Venerdì 10 ottobre al porto di Livorno si è tenuta un’assemblea pubblica convocata dai GAP (Gruppo Autonomo Portuali) e USB  al presidio permanente. La presenza congiunta di ferrovieri, portuali e aeroportuali segna un precedente importante nella costruzione di un fronte comune dei lavoratori coinvolti nella logistica militare, indispensabile per coordinare azioni in grado di ostacolare l’ingranaggio bellico. Fondamentale è stata anche la presenza dell* student*.  La “pace” di Trump non affronta l’occupazione sionista: è necessario continuare a organizzarsi e costruire un grande sciopero generale, coordinando lavorator* e student* attraverso assemblee permanenti.


 

Il porto di Livorno, già la principale infrastruttura per l’import-export di automobili in Italia, aspira a diventare uno dei più grandi attracchi del Mediterraneo. Sono infatti cominciati in questi mesi i lavori di costruzione della Darsena Europa, un investimento da 4 miliardi di euro che mira a fare della città toscana uno snodo cruciale per il trasporto inter-modale verso il Centro Europa, desaturando la rotta che passa dallo stretto di Gibilterra e arriva fino ad Amburgo o Rotterdam. Analogamente ad altri porti d’Italia, la concentrazione del capitale e l’espansione dell’hub marittimo, va però di pari passo con una crescente frammentazione dei lavoratori, permessa dalla privatizzazione dei terminal avvenuta negli ultimi decenni, con inevitabile peggioramento delle condizioni contrattuali e di sfruttamento. Il porto di Livorno è inoltre un punto di transito importante per l’economia di guerra e l’import-export di armi. Uno status che, con la finalizzazione del progetto Darsena-Europa e il riarmo UE, a partire dalla Germania, non potrà che consolidarsi. 

Il mese di settembre ha segnato l’inizio di un’intensa stagione di lotta contro questo processo di militarizzazione del porto di Livorno. Il 22 settembre i portuali, guidati dai GAP (Gruppo Autonomo Portuali di Livorno) hanno aderito allo sciopero generale  indetto da USB impedendo lo scarico di merce bellica della Severn SInc proveniente da Israele con un blocco di tre giorni. Successivamente il presidio permanente si è spostato fuori dalle banchine nel Varco Zara. In seguito, il 29 settembre, i lavoratori si sono nuovamente rifiutati di far imbarcare cinque container di armamenti della NATO sulla Zim Virginia, diretta a Israele, portando USB e CGIL a proclamare sciopero.

Il sostegno congiunto dei due sindacati allo sciopero – avvenuto anche in occasione del 3 ottobre – rappresenta un importante passo verso la costruzione di un fronte unico dei sindacati, necessario per coinvolgere il maggior numero di lavoratori e costruire mobilitazioni di massa. Un passo che però i vertici CGIL hanno dimostrato non essere ancora del tutto pronta a fare.  L’8 ottobre il segretario provinciale della Filt-Cgil, Giuseppe Gucciardo, ha  dichiarato che “ostacolare i traffici commerciali israeliani non è una linea condivisa a livello nazionale” e che Livorno “rischierebbe l’isolamento e un danno economico senza rafforzare la causa politica”.

Il sindacato confederale si è quindi tirato fuori dal blocco della ZIM, mentre USB ha mantenuto l’impegno a sostenere i lavoratori che continueranno a boicottare la compagnia Israeliana. 

