Per l’indipendenza politica del movimento operaio!

Appello per la costruzione di un fronte anticapitalista operaio e rivoluzionario


La crisi generale del capitalismo del 2008 ha modificato in senso peggiorativo le condizioni di vita e di lavoro di centinaia di milioni di lavoratori in tutto il pianeta, in particolare nei paesi a capitalismo avanzato.

In Italia, con un processo cominciato con l’approvazione della Legge Biagi, le condizioni di lavoro sono tornate a livelli da 1800. I giovani, per la prima volta dal dopoguerra, secondo gli istituti di ricerca della stessa borghesia, lavoreranno in condizioni peggiori delle generazioni precedenti e i salari in rapporto al costo delle merci sono notevolmente più bassi. Buona parte dei giovani viene tenuta fuori dal ciclo produttivo con la conseguente formazione di una massa di disoccupati: un c.d. “esercito industriale di riserva” spaventoso e forse senza precedenti nella Storia.

Ovunque i padroni provano ad imporre nuove regole al mercato del lavoro e all’organizzazione dello stesso con l’applicazione del Jobs Act. Ciò ha prodotto una diffusione di centinaia di tipologie di contratti precari – cosa lamentata, per assurdo, dagli stessi imprenditori – che hanno gettato i 25 milioni di lavoratori salariati in Italia nella barbarie dello sfruttamento, dell’allungamento dei ritmi e della durata della giornata lavorativa e della stessa vita lavorativa con l’aumento progressivo dell’età pensionabile.
Contratti talvolta fatti di poche ore (voucher), a cottimo, a prestazione, a progetto o a tempo determinato, hanno divaricato come mai prima d’ora il divario tra ricchi e poveri, ovvero tra le due classi principali dell’attuale società: classe borghese e classe operaia.
Gli studenti vengono utilizzati come forza-lavoro gratuita e senza alcuna sicurezza lavorativa dalle aziende grazie all’Alternanza Scuola-Lavoro, che ha reintrodotto in Italia lo sfruttamento del lavoro minorile con l’aggravante dell’assenza di un qualsiasi salario.

Sempre più si allarga la forbice salariale e la disparità nel movimento operaio per questioni di genere. Le donne sono considerate “l’operaio dell’uomo” dal sistema capitalistico. Se non son destinate al mero lavoro domestico di cura della prole e riproduzione della vita sociale della forza lavoro, sono considerate alla stregua di salario accessorio con paghe di 1/3 più basse di quelle degli uomini e con condizioni contrattuali addirittura peggiori di quelle degli operai maschi. Il patriarcato è una struttura sociale preesistente al capitalismo ma quest’ultimo se ne serve come base ideologica per dividere la classe proletaria al suo interno e attuare con maggior forza la sopraffazione di una classe sull’altra. Lotta al capitalismo e al patriarcato sono quindi inscindibili. Il risultato di questo legame è che la donna proletaria vive una duplice oppressione: soggiogata al capitale, viene discriminata come lavoratrice con la disparità salariale e – gli abusi, non solo di natura sessuale, subiti sul posto di lavoro; discriminazione che trova la sua giustificazione nella morale borghese e religiosa, che attribuisce alla donna, in quanto tale, una posizione di sudditanza rispetto all’uomo e le impone lo sfruttamento del lavoro di cura. La lotta al patriarcato è, quindi, una delle vertenze principali di un fronte operaio e anticapitalista per il superamento dell’attuale stato di cose. Tralasciare la questione significa indebolire gli operai e favorire la divisione tra generi al suo interno. 

Nel tentativo di far tornare a crescere i saggi di profitto, i Governi della Confindustria e dei banchieri sempre più attaccano anche il salario indiretto attraverso lo smantellamento dei trasporti, della sanità e dei servizi pubblici. Ovunque assistiamo a politiche di tagli e privatizzazioni dei servizi portati avanti sia dai governi nazionali che da quelli locali, tanto dagli schieramenti di centrodestra che da quelli di centrosinistra, compresi quelli populisti di sinistra o “vicini ai movimenti” come quello di De Magistris.

