Mercoledì, migliaia di persone da ogni parte dell’Ecuador hanno scioperato e sono scese in strada nel settimo giorno di una ribellione in tutto il paese contro le politiche di austerità del Presidente Lenìn Moreno e del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Lo sciopero generale è stato coordinato dai gruppi indigeni in collaborazione con i più importanti sindacati del paese e il movimento studentesco, ed è stato massicciamente represso dai militari e dalle forze di polizia.

È notizia di ieri sera l’annuncio del presidente Moreno della revoca delle sue misure sul caro benzina, ma la crisi politica ecuadoriana non potrà essere ricomposta così facilmente.


Lavoratori in scioperi e attivisti giurano che non fermeranno lo sciopero nazionale iniziato questo mercoledì fino a quando Moreno non ripristinerà i sussidi petroliferi statali e abbasserà il prezzo del carburante e della benzina. La scorsa settimana, Moreno ha tagliato questi sussidi in seguito ad un accordo governativo negoziato con il FMI per un prestito di 4,2 miliardi a marzo 2019 come contrasto al peggioramento della crisi economica. Tuttavia, le proteste non riguardano solo i rincari del carburante. Da quando ha assunto l’incarico, Moreno ha dato il via ad aspre politiche autoritarie, tagliando fondi per il welfare e per le retribuzioni nei settori pubblici, alzando il costo della vita e facendo crollare le condizioni di migliaia di lavoratori da ogni parte della nazione.

Moreno afferma che queste politiche sono essenziali per ridurre il debito pubblico di 3,6 miliardi, sostenendo che tutti devono fare sacrifici per il bene del paese. Tutti, eccetto i ricchi, ai quali Moreno ha tagliato le imposte patrimoniali, promuovendo, negli ultimi due anni, una legislazione a favore delle imprese e contro i lavoratori. L’attuale sommossa è il risultato di anni frustrazione dalle politiche neoliberali di Moreno e dall’ingerenza straniera. Le proteste sono una sfida diretta all’autorità del FMI, la quale è responsabile dell’austerità, dell’autoritarismo, e della violenza verso tutto il sud del mondo e oltre. Come Mesias Tatamuez, segretaria generale del sindacato del Fronte Unico dei Lavoratori (FUT), dichiarò nel suo appello allo sciopero nazionale:

Quello che il governo ha fatto è aver ricompensato le grandi banche, i capitalisti e aver punito i poveri ecuadoregni… Noi chiamiamo tutti loro ad unirsi allo sciopero contro il FMI, il quale è responsabile di questa crisi.

All’avvicinarsi della mobilitazione nazionale, oltre 6.000 manifestanti indigeni (organizzati nel CONAIE, o Organizzazione degli Indigeni delle Nazioni in Ecuador) hanno marciato dalle loro comunità verso Quito, la capitale, assieme a migliaia e più di manifestanti in contestazione in tutta la città. Hanno superato le barriere costruite e difese dalle forze militari per entrare nella città e dirigersi verso il palazzo del governo dove hanno allestito il campo di fronte ad esso per raduni e discorsi in tutta la giornata di mercoledì. Stanno chiedendo la fine del rincaro sul carburante che ha colpito duramente le comunità indigene, alzando i prezzi di altri beni e necessità che devono essere trasportati fuori dalle grandi città.

Attivisti indigeni e studenti occupano l’edificio dell’Assemblea Nazionale a Quito.

A Quito, lavoratori, gruppi indigeni e studenti hanno tenuto raduni e cortei per tutto il giorno. Le mobilitazioni iniziate come protesta contro l’aumento della benzina, si sono ora espanse su vasta scala per chiedere le dimissioni di Moreno e una ristrutturazione di politiche economiche in favore di lavoratori e comunità indigene.

Come si sono intensificate le richieste del popolo, così si è intensificata la natura di queste proteste e la risposta dello Stato ed esse. Mentre molte dimostrazioni di lavoratori sindacalizzati e di gruppi di attivisti stavano prendendo vita in maniera pacifica in tutta la città, altre proteste più spontanee sono entrate in conflitti violenti con la polizia e i militari. I contestatori hanno preso d’assalto i palazzi governativi e i veicoli militari, sfidando la militarizzazione della città e i richiami del governo all’ordine e ad un ritorno alla normalità nel paese.

I manifestanti protestano nonostante la dichiarazione di Moreno di uno stato di emergenza nazionale, che istituisce un coprifuoco notturno, censura la stampa, impedisce la facoltà di riunirsi davanti agli edifici governativi e da ai militari e alla polizia l’autorità di “gestire” la crisi come meglio credono; le autorità sono state lasciate sostanzialmente libere di reprimere i manifestanti. La scorsa settimana i militari sono entrati in diverse comunità indigene, sparando gas lacrimogeni nelle loro case. Negli scontri avvenuti durante lo sciopero di mercoledì, protestanti armati di ordigni artigianali sono stati respinti con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e da manganelli della polizia mentre loro continuavano a protestare per porre fine alla guida autoritaria del FMI nel loro paese. La scorsa settimana, 100 persone sono state detenute per ore nel seminterrato del parlamento dopo aver tentato di impadronirsi dell’edificio.

