Erdoğan ha annunciato il suo prossimo attacco al Kurdistan siriano. Dopo l’invasione di Afrin, ora si pone l’obiettivo dell’invasione a est dell’Eufrate, cioè del Rojava. Proponiamo due articoli (domani sarà disponibile il secondo) per iniziare ad analizzare e dibattere la nuova fase politica che il Medio Oriente attraversa con la sostanziale vittoria di Assad nella guerra civile siriana, il progressivo ritiro delle truppe USA dal paese e il ritrovato slancio della Turchia contro i kurdi.


Erdoğan torna a usare la voce grossa: “Possiamo attaccare all’improvviso, da un giorno all’altro”. Sulla base delle esperienze passate, sappiamo che tali dichiarazioni costituiscono una minaccia reale per le conquiste dell’autogoverno democratico e il destino delle popolazioni curda, armena, araba, assira e aramaica del Rojava. Inoltre, possiamo concludere che l’offensiva turca è una svolta decisiva nella guerra per procura (proxy war) siriana. Il ritrovato “buon senso” della politica di transizione negoziata con Assad non è sufficiente per pacificare la regione. Nel contesto geopolitico mediorientale, diversi attori sono stati in grado di conseguire vittorie tattiche, ma rimane il pericolo generale di una guerra regionale. In questo senso, la crisi dell’ordine mondiale imperialista è espressa più apertamente che altrove in Siria.

 

La borghesia turca, scossa dalla crisi economica, spera di invadere i Roja per affermarsi nella regione

Durante la marcia su Afrin abbiamo affermato nell’articolo [in tedesco, ndt] “Il Bonaparte Erdogan: la guerra come continuazione della politica” che ci troviamo a che fare con una strategia coloniale: “né la borghesia turca né Erdoğan hanno interesse a che si diffonda un sentimento indipendentista in altre parti del Kurdistan. Perché al centro dell’impegno turco sulla questione curda c’è il completamento della colonizzazione del Kurdistan”.

La guerra civile in Siria ha rotto il vecchio equilibrio dell’accordo Sykes-Picot. La popolazione curda ha combattuto con altri popoli oppressi della regione per la possibilità di stabilire un autogoverno al di fuori dei regimi dittatoriali. Dietro la riconoscenza della borghesia per il ruolo attivo [dei curdi] nella sconfitta dell’ISIS sta il fatto che gli Stati imperialisti hanno perso il controllo di questa proxy war: non si tratta più di una guerra su un fronte, ma di un conflitto di interessi sul futuro della Siria e del Rojava. Stanti queste condizioni, le Unità di Difesa Nazionale YPG e YPJ sono riuscite a imporsi come attori politici e militari nella regione: l’interesse di Erdoğan non è quello di organizzare un blitz di una settimana, ma di conquistare le posizioni curde in Siria. Ecco perché la guerra che vediamo all’orizzonte non sarà di breve durata.

Il crollo della lira e l’imminente collasso del modello economico turco, che si basa su privatizzazioni, prestiti esteri e progetti di costruzione eccessivi, sta accelerando il ritmo della politica estera della Turchia. Profondamente sconvolte dalla crisi economica, tutte le ali della borghesia turca si raccolgono dietro a Erdoğan. Arriva anche una benedizione del parlamento turco. La sua promessa alla borghesia turca è il Kurdistan come trampolino di lancio per partecipare ai piani di saccheggio nella regione e per distruggere le YPG/YPJ e infine il PKK.

 

La strategia coloniale: conquista del Kurdistan

Nella storia della repubblica turca, a causa del suo passato semi-coloniale, accadeva spesso che la situazione della politica estera domniasse la politica interna turca. Ma c’è una differenza nella situazione di oggi: Erdoğan ha cominciato a vacillare quando la guerra civile siriana ha destabilizzato la sua politica interna. Oggi ha trasferito il baricentro della politica turca in Siria per portare il parlamento sotto il suo controllo. Il parlamento è sospeso fintanto che l’esecutivo utilizza i suoi poteri straordinari. Questo è il carattere dell’autonomia estrema dell’esecutivo, che possiamo definire bonapartista.

