La scomparsa del celebre regista Bernardo Bertolucci, lo scorso lunedì, ha riacceso il dibattito sulla sua opera, particolarmente ricca di riferimenti e stimoli culturali e politici. In particolare, si è tornato a parlare delle controversie legate a Ultimo tango a Parigi, film con una forte carica erotica che fu punito nell’Italia democristiana del 1972 dapprima con una censura “chirurgica” su una scena di sesso, poi (come ricostruisce mediaplayer.it) con il ritiro della pellicola dai cinema il 30 dicembre, tre settimane dopo il “visto”, con l’imputazione di offesa al comune senso del pudore per “esasperato pansessualismo fine a se stesso“. Il film, riabilitato nel febbraio del 1972 dal tribunale di Bologna, fu in seguito sequestrato di nuovo e poi condannato al rogo dalla Cassazione nel 1976; un rogo al quale sopravvisse soltanto la copia depositata presso la cineteca di Roma. Bertolucci fu addirittura privato del diritto al voto e condannato ad alcuni mesi di galera (seppur con la condizionale) per oscenità. Oltre dieci anni si dovette aspettare perché si allentasse la stretta bigotto-pretesca: nel 1987 venne proclamata la sentenza di “non oscenità” e il dissequestro definitivo del film; già il 21 settembre 1988, pur con dei tagli, veniva trasmesso su Canale 5!

Ma che tipo di film poteva scatenare una così feroce moderna caccia all’eretico?

Ultimo Tango a Parigi vede come protagonisti con Marlon Brando e Maria Schneider. Il film parla dell’incontro tra un uomo rimasto vedovo della moglie suicida e una giovanissima ragazza borghese cambierà per sempre le vite di entrambi. Il valore artistico di Bertolucci non è in discussione: il regista, sempre  in grado di carpire realtà da punti di vista alternativi e originali, ha diretto film di successo come Il conformistaIl tè nel desertoNovecento e L’ultimo imperatore, che gli valse l’Oscar al miglior regista e alla migliore sceneggiatura non originale. Ultimo tango a Parigi non è un eccezione, anzi forse in questo film l’artista supera se stesso, anche se molto è dovuto alla presenza di Marlon Brando e in particolare alla sua incredibile capacità di improvvisazione. Affascinante, inoltre, come viene scandagliato nel film il rapporto tra i sessi e in particolare la bravura di Bertolucci nel metterne alla luce “il lato oscuro”.

Con la morte del regista, si è tornati molto parlare della famosa “scena del burro”, una scena in cui la Schneider viene violentata da Brando sul pavimento, usando del burro come lubrificante per la violenza anale. La suddetta scena, già nel 1972, anno di uscita del film, provocò molto scalpore tra l’opinione pubblica mondiale. Nel 2007, durante un’intervista al quotidiano britannico Daily Mail, Maria Schneider fece alcune dichiarazioni in merito al film. L’attrice, affermò di essersi sentita “un po’ violentata” durante le riprese della scena del burro. “Quella scena non era nella sceneggiatura originale. La verità è che fu a Marlon che venne l’idea”, dichiarò l’attrice in quell’occasione. “Me ne parlarono solo poco prima di girarla, e io ero davvero arrabbiata per questo. Avrei dovuto chiamare il mio agente o il mio avvocato, perché non si può costringere qualcuno a fare qualcosa che non è nel copione, ma a quel tempo non lo sapevo. Marlon mi disse: ‘Maria, non ti preoccupare, è solo un film’, ma durante la scena, anche se ciò che Marlon stava facendo non era vero, io piansi lacrime vere”. “Mi sono sentita umiliata e a essere onesti un po’ violentata, da Marlon e da Bertolucci”, ha continuato l’attrice. “Dopo la scena, Marlon né mi consolò né mi chiese scusa. Fortunatamente, fu girata in un solo ciak”. Le dichiarazioni di Bertolucci, in una sua intervista più recente, nel 2013 furono: “Ma in un certo senso io mi sono comportato in modo orribile con Maria, perché non le dissi cosa sarebbe successo, visto che volevo la sua reazione come ragazza e non come attrice”, ha confessato nell’intervista Bertolucci. “Non volevo che Maria recitasse la sua umiliazione e la sua rabbia, volevo che le provasse. E per questo mi ha odiato per tutta la vita”. In effetti è proprio su quest’ultima dichiarazione che si sviluppa la critica più aspra sulla scelta e sulla visione del regista di girare la famosa scena.

