La storia politica di Marco Rizzo è sostanzialmente quella di un riformista che dalla scissione alla destra di Rifondazione Comunista si ritrova catapultato, nel giro di quindici anni, alla leadership indiscussa di un partito che, per quanto rimanga sempre nell’ambito delle opzioni riformiste proprie dello stalinismo, osa definirsi comunista.

Per meglio comprendere gli effetti dello stalinismo in Italia, che trova la sua massima espressione nel Partito Comunista, è utile partire da un breve riassunto della storia politica di Marco Rizzo.

Parlamentare dal 1994 al 2004, a seguito della scissione di destra del ’98 contro la maggioranza di Rifondazione che aveva deciso di ritirare la fiducia al governo Prodi, diventa fondatore, assieme a Cossutta e Diliberto, del Partito dei Comunisti Italiani con lo scopo di sostenere i governi borghesi di centrosinistra “contro il pericolo delle destre”. Fu l’allora governo D’Alema, sotto l’egida dell’Onu, a partecipare, nel ’99, alla guerra della coalizione Nato contro la Jugoslavia. Mentre Belgrado veniva bombardata dagli aerei italiani, tutti gli aerei della Nato partivano dalla base militare di Aviano. Allora al “compagno”, dell’uscita dell’Italia dalla Nato, del disimpegno da tutte le missioni di guerra all’estero e della chiusura delle basi militari straniere, non importava un fico secco: è ben noto, infatti, che i comunisti alla Rizzo sono contro la guerra soltanto in periodo di pace.

Dal 2004 al 2009 ricopre la carica di europarlamentare. Sarà un duro scontro conDiliberto, numero uno del partito – scontro che culminerà con l’espulsione di quest’ultimo dal partito con l’accusa di essere colluso con ambienti piduisti e la candidatura del filosofo Gianni Vattimo, novello dilibertiano, tra le fila de L’Italia dei valori – a porre fine alla scalata nel partito e a spostare definitivamente la barra dell’opportunismo e del settarismo di sinistra verso i lidi staliniani, attraverso la fondazione, nello stesso anno, di un nuovo soggetto politico: Comunisti – Sinistra Popolare, da cui poi, nel gennaio 2014, nascerà l’attuale Partito comunista.
Il collaborazionismo di classe con la borghesia e i suoi governi, in contrasto con i principi basilari del marxismo, è una caratteristica di tutte le organizzazioni che si richiamano alla politica staliniana, la quale, da sempre, implica la pacifica coesistenza con l’imperialismo. Basti pensare, a titolo di esempio, a come il KKE, partito stalinista greco gemellato con il Pc di Rizzo, arrivò a partecipare nell’ ’89 ad un governo di unità nazionale insieme alle forze socialdemocratiche e persino ad un partito di destra, Nuova Democrazia, che rappresenta uno dei principali terminali dell’Europa delle banche. O a come, più recentemente, nel 2011 lo stesso KKE si sia distinto in negativo per il suo ruolo durante la stagione di mobilitazioni in Grecia contro i governi della Troika precedenti a Syriza, realizzando un cordone di difesa del parlamento greco contro le masse inferocite che lo ponevano sotto assedio.

Non va dimenticato che il potere della burocrazia non si fonda su una precisa strategia, ma nell’affrontare il divenire politico di volta in volta con linee spesso contraddittorie. È il carattere esecutivo delle scelte, non la votazione formale a fare la differenza. Il settarismo, da sempre, rappresenta la malattia infantile di ogni burocrazia.