In un contesto di attacco strutturale contro il proletariato, la borghesia riorganizza anche la ristrutturazione delle forme di governo e di rappresentanza del suo stesso dominio. Sempre più si rafforzano i ruoli degli esecutivi a scapito anche di strumenti democratici formali. Per spazzare via ogni resistenza delle masse la borghesia ha bisogno di rivoluzionare anche gli stessi spazi formalmente democratici a sua disposizione. Lo Stato sempre più diventa una macchina burocratica impenetrabile a qualsiasi cambiamento riformista portato al suo interno. Niente può modificarlo a fondo, essendo esso stesso uno strumento di dominio dei padroni sul movimento operaio e sul resto della società.

L’introduzione di clausole in rispetto ai parametri della coalizione imperialista degli Stati-Nazione europei, l’Unione Europea, e degli istituti finanziari organizzati dalla BCE (pareggio di bilancio in Costituzione) e la tendenza alla trasformazione in strutture neocorporative delle più grosse organizzazioni sindacali del Paese; l’incremento di misure e leggi repressive contro le masse e il movimento operaio; la promulgazione di leggi razziste come la Minniti-Orlando; le leggi e gli accordi sindacali per impedire il diritto di sciopero; leggi elettorali sempre più antidemocratiche, rappresentano la misura in cui la borghesia smantella progressivamente gli spazi di democrazia formale conquistati con le dure lotte del movimento operaio.

Per gestire il cambiamento storico sotto il profilo economico, sociale e civile, che la borghesia vuol portare avanti, anche le forme fintamente democratiche devono cedere il passo a strumenti sempre meno accessibili e autoritari. Non si tratta per noi di “democratizzare” l’attuale forma di governo che rimane sempre una delle espressioni della dittatura dei padroni, ma va preso atto della deriva autoritaria in atto è parte integrante di questo processo di “crisi organica” (l’insieme di una crisi economica, civile e sociale).

Proprio per questo risulta chiaro che le lotte economiche, che pure in maniera atomizzata e minoritaria si sviluppano nel Paese, non possono essere disgiunte dalla lotta all’autoritarismo che la borghesia mette in campo per cercare di sistemare più agevolmente la crisi del saggio di profitto. Le lotte economiche da sole, se non legate indissolubilmente alla lotta politica per il superamento dell’attuale società, portano in vicoli ciechi che nella migliore delle ipotesi producono sconfitte o vittorie vertenziali oppure portano a scelte politiche sbagliate e opportuniste, come quelle fatte da chi si è imbarcato sul carro di Potere al Popolo.

Le elezioni politiche del 2018 rappresentano una parte dello scontro politico. Nel campo della “sinistra”, molte realtà di movimento e di partito hanno fatto la scelta di lanciare una lista elettorale dai contenuti riformisti e composta essenzialmente da settori del ceto medio e della piccola borghesia proletarizzata, nonché da settori della burocrazia sindacale e da pezzi del ceto politico riformista, che nei precedenti governi di centrosinistra ha occupato ruoli di rilievo nei governi antiproletari degli ultimi 20 anni, arrivando finanche ad assumere il controllo di alcuni ministeri.

La scelta che molti a sinistra stanno facendo è per noi incompatibile con una prospettiva di cambiamento sociale, fosse anche solo parziale, per i lavoratori e le masse oppresse. Non è una posizione a priori che ci fa scegliere di rimanere fuori da questo blocco senza principi, ma una valutazione attenta dei disastri che queste operazioni hanno prodotto e che sono sotto gli occhi di tutti: passivizzazione dei militanti, sfiducia verso i partiti storici del movimento operaio, sempre maggiore influenza di idee populiste e razzista tra i settori più arretrati del proletariato, diffusione e rafforzamento delle organizzazioni fasciste, etc.