Fino a che punto la ricerca della genuinità delle emozioni riprodotte in pellicola, può sovrastare l’aspetto emotivo delle attrici? Soprattutto a fronte dell’impatto psicologico che potrebbe avere una scena nella quale di fatto si simula (o si espleta) un’umiliazione profonda in un’attrice che già in quanto donna vive una condizione di discriminazione sessuale. Oggigiorno siamo più abituati a vedere scene di nudo e di violenza su schermo, ma ciò non deve prescindere dalla tutela psicologica delle persone che vi recitano, soprattutto se la scena viene confezionata a loro insaputa. In un contesto in cui la donna viene ipersessualizzata anche e principalmente sullo schermo, siamo portati a chiederci se effettivamente nel mondo dello spettacolo la dignità di genere ed il rispetto della sfera emotiva vengano esercitati. Di fronte a ciò che successe sul set di Ultimo tango a Parigi, viene da pensare che la violenza, sebbene simulata, è da considerarsi effettiva in quanto la protagonista non ne era a conoscenza, e che di fatto tale scena l’ha segnata per gran parte della sua vita, tanto che la stessa Schneider ammise di aver tentato il suicidio per via del trauma psicologico riportato. Ennesimo elemento che lascia trasparire una politica sessista nella regia del film, giustificata da ricerca di profondità emotiva, sta all’interno delle dichiarazioni dello stesso Bertolucci, che affermò di aver avuto l’idea di usare il burro come lubrificante mentre era a colazione con Brando. Sulla questione si è sentita ogni opinione in merito, i più si schierano a difesa del regista, affermando che la settima arte per godere della propria magnificenza necessita di sacrifici e che l’opera di Bertolucci, indubbiamente sopraffina, non sarebbe stata tale senza quel tocco di realismo. A tali considerazioni si potrebbe facilmente rispondere che, sebbene il cinema sia fondamentalmente finzione che riesce a scatenare negli spettatori delle emozioni e degli stati d’animo particolari, ciò non può assolutamente giustificare il fatto che durante la produzione sia legittimo violare la dignità di chi vi lavora, sottoponendo gli attori a umiliazioni e vessazioni per nulla consensuali.

Senza dubbio, la vicenda di Maria Schneider ci ricollega al dibattito circa la latitanza e la strumentalizzazione dei ruoli femminili. Inutile negarlo, nella storia del cinema sono rari i casi in cui la donna ha assunto incarichi interpretativi di grande rilevanza (al pari dei corrispettivi maschili) che non ricadano nei tradizionali profili di madri di…, di mogli di… , di amanti di…

Tale fenomeno è evidentemente frutto del maschilismo riprodotto dalle esigenze della società capitalistica: detto in poche parole, l’immagine della donna più “vendibile” è quella agli estremi, cioè, o totalmente sottomessa o estremamente disinibita e volubile; questo nella misura in cui essa risponde ai pregiudizi e alla pruderie dominante che a sua volta contribuisce a rafforzare quella stessa immagine del sesso femminile da cui derivano le discriminazioni del quotidiano, specialmente quello delle donne proletarie che vengono discriminate due volte, in quanto proletarie e in quanto donne.

Anche una riflessione legata al mondo del cinema, insomma, suggerisce la conclusione politica che la lotta di genere non possa essere “parallela” o “tangenziale” a quella della classe lavoratrice contro il capitale, ma che esse debbano saldarsi e unirsi per andare fino in fondo e vincere sul sistema che allo stesso tempo sfrutta i salariati e opprime in primis le donne sotto il tallone del patriarcato.

 

Begbie

 

 

 

 

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