Tra gli obiettivi strategici del PC vi è l’individuazione di un blocco di forze con un forte connotato di classe ma eterogeneo da un punto di vista sociale e politico come soggetto rivoluzionario. Quella che viene calata come prassi rivoluzionaria, sottende in realtà una metodologia d’intervento settaria: il tentativo di costruzione di una scalata al sindacalismo di base, costruendo in altenanza un intervento settario e completamente sganciato da ogni prospettiva di massa. Il punto di riferimento del PC – seppur in questo caso da tener separato da un contesto sociale di rivolta – è ancora una volta il partito gemello greco e il suo controllo sul PAME (una sorta di CGIL allargata) il quale, nella stagione delle lotte e delle manifestazioni di massa che sconquassarono la Grecia, balzò alle cronache per la sua sistematica opposizione alla rivendicazione di uno sciopero prolungato, salvo poiorganizzare costantemente le proprie manifestazioni, cortei e scioperi separati, tenendo quindi la sua forza organizzata in disparte e operando, di fatto, per dividere il fronte dei lavoratori anziché unificarlo. Il tutto al servizio di una logica di sopravvivenza e continuità d’apparato, distante anni luce da ciò che effettivamente comporta la costruzione di un fronte anticapitalista operaio – prospettiva, questa, che comporterebbe costruzione di assemblee territoriali per decidere come affrontare padroni, classe di governo e reazione di bande neofasciste, e la discussione ed elaborazione di un programma di alternativa di potere della classe lavoratrice. Illuminante è ricordare , a tal proposito, come la politica del collaborazionismo di classe dei cosiddetti “fronti popolari” a metà degli anni ’30 in Spagna, che si concretizzava in alleanze elettorali con forze socialdemocratiche – quelle che durante il “socialfascismo” erano considerate opportunisticamente alla stregua dei fascisti, con tanto di rimozione della dialettica –in funzione antifascista, abbia contribuito in maniera diretta a massacrare i rivoluzionari, disarmare i comitati di base, mettere fuorilegge le milizie operaie rivoluzionarie, consegnando nei fatti il potere alla borghesia repubblicana che a sua volta lo ha riconsegnato nelle mani di Franco.

Certo, comprendere che un fronte unico operaio e rivoluzionario, storicamente concepito come strategia difensiva in cui i comunisti avrebbero dovuto allearsi con i socialdemocratici e altre forze per difendere gli standard di vita e le organizzazioni dei lavoratori dagli assalti capitalistici, possa includere l’obiettivo strategico di vincere la maggioranza della classe operaia per la rivoluzione come conseguenza di esperienze comuni e del rifiuto di direzioni riformiste o centriste non è cosa facile, tanto più per chi con orgoglio rivendica l’eredità di Stalin e di Togliatti.

Di Togliatti del resto, sulla base di un vecchio mantra relativo all’“assenza di rapporti di forza”, concepito per lo più per far fronte al proprio dilettantismo politico – senza tenere conto quindi della Resistenza come una delle più grandi fiammate rivoluzionarie conosciute dal nostro Paese – viene giustificato un po’ tutto l’operato da parte delle organizzazioni staliniste, quali il Partito Comunista, e “antistaliniste” riformiste in Italia, le quali individuano nella Carta costituzionale – quella che tutela la proprietà privata dei mezzi di produzione, per intenderci – l’elemento di progressiva transizione verso la società socialista. Dalla costruzione di un partito di massa, anziché di militanti, in contrasto con la linea bolscevica e che affonda le sue radici nell’identificazione opportunista del proletariato con la nazione e nella mutilazione dialettica del marxismo – un partito nel cui statuto si leggeva che un comunista doveva essere rispettoso del culto religioso e delle istituzioni – alla collaborazione con la monarchia prima e con le forze borghesi poi (inclusi i fascisti rinnegati di Badoglio); dal rinvio della Rivoluzione ad un tempo indefinito, all’amnistia per i fascisti e alla restituzione delle fabbriche occupate ai capitalisti. E altro ancora.