Questa presa di posizione da parte della segreteria CGIL, oltre ad essere in contrapposizione con quanto dichiarato due settimane fa, si presta a due letture parzialmente opposte: o si ritiene inefficace il blocco, non solo di armi ma anche commerciale contro Israele, per esercitare pressione sul governo Italiano e Israeliano affinchè interrompano il genocidio palestinese, oppure non si è ancora pronti a esprimere una reale condanna all’entità sionista, continuando così a mantenere una certa complicità. Se la seconda ipotesi fosse vera rivelerebbe anche l’opportunismo dei vertici del sindacato confederale nell’appoggiare la mobilitazione solo nei momenti di maggiore risonanza mediatica e supporto di massa, e la legittimazione del vergognoso piano di pace di Trump. La postura finale che assumerà la dirigenza CGIL dipenderà dalla pressione che i lavoratori tesserati eserciteranno sulle segreterie. Per costruire questa pressione è indispensabile che tutti i lavoratori siano convinti della necessità di estendere il blocco anche alle navi con carichi commerciali, e di non limitarsi alle sole armi.  Il genocidio palestinese è reso possibile, oltre dalle armi che l’occidente invia, anche dal suo sostegno economico. Qualsiasi merce diretta verso Israele alimenta il meccanismo di occupazione e apartheid in Palestina, culminato a Gaza col genocidio. Per questo motivo ogni nave da e verso Israele deve essere bloccata. L’isolamento e il danno economico sono gli obiettivi della mobilitazione, sia per la loro capacità di debilitare Israele, sia per indurre il governo italiano ad interrompere qualsiasi scambio con il sionismo. 

 

Il ruolo dei portuali nella mobilitazione per la Palestina

La mobilitazione dei portuali ha dimostrato che per alcuni lavoratori questa comprensione è già maturata. Il GAP di Livorno, così come i CALP di Genova, tramite le loro azioni di blocco e parole d’ordine hanno stimolato una mobilitazione nazionale con dimensioni di massa. Lo slogan “Blocchiamo tutto” è rimbalzato di città in città, amplificato dalle lotte studentesche e dei lavoratori, sfociando in uno degli scioperi generali più partecipati degli ultimi decenni. La portata della mobilitazione in Italia ha suscitato numerose analisi su quale fosse il fattore determinante della larga partecipazione e della radicalità delle parole d’ordine. Non solo i grandi numeri hanno stupito, ma anche la forte politicizzazione degli scioperi chiamati dai sindacati. In un paese in cui raramente si vedono scioperi generali per le condizioni di lavoro, questo è ancora più sorprendente. Ricondurre questo fenomeno a pochi fattori significherebbe banalizzarlo, le variabili in gioco sono molteplici e complesse. Centrale, tuttavia, è stato il contributo dei collettivi portuali, nel riuscire a unire i lavoratori in una lotta comune e politicizzare le rivendicazioni. 

I portuali, Livornesi e Genovesi, si organizzano da anni contro il traffico di armi, bloccando le navi cariche di armi tramite picchetti e scioperi . Il loro impegno nasce da due fattori. Primo, il rapporto diretto con i carichi di armi permette ai portuali di vedere chiaramente il proprio ruolo nell’apparato bellico, stimolando in molti l’obiezione di coscienza. Secondo, l’intensificazione dello sfruttamento legata alla riorganizzazione militare dell’economia.

Quest’ultimo fa parte di un processo che ha subito un’accelerazione negli ultimi anni: le crescenti tensioni internazionali hanno alimentato processi inflazionistici, ai quali le banche centrali hanno risposto con l’aumento dei tassi di interesse, aggravando la tendenza alla recessione economica. Questo scenario ha intensificato il processo di riorganizzazione dell’economia in chiave militare anche in uno stato come l’Italia, non direttamente coinvolto nei conflitti. Le conseguenze sono duplici: da un lato un aumento della spesa bellica (5% del pil in spese militari) a scapito di settori come sanità e istruzione, dall’altro l’inasprimento dello sfruttamento, con ritmi di lavoro crescenti senza adeguamento salariale, peggioramento delle condizioni di sicurezza e inasprimento della repressione, come dimostra l’emanazione del DL 1660. La repressione si inserisce in questo quadro come metodo per reprimere le lotte sindacali e le contestazioni dei lavoratori. L’intensificazione dello sfruttamento si concentra nei settori strategici per l’economia e la difesa, come quello dei trasporti. I portuali, così come i ferrovieri, sono quindi i più colpiti dall’economia di guerra. 