L’attuale missione bonapartista di Erdoğan consiste nel salvare la borghesia turca dal suo collasso storico conquistando il Kurdistan con soldati jihadisti e turchi. Ciò richiede nella politi a interna un’unità bonapartista, nonostante la crisi economica. Gli organi della classe operaia (associazioni, stampa e, soprattutto, sindacati) sono oggi lontani dalla loro tradizione militante. Le burocrazie sindacali sono in parte fuse con la burocrazia dell’AKP [partito di Erdoğan, ndt] ed è ancora in corso la liquidazione sistematica degli elementi residui di lotta di classe. Qualsiasi manifestazione viene criminalizzata dallo Stato nell’arco di breve tempo. Anche al culmine della crisi politica ed economica, Erdoğan schiera tutti i partiti borghesi in parlamento dietro le sue politiche attraverso mosse belliche aggressive. Ma il progetto di Erdoğan di fare della Turchia una potenza regionale stabile non sembra funzionare, dato che, nonostante l’aggressione militare, la Turchia sta regredendo a causa di una profonda crisi economica.

Il Kurdistan era ed è un paese instabile in questa regione. La divisione storica del Kurdistan con l’accordo Sykes-Picot ha approfondito l’oppressione nazionale, dato che il Kurdistan è stato dichiarato una volta per tutte, in quella circostanza, colonia interna. I tentativi di liberazione del popolo curdo sono combattuti da un blocco comune degli Stati occupanti: Iraq, Siria, Iran e Turchia. L’approfondimento della colonizzazione del Kurdistan ha un carattere strategico per la borghesia turca che va oltre le alleanze e le tattiche. La borghesia turca mantiene l’idea che potrebbe superare definitivamente il carattere semi-coloniale del proprio Stato, verso una potenza regionale, se portasse le zone curde in Siria e in Iraq sotto il proprio controllo. Quando l’esercito turco conquistò Afrin, i civili nativi fuggirono. Ora, quando l’esercito turco con i suoi alleati jihadisti invaderà la prossima città kurda, la storia si ripeterà. Tuttavia, dobbiamo chiederci quale sarà la strategia colonialista della borghesia turca se la resistenza kurda cadrà. Rispetto a persone curde già assimilate o intimidite nel Kurdistan settentrionale, la popolazione curda del Rojava si aspetta d’essere massacrata. Non sono abitanti “desiderabili”, così come le minoranze cristiane o ebraiche. Lo sviluppo dell’indipendentismo nel Kurdistan è criminale agli occhi degli Stati occupanti.

 

Trump ha perso molti obiettivi in ​​Siria

Con l’annuncio del ritiro delle truppe americane dalla Siria, Trump ha riportato l’attenzione su di sé. Come da sua abitudine, non si è fatto mancare un tweet per diffondere la notizia: “Abbiamo battuto l’ISIS in Siria. La mia unica ragione per essere lì durante la presidenza Trump”, ha scritto per giustificare la decisione.

Le ragioni della sua decisione sono molteplici:

  • Questa decisione gli fa mantenere un punto del suo programma elettorale. In effetti, aveva già promesso a marzo un ritiro delle truppe dalla Siria, ma non era andato oltre all’annuncio in sé.
  • Il cambiamento di priorità in politica estera: il recente sviluppo della cooperazione militare Cina-Russia ha preoccupato seriamente Trump: la “lotta contro il terrorismo islamico” ha fallito e nella regione regna un profondo odio per l’imperialismo statunitense.
  • Trump vede la partnership con l’Arabia Saudita come un’opportunità per stabilire una “NATO araba”, in particolare contro il governo iraniano, e per ridurre gli effetti della mancata presenza diretta degli USA nella regione.
  • È noto che le relazioni tra Stati Uniti e Turchia sono fragili. Ma Trump ed Erdoğan apparentemente concordano sul “che fare” in Siria: il ritiro della presenza militare statunitense dal Rojava non è l’unico segno. Quasi contemporaneamente, il Dipartimento di Stato USA ha annunciato la vendita di missili Patriot (un affare da 3,5 miliardi di dollari) alla Turchia. Nella regione della crisi permanente, tali zig-zag non sono sorprendenti. L’obiettivo geopolitico primario di Trump è rimane quello della potezione del blocco schierato contro l’Iran e la Russia.

