, da ricordare per il suo fallimento politico, per la dimostrazione dell’errore di fondo della teoria marxista, destinata a portare fallimenti e stragi alla classe operaia, per essere un evento caratteristico di un mondo superato dove la grande maggioranza della popolazione era contadina: una teoria, quella di Marx e Lenin, risalente a due secoli fa, non più valida oggi. Però questo ce lo dice chi magari difende la dottrina della chiesa cattolica, che ha le sue origini non secoli ma millenni fa.

Oggi come nel 1917 stesso, continua il mito della rivoluzione d’ottobre come un colpo di mano, un golpe voluto e eseguito da pochi cinici bolscevichi assetati di potere. La processualità della rivoluzione russa era invece un’altra, fatta di mobilitazioni, di scioperi, di ribellioni, di attacchi diretti delle masse popolari urbane e contadine ai padroni e ai proprietari terrieri, in risposta ai risultati miseri della rivoluzione di febbraio, alla fame diffusa, alla guerra che non finiva: un processo di opposizione aperta nel campo della forza alla borghesia, quindi non di “normale” dialettica politica dei periodi normali, ma di dialettica rivoluzionaria tra le classi, nella quale si inseriva, questo sì, l’intelligenza politica di un’avanguardia politica che era riuscita a costituire un partito capace di dirigere politicamente, teoricamente, organizzativamente, militarmente la classe lavoratrice e le masse contadine nell’insurrezione contro lo Stato borghese e nell’instaurazione di uno Stato che era non più borghese ma operaio, di uno Stato che faceva perno sulla classe lavoratrice e sulle masse dei diseredati contro le classi possidenti.

Il Consiglio (Soviet) degli Operai, Soldati e Contadini di Pietrogrado, che decise e mise in atto l’abbattimento dello Stato borghese in Russia.

In questo senso, la Rivoluzione d’Ottobre non è una rivoluzione che prova l’errore della teoria di Marx, il fallimento della teoria di Marx, il destino tragico, sanguinolento, stalinista del marxismo e della prospettiva della dittatura del proletariato; in questo senso, la rivoluzione d’ottobre (e la politica dei bolscevichi), è sì contro la lettura del Capitale che ne dava il marxismo ufficiale della Seconda Internazionale, contro la figura di Marx ed Engels riplasmati ad uso di una visione meccanicista, lineare, in cui la meccanica di uno sviluppo ineguale e combinato del capitalismo viene ignorata a favore di un processo in cui le direzioni irrimediabilmente riformiste del movimento operaio aiutano la borghesia a riformare di giorno in giorno il proprio sistema sociale e politico per posporre uno sbocco rivoluzionare in un futuro lontanissimo.

La Rivoluzione d’Ottobre sconfessava questo presunto Marx che giustificava il riformismo e l’alleanza con la borghesia nella guerra imperialista, che giustificava la distruzione di un partito internazionale costituito nei decenni, di un percorso politico iniziato dagli stessi Marx ed Engels per abbattere gli Stati borghesi, non per puntellarli mentre dichiaravano guerra.

La Rivoluzione d’ottobre confermava invece i fondamenti della teoria di Marx, la sua critica dell’economia politica, del progetto della dittatura del proletariato, quindi di un socialismo che si era dato una base scientifica per identificare che percorso, che prospettiva aveva davanti a sé il capitalismo, e quindi che prospettiva doveva assumere il movimento operaio per poter superare il capitalismo: non con una ricetta idealistica dell’osteria dell’avvenire, ma con un programma che realisticamente, a partire dalle basi materiali che la società capitalistica dava (con le sue contraddizioni, con le sue arretratezze, con le sue punte avanzate), poteva portare a una società organizzata su basi più razionali.

A cento anni di distanza, nonostante le sconfitte e gli arretramenti registrati dal movimento operaio internazionale, la questione di che prospettiva e di che strumenti politici devono dotarsi gli sfruttati per porre fine allo sfruttamento è ancora più attuale; è ancora più attuale l’ossessione, che si impadronì dei bolscevichi, dell’egemonia del proletariato sulla società, e della direzione del proletariato da parte di un partito compatto, rivoluzionario, basato sul programma della rivoluzione socialista mondiale e del governo dei lavoratori. La situazione di sfruttamento brutale, di distruzione dell’ambiente, di repressione e oppressione diffuse ora, ci impongono oggi come nel 1917 di ragionare e organizzarci per superare la società del “libero mercato”, dei pochi padroni e dei molti sfruttati, del caos e della barbarie nell’economia e nella società.

Proprio al fine di esplorare l’attualità della Rivoluzione d’ottobre, terremo una conferenza pubblica sabato 11 novembre alle 15 a Bologna presso la sede del SI Cobas (via Aurelio Saffi 30, nei pressi dell’Ospedale Maggiore) con oratori della sinistra di classe politica e sindacale.

Lavoratori, disoccupati, studenti, donne, immigrati: siete invitati! Questa conferenza è per voi, non per i circoli della sinistra da salotto!

 

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria – La Voce delle Lotte

 

Nato a Cesena nel 1992. Ha studiato antropologia e geografia all'Università di Bologna. Direttore della Voce delle Lotte, risiede a Roma e milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).