 

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I collettivi operai e l’importanza del coordinamento tra lavoratori di porti, aereporti e ferrovie

A Livorno e a Genova esistono delle realtà di lavoratori autorganizzati, in grado di opporsi alla burocratizzazione sindacale e di rafforzare la partecipazione dal basso. Questo tipo di assemblee permettono il coinvolgimento diretto dei lavoratori e la loro unità indipendentemente dall’appartenenza sindacale. Soprattutto, rendono visibile attraverso la pratica il nesso tra sfruttamento del lavoro, militarizzazione e repressione. 

 

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Facendo leve sull’importante esperienza del GAP, il 10 ottobre al presidio permanente al varco Zara del porto di Livorno, si è tenuta un’importante assemblea che ha cercato di estendere l’auto-organizzazione coordinamento tra lavoratori implicati nella logistica di guerra. Vi hanno partecipato il collettivo Ferrovieri Contro la Guerra, lavoratori di porti, aeroporti e ferrovie di diverse città, il movimento NOBASE contro le basi militari di San Piero a Grado e Pontedera, oltre a realtà solidali e numerosi studenti, che abbiamo visto mobilitarsi dalle scuole all’università in tutta Italia. La presenza congiunta di ferrovieri, portuali e aeroportuali segna un precedente importante nella costruzione di un fronte comune dei lavoratori coinvolti nella logistica militare, necessario per coordinare azioni capaci di ostacolare l’ingranaggio bellico. Il movimento NOBASE ha proposto di istituire un osservatorio sul transito di armamenti, uno strumento che potrebbe facilitare sia l’organizzazione dei blocchi che il coordinamento tra lavoratori di settori diversi.


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Durante l’assemblea, oltre ad essere state riportate le esperienze di lotta delle varie realtà, sono emerse alcune linee chiare. Primo, la volontà di estendere il boicottaggio al commercio di armi verso qualsiasi paese. Secondo, la necessità di collegare le rivendicazioni contro la guerra e le spese militari a quelle per migliori condizioni di lavoro e maggiori investimenti in sanità e istruzione. I portuali hanno inoltre rilanciato una grande iniziativa di blocco che partirà da novembre e coinvolgerà i più grandi porti del Mediterraneo,  da Tangeri ai Paesi Baschi, e da Genova ad Atene. Si tratta di un’azione fondamentale data la necessità di coordinarsi a livello internazionale per bloccare il commercio di armi  e costruire un embargo verso Israele.

 

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Che fare?

Questa assemblea ha rappresentato un importante punto di partenza verso la costruzione di un fronte unitario tra lavorator* e student*, in grado di politicizzare le rivendicazioni contro la guerra facendole fuoriuscire da un terreno prettamente umanitario ed inserendole in un quadro di rivendicazioni contro l’imperialismo. 

Il tentativo dei partiti di centro-sinistra di assorbire le rivendicazioni del movimento e l’iniziativa di Trump per la Pace appaiono come strategie volte a depotenziare la mobilitazione e a ridurre il livello dello scontro. Il progetto americano, oltre a risultare estremamente problematico, non mette in discussione l’occupazione della Palestina da parte del sionismo, che resta legittimata dal diritto internazionale.

Per porre fine all’oppressione dei palestinesi è necessario continuare a mobilitarsi e indebolire la macchina bellica imperialista, di cui Israele rappresenta la punta di diamante nella regione mediorientale. Lottare contro questi ingranaggi mortali significa lottare anche contro lo sfruttamento nei posti di lavoro, la criminalizzazione del dissenso, e il peggioramento sempre più evidente della qualità di vita. 

Sulla scia dell’esperienza del porto di Livorno vanno costruiti dei coordinamenti dal basso di lavorator* e student* tramite assemblee generali, con l’obiettivo di organizzare un altro grande percorso di scioperi generali, capace di immobilizzare il paese, ostacolare la complicità con il genocidio palestinese e l’occupazione sionista, e rivendicare salari più alti, il rifiuto dei tagli e della militarizzazione.


Laura Colli

Nata a Modena nel 1999, ha studiato prima a Bologna e poi a Firenze, specializzandosi in Economia dello Sviluppo. Partecipa al Circolo de la Voce delle Lotte di Firenze.