Le implicazioni della sua decisione sono profonde: Putin ed Erdoğan sono gli unici ad aver accolto la decisione di Trump. Trump ha praticamente annullato il comune consenso degli Stati Uniti sulla Siria. Solo due mesi fa, il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha assicurato che gli Stati Uniti non si sarebbero ritirati dalla Siria finché Iran e Russia avessero avuto la possibilità di essere gli arbitri del dopoguerra siriano. Quando il presidente ha dichiarato la vittoria sull’ISIS, il Pentagono ha affermato che una cosa era aver spinto l’ISIS fuori dal suo territorio occupato, un’altra era averlo sconfitto. Anche la Germania e la Francia hanno notato in modo critico che il pericolo dell’ISIS non è stato superato. Le SDF (Forze Democratiche della Siria) hanno descritto la decisione come spietata.

Trump mina l’egemonia finora esistente degli Stati Uniti in questa regione. La sua affermazione “missione compiuta” mostra la stessa capitolazione che George W. Bush aveva fatto a suo tempo. La differenza è che Trump usa questa affermazione per garantirsi una exit strategy dalla Siria.

Con la sua decisione ha scosso lo Stato Maggiore delle forze armate e il Pentagono i quali, come i Democratici, sono per un’occupazione più lunga in Siria. Non si può escludere che il ritiro possa richiedere più tempo del previsto o che la decisione possa essere ritirata, poiché esiste già una “resistenza” nell’apparato statale: il segretario alla Difesa americano James Mattis ha annunciato le sue dimissioni dopo la dichiarazione di Trump. Il bonapartismo debole di Trump consuma le “risorse umane” del governo senza utilizzarle efficacemente nelle loro politiche. La volatilità del suo staff è un’espressione della sua incapacità di ricostruire o soggiogare l’apparato statale secondo il proprio interesse.

Dal momento del’ascesa al potere di Trump, ci sono stati cambiamenti fondamentali negli Stati Uniti a livello ideologico. La legittimità della guerra secondo i termini di democrazia, diritti umani, diritti delle donne, ecc. non sembra più necessaria. Il bonapartismo debole di Trump, che comunica attraverso il linguaggio spoglio degli interessi economici, rinuncia alla tradizionale legittimità idologizzata della guerra. Dietro a questo c’è il fatto che i tempi delle illusioni democratiche di guerre e occupazione pongono un dilemma che, nell’era del neoliberismo in declino, rende insostenibile il prezzo di un’occupazione duratura, con costi amministrativi e di personale giganteschi.

 

 

Secondo il presidente Trump, il Capo dello Stato turco si è impegnato a “sradicare ciò che resta dell’ISIS in Siria”. Trump cerca di evitare la politica a lungo termine in generale. Anche la politica verso l’Iran sembra non aver avuto successo: in Siria, dove si è presentata la resa dei conti degli attori politici internazionali, l’Iran è stato in grado di difendere il suo alleato. Gli Stati Uniti hanno subito una sconfitta in Iraq e Afghanistan, prima che in Siria. L’intervento opportunista della Turchia nella proxy war promette solo un’ulteriore destabilizzazione.

Il prossimo articolo su questo argomento, che verrà pubblicato domani, riguarda la strategia rivoluzionaria per la regione.

 

Baran Serhad

Traduzione da Klasse gegen Klasse