I protestanti occupano un edificio governativo nella provincia di Pastaza.

Mercoledì a Quito, come in altre zone dell’Ecuador, attività commerciali, scuole e trasporti pubblici sono stati concretamente bloccati e continueranno ad esserlo per tutta la durata dello sciopero. Il paese è stato effettivamente paralizzato dalle mobilitazioni. In tutta risposta, Moreno, forzato a lasciare Quito lunedì, è tornato nella capitale mercoledì per affrontare le proteste e incontrare i rappresentanti dei gruppi partecipanti alle manifestazioni.

Anche se lo sciopero è concentrato a Quito e in altre grandi città, le manifestazioni continuano in tutto il paese. Lunghi tratti di autostrada sono stati bloccati dai contestatori, creando disagi come è solito ai traffici commerciali delle aziende che cercano di trasportare il petrolio in tutto il paese. In alcune province, i movimenti per i diritti degli indigeni, hanno persino occupato edifici governativi e tenuto in ostaggio poliziotti e soldati che entravano nelle loro comunità illegalmente. I manifestanti hanno addirittura interrotto la produzione del principale oleodotto dell’Ecuador, rallentando il flusso del profitto capitalista nella regione.

Nella città di Guayaquil, dove Moreno è temporaneamente fuggito per evitare le proteste, il sindaco ha incoraggiato una spietata repressione dei manifestanti, incoraggiando anche cittadini non addestrati a scendere in piazza per combattere i manifestanti stessi.

A Cuenca, migliaia di studenti si sono riversati nelle strade, chiedendo la fine dei tagli sui fondi scolastici e altre misure di austerità. Mentre marciavano per le strade, anche loro sono stati attaccati dalla polizia e dai militari.

 

Come proseguirà la rivolta?

La rivolta dell’Ecuador è nata dai movimenti dei lavoratori e da quelli indigeni ed è cresciuta fino ad includere altri settori stanchi delle capitolazioni del governo all’intervento straniero. Finora, i leader dei sindacati e dei gruppi indigeni hanno dimostrato di essere una forza relativamente progressista nelle mobilitazioni culminate nello sciopero di mercoledì. La loro partecipazione ha amplificato il ruolo che la classe operaia e le popolazioni indigene stanno svolgendo in queste mobilitazioni, conferendo alle richieste sociali ed economiche dei manifestanti un forte carattere di classe. Come ha dichiarato Nelson Erazo, leader del FUT:

Lo sciopero è in difesa dell’acqua, dei territori… è contro l’espansione dell’industria petrolifera nel nostro paese. È in difesa dell’ambiente naturale. È in difesa dei diritti dei lavoratori, che hanno sete di giustizia e che sono messi in ombra dal governo nazionale.

Per spingere ancora di più i dirigenti dei sindacati e dei movimenti sociali verso metodi di lotta che sfiderebbero veramente i rapporti di forza nel paese, le masse devono continuare a premere per un’azione unificata tra i movimenti sindacali, indigeni, sociali e studenteschi. Inoltre, dato che Moreno ritorna a risiedere a Quito e si incontra con i leader di queste organizzazioni, è imperativo che i manifestanti per le strade tengano sotto controllo i loro dirigenti e rifiutino di permettere loro di capitolare a qualsiasi mezza misura Moreno proponga.

Nonostante gli appelli alle dimissioni e una ribellione totale lungo le strade, Moreno promette di mantenere la presidenza; tuttavia, come ha dimostrato lo sciopero generale di mercoledì, la sua posizione nel paese è decisamente indebolita. Il popolo non si arrende e colpisce lo Stato, i capitalisti e le potenze imperialiste del mondo dove fa più male: ai loro profitti. Con i lavoratori e gli indigeni che bloccano settori chiave della produzione capitalista e combattono i militari nelle strade, la rivolta dell’Ecuador non mostra segni di cedimento. Via Moreno! No al debito! No al FMI!

Strike Against Austerity – Solidarity with Ecuador

On Wednesday, thousands of people across Ecuador took to the streets and walked out of their workplaces in a general strike. It is the seventh day of a national uprising against the austerity policies of President Lenín Moreno and the IMF.

Pubblicato da Left Voice su Mercoledì 9 ottobre 2019

 

Madeleine Freeman

Traduzione da Left Voice di Lorenzo Montanari