Siamo convinti che il movimento operaio e, dietro la sua guida, anche le classi e i settori della società schiacciati dai capitalisti e oppressi dalla società borghese (studenti, donne, impiegati, intellettuali, etc.) – abbia bisogno di una sua rappresentanza politica. Ma la nostra idea di rappresentanza non è legata a una velleitaria quanto utopistica ipotesi di riformare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo di modo da renderlo meno aggressivo e accettabile. Laddove altre forze, anche nella recente storia politica, hanno avanzato ipotesi come quelle di Potere al Popolo e sono arrivate finanche a governare lo Stato, hanno promosso esattamente le stesse leggi di austerity dei precedenti governi (vedi Syriza in Grecia il cui asse programmatico è molto simile a quello di PaP).
La nostra idea di rappresentanza corrisponde all’organizzazione del movimento operaio e delle sue forze attorno a un obiettivo chiaro e strategico: conquistare il potere e farla finita con la classe parassita e sfruttatrice dei capitalisti.

Un’eventuale propaganda elettorale dovrebbe avere la funzione di svelare, con la denuncia politica, gli interessi borghesi in contrapposizione a quelli dei proletari, affinché sia più chiara la strada di un’azione indipendente della classe lavoratrice in opposizione ed in contrasto con le compatibilità capitalistiche. Una battaglia per unire i protagonisti delle lotte sui posti di lavoro e nel sociale con un programma che non sia la lista della spesa, ma espressione politica e piano di battaglia di un movimento che si ricompone in una prospettiva di classe e di alternativa di potere.

Il che non significa solamente “proletari in parlamento”, dato che sono il programma politico e l’effettiva rappresentatività di una lotta politica degli sfruttati contro la borghesia a qualificare una battaglia politica come di classe e anticapitalista. Il presentarsi o meno alle elezioni e con quali modalità, infatti, è una tattica da discutere sulla base della situazione oggettiva complessiva e delle forze che si possono mettere in campo: il vero discrimine è la centralità della classe operaia in un programma politico di trasformazione della società e di potere politico in mano alla gran massa degli sfruttati.

Un programma, per noi, si giudica nel suo insieme e non per singoli punti; si giudica per il fine che si propone rispetto alla classe cui si rivolge, e non semplicemente per alcune proposte di riforme economiche, sociali e civili al suo interno contenuta. In quest’ottica, ci appare tutt’altro che casuale che il programma della lista di “Potere al Popolo” veda quale suo primo punto la “difesa della costituzione nata dalla resistenza”, cioè proprio quella carta costituzionale frutto della politica di fronte popolare, di compromesso tra forze proletarie e forze borghesi, portata avanti dal PCI nazional-popolare togliattiano e nel cui nome la borghesia italiana per 70 anni ha potuto garantire e legittimare nel nostro paese il proprio dominio e lo sfruttamento capitalistico.

E tuttavia in questa sede non ci interessa tanto disquisire sul carattere più o meno “progressivo” della carta voluta dai “padri costituenti”, quanto evidenziare il carattere clamorosamente retrogrado di un tale postulato anche da un punto di vista riformista. Chi conosce la storia della lotta di classe in generale e delle sue articolazioni in Italia dovrebbe sapere bene come le conquiste e i miglioramenti delle condizioni di vita dei proletari non siano stati certo il frutto della “Costituzione più bella del mondo” ma dello scontro, spesso sanguinoso, tra il movimento di classe e le forze borghesi: non è un caso se, tra i tanti princìpi di solidarietà e uguaglianza contenuti formalmente nella carta del 1948, solo una minima parte siano divenuti legge e lo siano diventati a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, solo a seguito delle ondate di manifestazioni e scioperi.

Il carattere a nostro avviso volutamente ambiguo di questa operazione sta proprio nel non spiegare in che modo i promotori della lista intendano rendere “reali” le enunciazioni contenute nel programma. Per noi gran parte di queste rivendicazioni passano necessariamente per il rilancio di un movimento anticapitalista e, inevitabilmente, per la costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria, non certo per la difesa della Costituzione né tantomeno per lo scimmiottamento di esperienze delle “sinistre dal basso” quali Syriza in Grecia o Podemos in Spagna, i cui elementi di “rottura” si sono sciolti come neve al sole poche ore dopo le elezioni.