A quanti oggi nel PC parlano di rivoluzione, non dovrebbero pertanto destare meraviglia le parole del loro segretario al Congresso regionale della federazione dell’Emilia Romagna di poco più di anno fa, secondo il quale quando si sente un compagno che dice di voler fare la rivoluzione socialista occorre chiamare il 118. “Chi sostiene che il compito dei comunisti nei paesi imperialisti è fare la rivoluzione socialista è o un poliziotto o un pazzo”;e non dovrebbe sorprendere nemmeno il fatto di dare ragione a Togliatti circa l’impossibilità di fare la rivoluzione socialista in Italia, “altrimenti gli USA avrebbero invaso il paese con cinque divisioni e spazzato via le forze del movimento comunista”. Ma come si diceva, la burocrazia si contraddice nell’affermazione del proprio potere non avendo una strategia chiara da seguire, per cui basta rimangiarsi quanto detto, fare finta di niente e andare avanti. D’altronde, non è una novità che gli opportunisti travestiti da rivoluzionari si sono sempre contraddistinti per il fatto di parlare di rivoluzione salvo poi tirarsi indietro quando le masse inferocite si ribellano ai loro aguzzini.

Ambiguità e contraddizioni sono altrettanto evidenti sui temi d’attualità. Sulla questione migranti, sia dai documenti congressuali che dalle parole dei militanti e dello stesso Rizzo, si evince che bisogna contrastare la xenofobia ma anche rifiutare un certo buonismo e moralismo della sinistra borghese. Una fraseologia da fare invidia al miglior Salvini, pericolosamente tendente al nazionalismo e, al contrario di quanto affermato, intrisa di xenofobia. Infatti, ammesso ma non concesso che si possa parlare di una falsa morale borghese in merito all’immigrazione e all’accoglienza di migranti, in ultima istanza va considerato che una personadeve essere libera di potersi muovere su questo pianeta per cause inerenti alla propria condizione sociale e al reddito senza per questo dover essere considerato un problema per gli altri. Ma non dobbiamo dimenticarci chenelle società capitalistiche la libertà degli individui dipende principalmente dalla classe sociale a cui essi appartengono. Ogni individuo che viva una condizione di estrema povertà ed emarginazione vede annullata la propria libertà, in quanto la condizione economica in cui versa gli impedisce sostanzialmente ciò che formalmente gli viene riconosciuto; ragion per cui non c’è differenza alcuna tra uno sfruttato italiano e uno sfruttato straniero. Questioni come quella del razzismo vengono banalizzate in riferimento alla guerra tra poveri voluta dai padroni per giustificare ulteriori pulsioni nazionaliste e sovraniste, di uscita da Unione europea ed Euro. Posizioni, quelle sovraniste e antieuropeiste, che tradiscono il voto favorevole dello stesso Rizzo a tutti i trattati europei nel 2005 al Parlamento europeo e in piena scalata di destra al suo partito (PdCI).

In tema di diritti poi la cosa diventa assai bizzarra. Il fatto che si dichiari di volersi battere unicamente per i diritti sociali ed essere disinteressati a quelli democratico-civili, sia per quello che concerne gli immigrati sia per le persone omosessuali, tradisce un’ulteriore deformazione del marxismo. Se è vero che i diritti civili rimangono confinati nel quadro di una logica borghese, è anche vero – per quanto detto sopra – che la stessa cosa vale per i diritti sociali; un diritto infatti non sarà mai democratico-civile fino in fondo se nonè in grado di soddisfare i requisiti sociali, ma sarà tuttalpiù un diritto democratico dimezzato. Ma un marxista che non abbia assorbito troppa segatura staliniana nel cervello queste cose le sa, ed è per questo che conduce una battaglia che si evolve su tutti i livelli e che intreccia esigenze immediate con quelle non immediate.Intraprendere la strada della volgarizzazione dialettica, esprimendosi sui diritti alle persone omosessuali e sulle rivendicazioni della comunità LGTB in maniera massimale esganciata dalla realtà, sembra essere qualcosa di irrinunciabile per i “compagni” rizzini.Ripercorrendo tra l’altro ciò che fecero i già citati alleati greci del KKE in tempi recenti, quando votarono contro i diritti delle persone omosessuali assieme a partiti di centrodestra e ai fascisti di Alba Dorata, ed esternando pubblicamente argomentazioni tipicamente clericali e destrorse circa il sostegno alla famiglia eterosessuale.

