Dopo otto giorni di agitazione, mobilitazione di milioni di persone, violenza inaudita di poliziotti e soldati, le masse popolari cilene in rivolta hanno assistito a un notevole passo indietro del loro nemico: il presidente Sebastian Piñera ha annunciato nella mattinata di sabato le dimissioni in blocco dei suoi ministri, affermando che “il messaggio è stato recepito”, e che “siamo tutti usciti diversamente da queste settimane travagliate”. Si tratta di un grandissimo risultato per la mobilitazione popolare che ha coinvolto milioni di giovani, operai, pensionati e attivisti appartenenti a ogni background etnico della nazione: una protesta partita da un leggero aumento dei prezzi del trasporto pubblico ha assunto in brevissimo tempo le sembianze di una situazione pre-rivoluzionaria, con una manifestazione imponente che ha visto oltre due milioni di persone in Plaza Italia a Santiago.

Mentre le richieste più condivise dalla larga maggioranza della popolazione hanno natura prevalentemente radical-democratica, a tratti socialisteggiante, anche a causa di una mancanza di direzione reale e ben delineata del movimento, condividono il tratto comune di puntare nella direzione di una nuova costituzione.

Mentre Piñera continua a promettere riforme basilari, come l’aumento del salario minimo all’equivalente di $481, o l’aumento delle pensioni di base del 20% rispetto allo standard attuale, l’Istituto Nazionale per i Diritti Umani pubblica un report secondo il quale, alla fine di questo primo giro di contestazioni, sarebbero 997 i feriti, oltre 3000 gli arrestati e 25 i terribili morti che pesano oggi sulla coscienza del presidente e del suo ministro degli interni, Andrès Chadwick (che, tra l’altro, è cugino di Piñera).

Con ogni probabilità, la sommossa non si potrà fermare con questi cambiamenti che, per quanto necessari e ben visti dalla maggioranza della popolazione, non possono ormai supplire a ciò che le folle in ogni piazza chiedono: una nuova costituzione e un reale ricambio della classe dirigente politica ed economica del paese. La risposta alla gravissima emergenza economica ed ecologica che oggi devasta il Cile (ma che non solo il Cile va a toccare), però, non può essere un semplice sgombero dei ministri attuali e la sostituzione di questi con un nuovo, “onesto” e “pulito” set di burattini del capitalismo nazionale ed internazionale.

Fanno quasi ridere le dichiarazioni del presidente della Confederazione della Produzione e del Commercio, Alfonso Swett, il quale afferma che gli imprenditori hanno “un obbligo morale […] ad essere parte di questo cambiamento”, dopo aver incontrato alcune delegazioni di rappresentanti dei movimenti sociali e delle comunità indigene. Questo “obbligo morale” forse non era abbastanza sentito quando, per decenni, gli imprenditori cileni stringevano accordi più o meno alla luce del sole, con governi di ogni estrazione della rappresentanza borghese, con industrie internazionali, con ditte famose per le loro attività di cementificazione e deforestazione, tutto a danno della classe operaia, degli studenti, dei pensionati e delle popolazioni indigene che popolano il Cile? Era forse valido questo “obbligo morale”, quando i residui della classe dirigente pinochetiana venivano tutelati dalla nuova costituzione liberal-democratica, portando alla drammatica situazione di cui oggi stiamo vedendo i risvolti? E infine, era presente questo obbligo morale, quando nasceva quella bestia chiamata neoliberismo, incarnazione più contemporanea e brutale del capitalismo, proprio nel Cile che oggi vediamo liberarsi con grida e furore nelle strade sporche di sangue? Forse, questo “obbligo morale” non c’era allora, forse è arrivato adesso. Tant’è che, per il popolo cileno, sembra importare poco: ma per completare questo percorso è necessario sovvertire le strutture di dominio socioeconomico che regolano la corruzione e la violenza istituzionale, in Cile come nel mondo intero.

Piñera non è una mela marcia a cui si contrappongono democrazie borghesi “buone”: è il loro modello da seguire! Il popolo cileno, nella sua rivolta, deve essere il nostro! Si preannunciano ora altri giorni intensi di manifestazioni di strada, nonostante la fine del coprifuoco e dello stato d’emergenza in molte delle città principali del paese: non lasciamo solo i lavoratori, gli studenti, gli indigeni cileni! Se non hanno paura loro, non dovremmo averne anche noi! Avanti fino alla caduta del governo suddito del FMI!

Per un processo costituente dove il popolo cileno possa discutere e decidere su tutti gli aspetti fondamentali della società: l’unica uscita progressiva per i lavoratori, per le masse diseredate è far pagare la crisi ai capitalisti, è instaurare un regime mille volte più democratico, basato sulle assemblee e l’autorganizzazione della classe lavoratrice, degli sfruttati e degli oppressi, per togliere finalmente le redini dell’economia e della politica a un pugno di ricchi e ai loro servi ubbidienti!

Luca Gieri