Alla luce di queste considerazioni, pensiamo che queste elezioni non vedranno una lista, una rappresentanza politica effettiva della classe lavoratrice, e che le condizioni di un’eventuale battaglia degli sfruttati alla borghesia anche su questo campo non possano essere create artificialmente con scorciatoie basate su una prospettiva ambigua e neoriformista come nel caso di PaP.

Noi lottiamo e appoggiamo tutte le iniziative che rafforzino il movimento dei lavoratori come classe cosciente di sé, che non nutra illusioni rispetto a possibili scorciatoie neoriformiste, per una prospettiva rivoluzionaria.

Un fattore positivo a sinistra, durante questa stagione elettorale segnata nel suo complesso da un’ondata di razzismo e nazionalismo, è stato il diffondersi in ambienti politici, sindacali, di movimento della parola d’ordine, che avevamo lanciato lo scorso novembre, di un fronte anticapitalista. Un segnale di polarizzazione e avanzamento politico tra avanguardie di classe che comprendono la necessità di un’alternativa a programmi e percorsi centrati sulla compatibilità col capitalismo e con lo Stato borghese; un segnale di furba manovra dei “capipopolo” che sanno di dover mantenere una retorica “rivoluzionaria” per differenziarsi e strappare posizioni ai vecchi capi riformisti ben più forti sul profilo dei legami con le aziende, con i burocrati sindacali, con l’apparato statale. Vogliamo chiarire dunque con quale posizione, come FIR, ci vogliamo impegnare in questo possibile percorso politico di unità d’azione.

La nostra proposta sta nel costruire un fronte anticapitalista, che non si limiti a connettere le esperienze di lotta di classe che si sviluppano in maniera atomizzata nello scontro tra capitalisti e lavoratori in Italia, ma che porti queste sul piano strategico della conquista del potere. Un percorso che si ponga, cioè, il problema di quale classe debba governare e decidere della vita economica e sociale della classe operaia e più in generale delle masse oppresse, cosa che, al contrario, non si pone Potere al Popolo, proponendo de facto ai settori di lotta il vicolo cieco della difesa dell’ordine sociale esistente. Non, quindi, un mero fronte tra forze sindacali, ma un fronte che unisca i lavoratori e gli oppressi su un piano politico complessivo e che non lo faccia limitandosi a un programma minimo – che si traduce oi in una mera battaglia difensiva sui diritti lasciando intatti i cardini dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo – né rivendicando un programma massimo in astratto – che significherebbe rivendicare una presunta politica rivoluzionaria contro il capitalismo senza avere nessuna guida per l’azione per rendere praticabile questa opzione. La necessità della costruzione di un fronte anticapitalista operaio e rivoluzionario equivale alla necessità di sviluppare le esigenze che emergono dalle lotte economiche, sociali, politiche del movimento operaio in rivendicazioni che – rompendo con il punto di vista della classe dominante e promuovendo la mobilitazione e l’organizzazione politica indipendenti dei lavoratori attorno ad esse – pongano la questione dell’alternativa di potere. Cioè porre in ognuna di queste rivendicazioni parziali elementi che – mettendo in discussione l’organizzazione della produzione e della vita sociale delle masse imposta dalla borghesia – siano in grado di far sviluppare il livello di mobilitazione, di indipendenza politica e di organizzazione dei lavoratori fino a chiarire l’inevitabilità dell’abbattimento del potere statale della borghesia da parte del proletariato, in vista della sua completa espropriazione economica.

A partire da questa proposta, facciamo appello a partecipare, sostenere e costruire la mobilitazione del 24 febbraio a Roma che è stata lanciata dalle più combattive forze e avanguardie del movimento operaio, per far emergere anche in questo scenario elettorale, stra-dominato dalle forze borghesi, l’esistenza e la prospettiva un’alternativa dei lavoratori.
Più in generale facciamo appello a lavoratori, militanti, gruppi e organizzazioni che condividano i principi cardine di questo appello, ad aprire una serie di discussioni e iniziative concrete per costruire insieme un fronte anticapitalista operaio e rivoluzionario, per avanzare sul piano politico nella battaglia ai padroni e al loro Stato e per il superamento della società capitalistica.

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria
Coordinamento Studentesco Rivoluzionario
Collettivo Nadezhda