Un’ulteriore ambiguità si evince in ambito di genere, nella lotta per i diritti della donna. Inutile ribadire che la guerra al capitalismo non è scindibile dalla lotta al sessismo e al patriarcato. Questo è facilmente comprensibile se si pensa al fatto una donna proletaria è vittima di una duplice oppressione: l’una legata alla disparità salariale sul posto di lavoro e quindi al capitale in maniera diretta, l’altra alla morale borghese e religiosa che le attribuisce una posizione di subordinazione rispetto all’uomo e lo sfruttamento del lavoro di cura.
Per quello che concerne il pianodella politica internazionale, coerentemente con la deformazione campista tipica delle forze che si richiamano allo stalinismo, il PC e i suoi alleati sostengono politicamente un po’ ovunque regimi nazionalisti-borghesi. Da quello di Morales in Bolivia e Maduro in Venezuela, spacciandoli per socialisti o antimperialisti, ai regimi autoritari e antipopolari del Nord Africa e del Medio Oriente, a partire da quello di Gheddafi incredibilmente considerati per decenni baluardi dell’antimperialismo, nonostante avessero ben rappresentato gli interessi dell’imperialismo nelle loro aree territoriali di riferimento. Dal regime “antimperialista” siriano di Bashar-al Assad, responsabile di una guerra civile che dal 2011 ad oggi ha causato mezzo milione di vittime, distruzioni e atrocità, a quello dinastico dittatoriale, fortemente antioperaio e antipopolare di Kim Jong-un in Corea del Nord.

La logica campista, come sappiamo, consiste nel prendere posizione a favore di una delle forze borghesi in campo, anziché cercare di rovesciarle tutte ponendosi dalla parte delle masse proletarie e degli oppressi. A volte riesce persino a spingersi oltre fino a negare la realtà dei fatti, deformandola e scivolando su posizioni complottiste. Così ad esempio accade che in Venezuela, invece di opporsi sia al chavismo che all’opposizione borghese della MUD, si difendesse il regime antisociale, capitalista e repressivo di Maduro, che continua a pagare il debito estero alimentando così la favola della “rivoluzione bolivariana”. Oppure che in un contesto come quello siriano, caratterizzato dalla competizione fra imperialismi per il controllo del territorio e le sue risorse, si decidesse di parteggiare per uno dei poli imperialistici in competizione – in questo caso quello che unisce Assad, Putin, l’Iran degli ayatollah e le milizie libanesi degli Hezbollah – anziché porsi nell’ottica di costruzione di un polo proletario rivoluzionario e di sostegno alla resistenza delle masse siriane oppresse allo stesso tempo dall’imperialismo occidentale, da quello russo, dal regime genocida di Assad e dai fascio-islamisti dell’Isis. O, ancora, che non si riconoscesse l’evidente degenerazione dello Stato operaio cubano e la sua restaurazione capitalistica in corso da decenni; o che si arrivasse a sostenere che le sollevazioni nei Paesi arabi, così come quelle più recenti in Venezuela, siano frutto di una operazione Usa pianificata a tavolino, anziché il prodotto della povertà di massa dilagante.

Sarebbe superfluo aggiungere che marxisti di questo calibro rendono un pessimo servizio alla causa stessa del marxismo e delle masse oppresse da loro ostracizzate. Partiti come quello di Rizzo, che hanno sempre preso le distanze dal centralismo democratico costituiscono indubbiamente un freno alla crescita del movimento operaio e di un’organizzazione internazionale. È utile pertanto, anche alla luce del nuovo risultato elettorale, attraverso uno studio e una lettura approfonditi della Storia e un lavoro di formazione politica, saperli collocare definitivamente nelle discariche che la Storia ha loro riservato.

 

Kenzo