Venerdì 24 gennaio, dopo due mesi di scioperi e manifestazioni, il Consiglio dei ministri in Francia ha adottato il progetto di legge di riforma del sistema pensionistico, portando in questo modo un attacco frontale ad uno dei pilastro del sistema sociale francese. Si è aperto un lungo percorso parlamentare, un vero percorso ad ostacoli per l’esecutivo: l’obiettivo dell’approvazione definitiva è ancora lontano. Tuttavia, le grosse difficoltà politiche di Macron non devono impedirci di analizzare obiettivamente lo stato dei rapporti di forza. Proponiamo in questo senso un articolo leggermente datato, ma assolutamente valido nel suo ragionamento, dal nostro giornale online gemello Révolution Permanente. Si può leggere qui la prima parte.


Che fare?

Se la lotta prosegue malgrado l’impotenza strategica della direzione della CGT e dell’Intersindacale, questo è dovuto esclusivamente alla debolezza politica del governo e soprattutto alla determinazione dei lavoratori, come nel caso dello sciopero delle ferrovie, dove i lavoratori hanno scioperato di nuovo il 24 gennaio, dimostrando di non essere affatto rassegnati.

Il compromesso tra il Primo Ministro Philippe e Laurent Berger, segretario della CFDT [Confédération Française Démocratique du Travail] non ha fatto cambiare il giudizio dei francesi sulla riforma delle pensioni, anzi ha prodotto l’effetto opposto. Secondo i sondaggi disponibili sono in crescita i consensi nei confronti del movimento di protesta. Il 61% degli intervistati crede che il presidente debba prendere in considerazione le proteste e ritirare il progetto di riforma (dati Elabe-BFM). Il 72% degli intervistati giudica autoritaria la presidenza Macron. L’opposizione alla riforma è così ampia che solo il 9% dei lavoratori la valuta positivamente.

Dato il clima così ostile nei confronti di Macron e delle sue politiche, sarebbe suicida adottare una strategia minoritaria, che allontanerebbe ancor di più gli attivisti dalla maggioranza delle masse. La protesta contro la riforma delle pensioni ha dimostrato che è possibile organizzare scioperi rinnovabili e raccogliere la maggioranza delle adesioni anche in settori strategici in grado di paralizzare l’economia e costringere il governo con le spalle al muro. Pur senza bloccare l’intera economia del paese, lo sciopero dei trasporti pubblici ha provocato un tale caos nella sola regione di Parigi che è facile immaginare la portata degli effetti se lo sciopero fosse esteso a tutto il paese, considerando che l’intero settore del commercio dipende dal trasporto su strada per almeno l’88%. L’unico ostacolo su questa strada è rappresentato dall’atteggiamento corporativista dei sindacati di settore, della CGT e di FO, rispettivamente secondo e terzo sindacato nel settore dei trasposti.

Manca un piano concreto per mettere in minoranza la direzione intersindacale, che con la sua strategia compromissoria non permette di dispiegare il potenziale di lotta dei settori che hanno aderito allo sciopero. Mancano piani e strategie che permetterebbero di infondere a questa lotta tutta la forza di cui dispone il movimento operaio. Ci riferiamo soprattutto ai settori più sfruttati, per i quali lo sciopero rappresenta un costo economico e comporta enormi sacrifici. Essendo meno tutelati, questi settori entrerebbero in sciopero solo se vedessero una prospettiva concreta per il loro avvenire, una prospettiva concreta per migliorare il loro presente fatto di precarietà e disoccupazione, e solo se vedessero alla testa del movimento una direzione sindacale ferma e risoluta in grado di tenere testa al governo.

I settori più avanzati della classe, i migliori attivisti del movimento, sia che siano ancora in minoranza, che siano in sciopero a oltranza o che siano tornati al lavoro, dovrebbero approfittare del momento non solo per mobilitarsi ma anche per organizzare grandi assemblee generali di settore (come è successo per i ferrovieri) in grado di coordinarsi e denunciare l’atteggiamento ambiguo delle direzioni sindacali. Dovrebbero imporre alle direzioni sindacali di mettersi all’altezza della lotta in corso, adottando una piattaforma di rivendicazioni in grado di abbracciare tutte le istanze del mondo operaio e un piano di battaglia che vada in questa direzione.

In altre parole, di fronte alla tattica dei “punti alti” e della “necessità di resistere nel tempo” che portano a un’impasse, è possibile dare impulso a un nuovo inizio alla lotta in corso (proprio come hanno fatto i lavoratori RATP con lo sciopero del 13 settembre), o addirittura un inizio a un livello più alto, approfittando delle probabili crisi politiche che si apriranno durante tutto il processo parlamentare, che appare già una via crucis per il macronismo, tentati di usare il 49.3 (che causerebbe uno shock nel paese). Il primo segnale è il rapporto anormalmente critico del Consiglio di Stato sulla riforma, quando è stato presentato al Consiglio dei ministri. Uno shock politico e democratico che potrebbe essere utilizzato per rimobilizzare gli scioperanti, incorporando massicciamente gli altri settori della classe operaia, insieme alla gioventù studentesca e delle periferie.

La lotta attuale non è terminata, come ben dimostra lo sciopero del 24 gennaio. Ma a condizione che tutte queste forze sappiano unirsi ed organizzarsi imponendo una nuova strategia ed un nuovo programma. Ancora una volta, come all’inizio, “lo sciopero è dei lavoratori!”

Note

[1]

Art. 49 comma 2: L’Assemblea nazionale chiama in causa la responsabilità del Governo mediante la votazione di una mozione di sfiducia. Tale mozione è ammissibile solo se sottoscritta da almeno un decimo dei membri dell’Assemblea nazionale. La votazione può aver luogo trascorse quarantotto ore dalla presentazione della mozione. Sono computati solo i voti favorevoli alla mozione di sfiducia che è approvata a maggioranza dei membri componenti l’Assemblea nazionale. Salvo il caso previsto al comma sottostante, un deputato non può essere firmatario di più di tre mozioni di sfiducia nel corso di una stessa sessione ordinaria e di non più di una nel corso di una stessa sessione straordinaria.

Comma 3: Il Primo ministro può, dietro deliberazione del Consiglio dei ministri, impegnare la responsabilità del Governo dinanzi all’Assemblea nazionale sul voto di un progetto di legge finanziaria o di finanziamento della previdenza sociale. In tal caso, detto progetto è considerato adottato, salvo il caso in cui una mozione di sfiducia, presentata nel termine di ventiquattro ore, venga votata alle condizioni previste dal comma precedente. Il Primo Ministro può, inoltre, ricorrere a tale procedura per un altro disegno o per una proposta di legge a sessione.

Juan Chingo

Traduzione di Ylenia Gironella da Révolution Permanente